Nel flusso rapido e incessante dei social network, anche la prevenzione ha cercato uno spazio. Dapprima in punta di piedi, poi con campagne sempre più colorate, hashtag incisivi, testimonial rassicuranti. Un tempo erano le locandine nelle sale d’attesa, i pieghevoli nei centri vaccinali, le giornate dedicate con medici e infermieri in piazza. Oggi, un post, un reel, una storia da visualizzare in silenzio. Ma bastano 280 caratteri – o 30 secondi di video – per accendere una scintilla di consapevolezza?
Ogni mese ha la sua causa: ottobre è rosa, novembre si fa crescere i baffi, marzo punta i riflettori sulla prevenzione del tumore al colon-retto. La strategia è chiara: cavalcare la visibilità, sfruttare il potere virale dei social, farsi trovare dove le persone stanno già guardando. È una comunicazione rapida, pensata per adattarsi agli algoritmi e alle abitudini digitali. Ma a forza di rincorrere il “formato social”, la prevenzione rischia di perdere spessore: diventare più gesto che scelta, più presenza che impatto. Una storia per ricordare lo screening, una frase motivazionale per incoraggiare a smettere di fumare, un carosello di dati con font accattivanti. Utile, ma spesso troppo fragile per produrre un vero cambiamento.
Secondo Luigi Pinnarelli, dirigente medico del Dipartimento di epidemiologia del Ssr del Lazio, Asl Roma 1 (DepLazio), “la comunicazione attraverso i social privilegia i messaggi brevi e accattivanti, ma informare in modo corretto sulla prevenzione richiede spiegazioni articolate. La scelta dei social può portare a semplificazioni che distorcono il messaggio scientifico e generano disinformazione”.
Il nuovo paradosso della prevenzione: più si parla di una malattia, meno sembra grave.
Le metriche sembrano rassicuranti: migliaia di visualizzazioni, commenti positivi, condivisioni. Ma quante di queste interazioni si traducono in azioni concrete? Quanti, dopo aver messo un like a un post sulla prevenzione cardiovascolare, prenotano davvero un controllo dal medico? La consapevolezza digitale è spesso emotiva, transitoria, incapace di generare trasformazioni concrete. Come se l’aver visto fosse sufficiente. Come se bastasse sapere che esiste, per aver fatto qualcosa. È il paradosso della prevenzione social: più se ne parla, meno sembra grave. Il messaggio si normalizza, perde il suo potere di urgenza.
Rischio e linguaggio: una relazione difficile
Parlare di prevenzione significa, in fondo, parlare di rischio. E il rischio non è mai un concetto semplice da maneggiare. Implica un futuro possibile, una minaccia probabile, un’azione presente. Ma i social, per loro natura, vivono nell’istante, ed è difficile comunicare complessità in un ambiente che premia semplicità, immediatezza e intrattenimento. Così, la comunicazione preventiva online si trasforma: si edulcora, si riduce, si rende “instagrammabile”. Eppure la salute non è un’estetica: è carne, tempo, fatica, decisioni che costano.
Arianna Pacchiarotti, responsabile della Uoc di Procreazione medicalmente assistita del San Filippo Neri e del Sant’Anna, ha affrontato spesso il tema in prima persona. “Nel mio ambito – infertilità e gravidanza – bisogna contrastare i falsi messaggi che alcuni personaggi famosi fanno passare, come quello di aver concepito spontaneamente dopo i 50 anni. Mi è capitato di dover smontare illusioni pericolose: donne convinte che bastasse avere il ciclo per essere fertili o che fosse possibile congelare ovociti in menopausa. È una verità difficile da comunicare senza traumi”. La dottoressa aggiunge: “Ciò che penso è che tanto più l’informazione è semplice e diretta, tanto più raggiunge l’obiettivo. La differenza tra campagne che funzionano e quelle che non funzionano sta nell’empatia che genera il messaggio”.
Ma come rendere empatico e allo stesso tempo credibile un messaggio complesso, senza scadere nel paternalismo o nella banalizzazione? Secondo Antonio Giulio De Belvis, direttore della Uoc Percorsi clinici e valutazione degli outcome prestazioni del Policlinico Agostino Gemelli di Roma, “la tutela della propria credibilità e l’integrità scientifica, soprattutto nell’ambito della prevenzione, sono due aspetti centrali da preservare. Il messaggio non parla solo al singolo, ma a una comunità: la deontologia deve guidare anche la comunicazione digitale”.
Anche Roberta Mochi, dirigente dell’Ufficio stampa e comunicazione della Asl Roma 1, sottolinea l’importanza del linguaggio: “La prevenzione è un obiettivo centrale della sanità pubblica, ma difficile da comprendere per un cittadino sano. La comunicazione può fare da volano, purché sia chiara, empatica e basata sull’ascolto. L’esperienza della Asl Roma 1 sui social media mostra che una comunicazione semplice ma non banale rende il messaggio più pervasivo e genera coinvolgimento. La miglior strategia resta prendersi cura delle persone”.
Non si tratta di rinunciare ai social, né di rimpiangere tempi più lenti e profondi. La prevenzione digitale può funzionare – e in certi casi funziona davvero. Lo si vede quando i contenuti sono costruiti con cura, con un linguaggio comprensibile ma non semplicistico, quando i volti sono autentici, le storie vere, i dati spiegati e non solo mostrati. Come osserva Angelo Nardi, dirigente medico del DepLazio, “i social possono raggiungere quella parte di popolazione sana che ha pochi contatti con il sistema sanitario. Ma per farlo servono contenuti ben costruiti, realizzati con la collaborazione tra professionisti sanitari e della comunicazione, per evitare ambiguità o contraddizioni”.
Non solo like
Diviene allora fondamentale evitare l’ansia da visibilità e pensare i contenuti come ponti, non come slogan. “Dovremmo essere protagonisti, non solo validatori di messaggi veicolati da terzi”, afferma ancora Luigi Pinnarelli. “Abbiamo il dovere di tradurre le evidenze scientifiche in messaggi comprensibili, contrastando le fake news con autorevolezza”. E conclude con una nota operativa: “Un buon messaggio deve avere tre ingredienti: linguaggio chiaro e corretto, fonti verificabili e indicazioni concrete su cosa fare”.
La prevenzione non può essere ridotta a un gesto estetico, ma può essere restituita alla sua natura più profonda: un’educazione alla possibilità. A volte bastano poche parole, un video giusto o una storia onesta per cambiare uno sguardo, aprire un dubbio, avvicinare una scelta. Non è l’algoritmo a decidere. È il modo in cui lo usiamo. E lì, in quello spazio sottile tra tecnologia e intenzione, si gioca una partita che vale la pena giocare.
Tiziano Costantini
Dipartimento di epidemiologia del Ssr Lazio, Asl Roma 1

