Per fronteggiare i cambiamenti climatici si parla spesso dell’approccio One health che integra l’ambiente, l’uomo e il mondo animale in maniera olistica. In un recente articolo pubblicato su The Lancet Regional Health Europe, lei propone il framework integrato “One health-climate risk”, finalizzato a colmare il divario tra conoscenza e azione, promuovendo interventi e politiche di adattamento e mitigazione a vari livelli. Quali sono le sinergie tra l’approccio One health e i cambiamenti climatici? In che modo possono supportarsi reciprocamente?
Il tallone d’Achille dell’approccio One health è il fatto che non riusciamo a collegare la salute umana, la salute animale e l’ambiente in maniera adeguata. Tendiamo a studiarle separatamente, a compartimenti stagni, ognuno segue una sola parte ed è difficile creare iniziative di ricerca continuative trasversali e multidisciplinari. Questa difficoltà la vediamo anche trattando i cambiamenti climatici, sia nello studio degli impatti che nelle politiche e misure di risposta molto settorializzate e poco trasversali.
Una possibile soluzione, che spesso cito trattando questo tema, è un approccio basato su un continuum della sorveglianza, simile a quanto viene fatto nella cura dell’hiv in cui una diagnosi tempestiva e accurata viene seguita da una terapia retrovirale e da un monitoraggio continuo che garantisce la piena aderenza alla terapia. Per i cambiamenti climatici dovremmo fare qualcosa di simile, ovvero garantire un continuum di sorveglianza e monitoraggio transdisciplinare degli impatti e dei rischi per la salute umana, animale e ambientale. Tuttavia, non è semplice. Solo considerando i dati necessari per la sorveglianza, ci imbattiamo in difficoltà – spesso difficili da risolvere – legate alla privacy e alla condivisione delle informazioni.
Se, invece, potessimo disporre di sistemi di sorveglianza paralleli per la salute umana e animale, in grado di fornire indicatori confrontabili e con tempistiche comuni, sarebbe più semplice affrontare situazioni emergenziali in un’ottica One health. Nell’articolo del Lancet da lei citato, proponiamo proprio questo approccio olistico e globale per affrontare l’emergenza, la trasmissione e la diffusione delle malattie infettive sensibili al clima. Il framework coniuga il modello di rischio climatico dell’Intergovernmental panel on climate change (hazard-exposure-vulnerability) con la prospettiva One health per la sorveglianza integrata della salute animale, umana e ambientale.
Se potessimo disporre di sistemi di sorveglianza paralleli per la salute umana e animale, sarebbe più semplice affrontare situazioni emergenziali in un’ottica One health.
La sanità pubblica ha finora avuto un ruolo marginale nella lotta ai cambiamenti climatici, soprattutto per la difficoltà di inserirsi nella multidisciplinarità della tematica e delle politiche adottate. Partendo dal framework One health, come può la sanità pubblica assumere un ruolo di maggiore rilievo nella lotta ai cambiamenti climatici?
Come accennato in precedenza, l’approccio One health deve essere visto come un’opportunità per la sanità pubblica, a patto che si riesca ad adottare un approccio trasversale e multidisciplinare, evitando di lavorare in modo settoriale. Con il framework One health-climate risk, basato su una sorveglianza e un monitoraggio continui nei tre diversi domini, diventa possibile rilevare i segnali precoci molto più rapidamente, traducendoli poi in azioni tempestive di sanità pubblica per ridurne gli impatti. Il rischio sanitario associato ai cambiamenti climatici non può essere trattato come una tradizionale curva dose-risposta, da affrontare con metodologie classiche. I cambiamenti climatici sono caratterizzati da eventi estremi inattesi, che mutano nel tempo, e l’unico modo per minimizzare l’impatto sulla sanità pubblica è adottare un approccio integrato a partire dall’analisi dei dati, passando per la comunicazione del rischio, fino alla formulazione di politiche adeguate.
L’approccio One health applicato ai cambiamenti climatici deve coniugare prospettive su diverse scale, dal globale al locale. Nello specifico, se pensiamo alla sorveglianza delle malattie infettive sensibili al clima, da un lato possiamo sfruttare i dati e i modelli su scala globale per stimare gli impatti futuri, confrontare scenari di risposta e definire politiche. Dall’altro, i dati raccolti a livello locale possono informare i modelli di malattie infettive, a livello sia locale sia globale, e migliorare le valutazioni del rischio di malattia in ambiti di azione pubblica più ampi. Negli ultimi anni, a livello locale, i cittadini e le comunità hanno supportato questo processo attraverso attività di citizen science. Utilizzando metodologie di monitoraggio più semplici, i cittadini possono comunque cogliere i segnali dall’ambiente, come la presenza di una zanzara o di una zecca, e tradurre tali informazioni in sistemi di sorveglianza su scala geografica più ampia. Un esempio pratico è il sistema di allerta zanzare attivato in Spagna da un gruppo di cittadini e ricercatori nell’ambito di un progetto di citizen science: hanno scoperto la presenza della zanzara Aedes japonicus, e sulla base di questi dati è stato sviluppato un sistema di sorveglianza nazionale. Anche qui, vedo l’importanza di creare una sinergia tra un approccio dal basso verso l’alto (bottom-up) e politiche che, partendo da una scala globale, vengano poi declinate a livello locale (top-down).
Infine, un altro aspetto rilevante è la formazione e la consapevolezza in ambito sanitario, non solo riguardo ai cambiamenti climatici ma anche sull’approccio One health e sulla necessità di ampliare le nostre conoscenze e il campo d’azione.

L’approccio integrato One health-climate risk. Basandosi sul quadro di riferimento dell’Ipcc per il rischio climatico e sulla prospettiva One health per la sorveglianza integrata della salute animale, umana e ambientale, l’IDAlert Consortium descrive un approccio olistico per affrontare l’emergenza, la trasmissione e la diffusione delle malattie infettive. Un “quadro integrato di conoscenza-azione” transdisciplinare combina flussi di ricerca applicata per co-produrre strumenti e soluzioni di supporto decisionale basati sull’evidenza, in collaborazione con un insieme diversificato di stakeholder politici. Come illustrato nella figura, le carenze nell’adattamento e nella preparazione al cambiamento climatico aumentano l’esposizione e la vulnerabilità ai pericoli legati al clima, creando rischi per la salute quando questi fattori si verificano contemporaneamente. La mitigazione del cambiamento climatico può ridurre tali pericoli, mentre gli interventi di adattamento e preparazione possono limitare l’esposizione e la vulnerabilità. Fonte: Rocklöv, JoacimRocklöv, Joacim et al. Lancet Reg Health Eur 2023;32:100701.
Nel contesto attuale, come possono le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale supportare l’intero quadro di risposta ai cambiamenti climatici?
L’intelligenza artificiale può essere uno strumento di estrema importanza in questo ambito. Nella nostra esperienza, abbiamo già utilizzato l’intelligenza artificiale e altre tecniche di machine learning per combinare variabili estremamente diverse, dall’ambito ambientale, economico, alla salute umana e animale, e attraverso modelli sofisticati siamo stati in grado di sviluppare algoritmi capaci di identificare i fattori alla base delle epidemie e diversi tipi di interazioni complesse. Questi nuovi strumenti ci permetteranno di fare cose prima impensabili, anche se, purtroppo, bisogna riconoscere che nella sanità pubblica il know-how per applicare tali metodologie è ancora marginale e il personale qualificato scarseggia, poiché molti professionisti preferiscono lavorare in settori più all’avanguardia e remunerativi.
Più riusciremo a evidenziare i co-benefici per la salute delle misure di adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici, maggiore sarà l’impegno e l’efficacia delle misure adottate per rispondere alla crisi climatica in corso.
Come può l’approccio One health supportare la sanità pubblica nel definire e guidare le politiche di adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici?
È evidente la necessità di lavorare di più sul concetto dei co-benefici per la salute derivanti dalle misure di adattamento e mitigazione, anche e soprattutto da una prospettiva One health. Un esempio legato alla mitigazione riguarda il consumo e la produzione industriale di carne: le evidenze scientifiche sulle emissioni di gas serra associate a questo fenomeno sono ben conosciute, così come i rischi per la salute legati al consumo di carni rosse e processate. A ciò si aggiunge l’enorme quantità di antibiotici somministrati in modo inappropriato agli animali, generando antibiotico resistenza, che poi si trasferisce anche all’uomo. Inoltre, un terzo delle infezioni da Campylobacter in Europa è dovuto al consumo di pollame contaminato. Quindi, sembra logico, da più prospettive, ridurre il consumo di carne: meno antibiotico resistenza, meno malattie infettive e non trasmissibili, meno emissioni di gas serra. Purtroppo, siamo ancora lontani da questo traguardo, e questa è proprio la sfida che la sanità pubblica deve affrontare riguardo ai cambiamenti climatici. Dobbiamo assolutamente elaborare strategie migliori per diffondere l’uso dei servizi climatici nella comunità sanitaria: più riusciremo a evidenziare i co-benefici per la salute delle misure di adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici, maggiore sarà l’impegno e l’efficacia delle misure adottate per rispondere alla crisi climatica in corso.

