Il mercato della prevenzione

Il business della prevenzione cresce tra screening inutili e marketing del benessere

Antonio Bonaldi

Past president, Slow Medicine ETS – Membro del comitato scientifico dell’Associazione medici per l’ambiente – Isde Italia

Marco Bobbio

Presidente, Slow Medicine ETS – Già direttore della Cardiologia dell’Ospedale di Cuneo

By Ottobre 2025Nessun commento

“La medicina ha fatto così tanti progressi che ormai più nessuno può considerarsi sano”, scriveva – più di cinquant’anni fa – Aldous Huxley, l’eminente biologo e scrittore britannico, famoso per i suoi romanzi distopici. In effetti, curare le persone sane sembra essere diventato l’obiettivo non dichiarato del mercato della salute, dato che curare i sani, anziché i malati, è più redditizio e meno rischioso.

Il concetto che prevenire è meglio che curare viene oggi utilizzato impropriamente per consigliare un’ampia gamma d’interventi: checkup, pacchetti preventivi, screening, test di autodiagnosi, dispositivi indossabili, diete di ogni tipo, assunzione di vitamine e integratori, incongrue prescrizioni di farmaci, e potremmo continuare. Un mondo da cui sembra esclusa però la prevenzione primaria, cioè gli interventi che riguardano l’ambiente fisico e sociale e l’adozione di stili di vita salutari. Basta sottoporsi a qualche test per vivere nell’illusione di aver fatto tutto il possibile per la propria salute, pur continuando a deteriorare l’ambiente, fumare, mangiare cibi ultra-processati, seguire diete sbilanciate, bere alcolici e non svolgere attività fisica.

Che fine ha fatto la prevenzione primaria?

Tre potenti fattori alimentano questo fenomeno: gli straordinari progressi della tecnologia medica che consentono, tra l’altro, di individuare piccole anomalie di scarso valore clinico, la tendenza ad abbassare le soglie dei parametri biologici entro cui si definisce la normalità (pressione, glicemia, lipidi, colesterolo, densità ossea, vitamina D, ecc.) e non ultimo, il bisogno di sicurezza e la paura di essere malati senza saperlo.

Amartya Sen, premio Nobel per l’economia, lo aveva capito fin dal 2002, osservando che la percezione del proprio stato di salute è inversamente proporzionale alla spesa sostenuta in campo sanitario. In altre parole, paradossalmente, quanto più si spende per la sanità tanto più la gente si sente malata [1]. Attenzione, però. Ciò non significa che per stare meglio basta tagliare i finanziamenti destinati ai servizi sanitari!

Risposte semplici a problemi complessi

Un fatto, comunque, è certo. Si sta espandendo in tutto il mondo il mercato basato sul presupposto sbagliato che trovare una malattia in fase precoce sia sempre utile. Sta aumentando il numero di laboratori, farmacie, cliniche private che invitano le persone a sottoporsi a svariate batterie di test diagnostici con finalità preventive e numerosi siti internet vendono kit diagnostici “fai da te” in grado di dosare vari biomarcatori (ormoni tiroidei, albuminuria, vitamina D, ferro, ecc.). Tutto senza prescrizione medica: basta chiedere e pagare. Come se la misura di un parametro biologico, avulso dalla storia clinica personale, dalla concomitante presenza di altri fattori di rischio e dallo stile di vita, possa di per sé individuare una patologia e giustificarne il trattamento.

L’offerta di risposte semplici a problemi complessi induce a credere che l’interazione tra l’organismo e le malattie si possa ricondurre a un insieme di parametri biologici e di conseguenza che per assicurare la salute basti normalizzare i vari parametri statisticamente alterati.

Certo, in alcuni casi, come per gli screening raccomandati da linee guida internazionali, la diagnosi precoce può salvare la vita, ma in generale i check-up non riducono l’incidenza di malattie gravi né il rischio di morte [2]. E che il mondo dei test di autodiagnosi sia ingannevole e che si tratti sostanzialmente di operazioni di marketing ce lo conferma un articolo pubblicato recentemente sul BMJ. Gli autori della ricerca, infatti, sulla base delle informazioni allegate a trenta test di autodiagnosi relativi a biomarcatori per diverse condizioni cliniche, concludono che molte indicazioni non sono coerenti con le linee guida cliniche basate su prove scientifiche e molte raccomandazioni non sono sufficienti per garantire un uso appropriato dei test [3].

Informazioni ingannevoli e assenza di regolamentazione

In tutti questi casi “benessere” è la parola chiave utilizzata per indirizzare i consumatori verso interventi sanitari poveri di prove di efficacia, ma accompagnati da eccellenti campagne promozionali, ricche di aggettivi accattivanti e di seducenti immagini di persone felici e in perfetta forma fisica. Così, la propaganda e la carenza di alfabetizzazione sanitaria vengono opportunamente sfruttate a fini commerciali, tanto che secondo l’organizzazione no-profit Global wellness institute l’industria del benessere vale ormai quattro volte l’industria farmaceutica [4]. Big wellness si mangia Big pharma, oltretutto con piena soddisfazione dei consumatori.

Le iniziative che si propongono di aiutare le persone a prendersi cura della propria salute in modo autonomo e responsabile sono certamente importanti. Tuttavia, fare affidamento sui vari pacchetti diagnostici e sui test di autodiagnosi non sembra dare le risposte sperate [5]. Anzi, questa strada potrebbe trasformarsi in un’ulteriore fonte di stress e di trattamenti diagnostici e terapeutici inutili [6].

Serve maggiore vigilanza delle istituzioni sulle informazioni ingannevoli.

Al fine di proteggere le persone dal rischio di adottare decisioni potenzialmente dannose, le istituzioni pubbliche dovrebbero vigilare e vietare la diffusione di informazioni ingannevoli. Inoltre i vari test diagnostici eseguiti con finalità preventive in soggetti in buona salute, prima di essere commercializzati, dovrebbero dar prova della loro efficacia e i consumatori dovrebbero essere adeguatamente informati sul modo di utilizzarli e sulle azioni da intraprendere in base ai risultati ottenuti.

Bibliografia
[1] Sen A. Health: perception versus observation. BMJ 2002;324:860-1.
[2] Krogsbøll LT, Jørgensen KJ, Gøtzsche PC. General health checks in adults for reducing morbidity and mortality from disease. Cochrane Database Syst Rev 2019;1:CD009009.
[3] Davenport C, Richter A, Hillier B, et al. Direct-to-consumer self-tests sold in the UK in 2023: cross sectional review of information on intended use, instructions for use, and post-test decision making. BMJ 2025;390:e085546.
[4] PR Newswire. The global wellness economy reaches a new peak of $6.3 trillion and is forecast to hit $9 trillion by 2028. 5 novembre 2024. Disponibile su: https://bit.ly/3KMiN1S
[5] Slow Medicine. Vera e finta prevenzione. Fare più̀ check-up non significa ridurre il rischio di ammalarsi, luglio 2025. Disponibile su: https://bit.ly/3L5C12v
[6] Ganguli I, Lupo C, Mainor AJ. Prevalence and cost of care cascades after low-value preoperative electrocardiogram for cataract surgery in fee-for service Medicare beneficiaries. JAMA Intern Med 2019;179:1211-19.