Nessun uomo è un’isola. E nessuna nazione

Serve una sanità che riparta dal territorio, protegga i medici e i cittadini e pazienti più fragili, che parli il linguaggio della cooperazione globale per affrontare sfide vecchie e nuove

Intervista a Filippo Anelli

Presidente della Federazione nazionale medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo)

By Ottobre 2025Nessun commento

Presentando la “Carta di Roma” nel luglio scorso, lei ha sottolineato come la “tutela della salute [sia] un presidio di protezione, un investimento strategico per il futuro e per lo sviluppo dei Paesi europei e deve poter contare su una strategia condivisa e su risorse adeguate”. Allo stesso tempo, in diverse occasioni, lei ha messo in primo piano il ruolo del medico come alleato del cittadino-paziente nella promozione della salute: quanto è importante la Medicina generale nell’ambito delle strategie di medicina preventiva?

La Medicina generale rappresenta uno dei pilastri fondamentali della sanità pubblica. È un punto di riferimento essenziale per i cittadini, soprattutto nell’ambito della prevenzione. Quando, lo scorso luglio, abbiamo presentato la “Carta di Roma”, abbiamo voluto sottolineare con forza che la salute non è solo un bene individuale, ma un vero presidio di protezione collettiva, un elemento cardine per la coesione sociale e per lo sviluppo sostenibile dell’Europa.

In questo contesto, la Medicina generale assume un ruolo strategico. Secondo uno studio pubblicato sul British Medical Journal Open, la continuità di cura nella frequentazione del proprio medico è associata ad una riduzione della mortalità, tanto che “Il tuo medico ti allunga la vita” è diventato lo slogan di una campagna dell’Ordine dei medici di Bari, poi riproposta anche dalla Fnomceo. Il medico di Medicina generale è, infatti, il primo interlocutore del cittadino-paziente, la figura che meglio conosce il suo contesto familiare, sociale, lavorativo, e quindi anche i fattori di rischio che possono incidere sul suo stato di salute. È proprio in questo rapporto fiduciario che si crea il terreno più fertile per una medicina preventiva efficace e personalizzata. Nel dettaglio, il medico di Medicina generale può indirizzare il cittadino agli screening più appropriati per le sue condizioni, partecipa attivamente alle campagne vaccinali, promuovendo le vaccinazioni e somministrandole. Consiglia stili di vita sani, risponde alle domande del cittadino sulla propria salute. Se opportunamente supportato con personale e con strumenti diagnostici, come già previsto con la manovra 2020, potrebbe utilmente svolgere esami diagnostici di primo livello, come ad esempio ecografie, spirometrie, elettrocardiogrammi.

Promuovere la salute è guidare la persona a scelte consapevoli.

Promuovere la salute significa oggi, più che mai, intercettare precocemente i bisogni, educare alla prevenzione, guidare le persone in scelte consapevoli. Ed è qui che la Medicina generale può fare la differenza. Ma perché possa svolgere pienamente questo ruolo, è necessario che venga messa nelle condizioni di farlo: servono investimenti strutturali, risorse umane e tecnologiche, formazione continua, e soprattutto il riconoscimento del valore sociale e professionale dei medici che ogni giorno operano sul territorio.

In definitiva, se vogliamo costruire una sanità moderna, equa e sostenibile, dobbiamo ripartire dalla Medicina generale, valorizzandola come snodo centrale delle strategie di prevenzione e promozione della salute a livello nazionale ed europeo.

La Medicina preventiva si è sviluppata in Italia anche grazie alla crescita della consapevolezza dell’importanza della sicurezza sul lavoro. Oggi, gli infortuni sul lavoro non diminuiscono (quasi 600mila denunce nel 2024) e aumentano quelli con esito mortale (1189 nello stesso anno). In modo crescente, anche i medici sono vittime di violenza sui luoghi di lavoro: come prevenire le aggressioni negli ambulatori e negli ospedali?

Una recente ricerca Fnomceo-Censis ha indagato proprio le cause della violenza nei confronti dei medici e degli altri operatori sanitari. Per quanto riguarda la percezione dei cittadini, i dati mostrano un gap tra aspettative ed esperienze concrete, il cui esito inevitabile è un’incrinatura nel rapporto medico-paziente. In concreto, tale rapporto è sempre più schiacciato dai tempi ristretti che gli operatori sanitari possono dedicare all’interazione con pazienti, familiari o caregiver. E origine importante è la carenza di personale, tanto che il 66,4 per cento dei cittadini ha verificato la forte carenza di medici e infermieri, con punte del 71,9 per cento nel Sud e Isole.

Un rapporto incrinato anche dalle esperienze negative vissute dai cittadini nei luoghi essenziali della sanità. Al 52,2 per cento dei cittadini (al 60,5 per cento al Sud e Isole) è capitato di avere, per sé o per un parente, una brutta esperienza in un Pronto soccorso (lunghissime attese, carenza di informazioni, ecc.). In generale, nelle esperienze avute negli anni, il 72,3 per cento dei cittadini ha verificato un peggioramento nel servizio sanitario nel tempo.

In effetti, in venti anni si registra un incremento del carico medio teorico per punto di Pronto soccorso di 7923 unità annue pari a +23 per cento. Anche sul territorio, si registra una diminuzione del numero dei medici di Medicina generale, con conseguente aumento del numero degli assistiti e dei carichi di lavoro. Gli attuali 37.983 medici di Med cina generale sono in numero inferiore di oltre 9 mila unità rispetto a 20 anni fa e di oltre 7 mila rispetto a 10 anni fa.

Come fronteggiare quindi questo disagio profondo che accomuna medici e cittadini all’interno del Servizio sanitario nazionale? Sicuramente investendo sul servizio sanitario pubblico, aumentando il personale, elevando i livelli di sicurezza delle strutture ed enfatizzando l’importanza della comunicazione come cruciale fattore di prevenzione. In tutti i Pronto soccorso dell’Asl di Bari, dopo una sperimentazione di due anni condotta al Policlinico, è presente l’infermiere di accoglienza e di processo, che agisce da “mediatore” in un’area compresa tra la sala d’attesa e le postazioni di triage, aggiornando i familiari dell’utente in Pronto soccorso riguardo l’iter clinico-diagnostico-terapeutico intrapreso, con informazioni puntuali e costanti, e rispondendo alle richieste provenienti anche dallo stesso paziente in attesa.

Grazie a questa nuova figura professionale è possibile rendere più efficiente la presa in cura del paziente e dei suoi familiari, dal triage alla dimissione e/o ricovero, e creare una rete di collegamento tra i diversi professionisti della salute con l’obiettivo di ottimizzare i tempi d’attesa, ridurre le eventuali tensioni e migliorare così la gestione del processo in ogni singolo passaggio.

Il tempo che i medici dedicano all’ascolto dei pazienti è tempo di cura: lo dice la legge, mutuando il principio dal nostro Codice deontologico. E il tempo è un valore che non viene quantificato dal Servizio sanitario nazionale, eppure è una variabile importante nella dimensione della violenza. Ma oggi i medici hanno sempre meno tempo per parlare con i cittadini. È necessaria una rivoluzione culturale, che porti a considerare anche nei fatti il tempo della comunicazione come tempo di cura e la parola come vero antidoto alla violenza.

Il dialogo col paziente previene la violenza sui professionisti.

Tra gli altri interventi necessari, prioritario investire sui professionisti, come dicevamo: aumentandone il numero e tutelando il loro ruolo professionale. Concludere l’aggiornamento della Raccomandazione ministeriale n. 8 del 2007 per prevenire gli atti di violenza a danno degli operatori sanitari. Rafforzare poi i sistemi di gestione del rischio clinico e risk management, implementando le misure che consentono la riduzione dei fattori di rischio anche strutturali, tecnologici ed organizzativi. Migliorare il “pacchetto sicurezza”, con telecamere, dispositivi di sicurezza (uomo a terra con geolocalizzazione) e di allarme rapido, introducendo un coordinamento con le questure per l’intervento delle forze dell’ordine, prevedendo la presenza di personale di vigilanza nei Pronto soccorso e nei luoghi ad alto rischio. Riorganizzare l’accesso nelle strutture sanitarie attraverso misure organizzative e tecnologiche quali ad esempio il telecontrollo dei visitatori. Rendere sicuri i presidi sanitari ad alto rischio, come le guardie mediche isolate, monitorando l’applicazione delle prescrizioni previste dal documento di valutazione del rischio per la prevenzione della violenza. Ancora, fornire il supporto psicologico e legale agli operatori vittima di violenza. Predisporre percorsi di formazione per il personale al fine di migliorare la comunicazione e gestire gli episodi di violenza. Promuovere campagne di sensibilizzazione pubblica periodiche nazionali e locali, anche in collaborazione con le associazioni dei cittadini. Adottare i regolamenti per l’attuazione della normativa sulla procedibilità d’ufficio prevista dalla legge 113/2020. Istituire infine un fondo speciale dedicato al contenimento del fenomeno.

Sempre in tema di violenza sulla persona, il medico può svolgere un ruolo importante nella vigilanza e nella dissuasione della violenza domestica, anche perché oltre il 70 per cento delle vittime non denuncia all’autorità per timore di vendetta. Come può “muoversi” un medico in un ambito così delicato ma importante?

Proprio facendo leva su quel rapporto di fiducia di cui parlavamo all’inizio, che è alla base della relazione di cura. È importante perciò che i medici, soprattutto quelli che meglio conoscono la paziente o che in ogni caso per primi vengono a contatto con la vittima, medici di Medicina generale, pediatri di libera scelta, medici di continuità assistenziale, medici del Servizio di Emergenza-urgenza territoriale 118 ma anche del Pronto soccorso, odontoiatri e in generale tutti i colleghi, siano opportunamente formati per riconoscere i segni della violenza e per offrire un supporto concreto. Abbiamo apprezzato molto l’impegno dei colleghi dell’associazione Vìola Dauna che hanno elaborato uno strumento elettronico che permette di individuare le situazioni più a rischio, che potrebbe essere esteso a tutti i medici. All’interno della Fnomceo nella scorsa legislatura abbiamo istituito una commissione dedicata a questa tematica che ci tocca molto da vicino e che risponde al dovere deontologico di tutelare in maniera particolare i pazienti fragili, e progettato anche un percorso formativo aperto a tutti i medici italiani.

Le attività di prevenzione traggono vantaggio dalla cooperazione internazionale e da un approccio globale alla preparedness che può proteggere da possibili futuri eventi pandemici: qual è la posizione della Fnomceo su queste tematiche?

Proprio recentemente il Comitato centrale della Fnomceo si è espresso su queste tematiche, ribadendo in una mozione l’importanza di un approccio globale nella gestione e nella prevenzione degli eventi pandemici. Il piano pandemico è uno strumento essenziale per il contenimento e la gestione delle pandemie. Un patto tra gli Stati ne rafforza l’efficacia, attivando una rete di sinergie che, in un mondo globalizzato, consente di porre in essere azioni coerenti e mirate, finalizzate al miglior contenimento delle malattie trasmissibili a carattere pandemico. Come ripeteva Papa Francesco, nessuno si salva da solo e il Piano-Patto pandemico coinvolge in un’azione coordinata tutti gli Stati nell’affrontare una eventuale pandemia.

La promozione della salute chiede un approccio globale.

In un mondo che ha la necessità di azioni coordinate in tema di salute, l’Organizzazione mondiale della sanità rappresenta un’istituzione che realizza la cooperazione tra gli Stati e che, in tutti questi anni, ha consentito ai Paesi più fragili di fronteggiare situazioni di emergenza sanitaria, attraverso il sostegno e il contributo della comunità internazionale.

In un pianeta sempre più globalizzato la salute merita un approccio globale: tanto che si parla di One health, non solo nel senso di interconnessione tra salute dell’uomo, degli animali e dell’ecosistema, ma anche della stretta interdipendenza tra le popolazioni, dove la vulnerabilità di alcuni diventa vulnerabilità di tutti. Quando si parla di salute, nessun uomo è un’isola, nessun Paese è un’isola. La salute è patrimonio di tutti e va costruita tutti insieme: non solo per affrontare le minacce pandemiche, vicine o lontane che siano, perché è vero che virus e batteri non conoscono confini, ma è ancora più vero che proprio sulla mancanza di comunicazione e di cooperazione giocano per diffondersi con più velocità e forza. Ma anche e soprattutto per elaborare strategie di prevenzione delle malattie non trasmissibili e aumentare il grado di salute e di benessere di tutte le popolazioni del mondo, in un circolo virtuoso dove la salute del mio vicino è fonte della mia salute.

Oggi più che mai è dunque irrinunciabile l’adesione a un organismo sovranazionale, che lanci in tempo reale gli alert necessari e che coordini strategie globali di prevenzione e di risposta a eventuali minacce. Che, soprattutto, metta in moto un meccanismo di solidarietà che, aiutando le popolazioni più fragili, aumenti la salute del pianeta.

A cura della redazione