Non è la prima volta che parlo con David Quammen, di persona o via zoom, dal grande studio pieno di libri della sua casa in Montana, eppure mi sorprendo sempre di come sappia conciliare accuratezza e semplicità, sintesi e visione d’insieme. D’altra parte, non si diventa a caso uno dei più acclamati scrittori di scienza al mondo, grazie a saggi impeccabili dal punto di vista scientifico, ma godibili come romanzi. Il tutto senza avere un background accademico in una materia scientifica, ma vantando una laurea a Yale e una specializzazione in letteratura americana a Oxford.
In queste settimane sta uscendo il suo nuovo libro, “Il cuore selvaggio della natura”, presentato anche al Festival della Letteratura di Mantova. Esce per Adelphi come il suo best-seller “Spillover”, grazie a cui questa parola, e il concetto di salto di specie dei virus, è oggi nota a tutti. Il libro, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2012, tornò in cima alle classifiche di tutto il mondo allo scoppiare della pandemia da covid-19. Un testo antecedente di otto anni la nuova emergenza, in cui si raccontavano tanti casi in cui virus animali erano riusciti a passare agli esseri umani, poteva essere il miglior antidoto contro chi escludeva l’origine naturale di sars-cov-2, ritenendola inverosimile. La narrazione che faceva riferimento alla fuga dal laboratorio di virologia di Wuhan era più avvincente, più cinematografica, e soprattutto individuava un colpevole, tutti elementi che istintivamente come esseri umani andiamo a cercare. “Spillover” sfruttava lo stesso potere delle storie – tuttavia, vere – per ribadire come la salute animale e quella del pianeta siano interconnesse tra loro e con quella umana. Che insomma, esista “una sola salute”, “one health”.
“Oggi questa espressione è diventata un’etichetta che usano tutti” ha esordito Quammen nella chiacchierata che abbiamo fatto a fine estate 2024, “ma è stata usata per la prima volta in un’intervista al Washington Post nel 2003, mentre il mondo tremava per la doppia minaccia di sars e influenza aviaria. Fu un veterinario, William Karesh, impegnato sul campo, in Africa, nello studio e nel controllo di ebola a utilizzarla, spiegando quanto contasse per l’emergere di questa malattia il ruolo degli esseri umani, che invadevano la foresta a spese di gorilla e scimpanzè.
A più di vent’anni da allora, e a quasi cinque dalla comparsa di sars-cov-2, possiamo dire che l’importanza di questo approccio integrato sia stata ben compresa e abbia cominciato a indirizzare le politiche nazionali e sovranazionali?
Purtroppo, non sembra di vedere molti progressi nelle politiche necessarie a evitare un’altra pandemia. Negli Stati Uniti, per esempio, abbiamo centinaia di mandrie di vacche da latte che sono state colpite dal virus dell’influenza aviaria h5n1, nella variante che da qualche anno sta sterminando pollame, uccelli selvatici, ma per la prima volta anche mammiferi terrestri e marini, dalle otarie ai gatti domestici. Lasciare circolare con questa intensità il virus dell’influenza aviaria è molto pericoloso, perché più si replica, maggiori sono le probabilità che si realizzi la combinazione di mutazioni che può portarlo a diffondersi facilmente tra le persone. Eppure, assistiamo a uno scarso coordinamento tra le autorità sanitarie federali, come i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie di Atlanta (Cdc), e quelle dei singoli stati, che non sembrano disposti a rinunciare a parte della loro sovranità per il bene comune. Le lezioni della pandemia sono state dimenticate in fretta.
Lasciare circolare con questa intensità il virus dell’influenza aviaria è molto pericoloso, perché più si replica, maggiori sono le probabilità che si realizzi la combinazione di mutazioni che può portarlo a diffondersi facilmente tra le persone.
In piccolo, sembra lo stesso tipo di ostacolo che sta frenando a livello globale l’approvazione definitiva del Trattato pandemico tra i diversi Paesi del mondo. Quanto incide l’imminenza delle prossime elezioni presidenziali sulle capacità di risposta degli Stati Uniti alle minacce pandemiche presenti e future?
L’inadeguatezza della preparedness va oltre la prospettiva elettorale, ma non c’è dubbio che i risultati di novembre incideranno molto sulla capacità che avremo di difendere la salute dell’umanità. Lo dico chiaramente: la prospettiva di un ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump mi terrorizza, e dovrebbe terrorizzare chiunque abbia a cuore la scienza. Oggi siamo più pronti che nel 2020 a rispondere a un virus emergente, per esempio con nuovi vaccini, ma paghiamo una importante perdita di fiducia nella scienza. Nonostante qualche segnale positivo nella consapevolezza del pubblico, ci sono ancora troppe persone che credono ai complotti, che attaccano scienziati come Anthony Fauci, che sono terrorizzate dai vaccini e convinte che sars-cov-2 sia stato creato in laboratorio. La speranza è che una vittoria di Kamala Harris, figlia di una scienziata, porti maggior attenzione alla ricerca e contrasto alla disinformazione in questo campo.
A metà agosto, l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato la nuova epidemia africana provocata dal clado Ib di mpox una emergenza di sanità pubblica internazionale (Public health emergency of international concern, Pheic). Dopo una prima ondata di paura, l’interesse per questa minaccia in Europa e negli Stati Uniti, dove, mentre scrivo, non si è ancora registrata una trasmissione autoctona del virus, si è già molto ridimensionato. Non crede che anche le diseguaglianze tra Paesi ad alto, medio e basso reddito cozzino contro il concetto di One health? Se la salute è una, non possiamo proteggere la nostra distogliere lo sguardo da quel che accade in Asia, Africa o America latina: è d’accordo?
Questo è un buon punto, e non solo perché la diffusione di un’infezione in Africa minaccia anche gli altri continenti, ma perché gli oltre 500 morti registrati nel 2024 per mpox non sarebbero accettabili qui e non dovrebbero esserlo nemmeno nella Repubblica democratica del Congo. Detto questo, è innegabile il legame tra le condizioni socioeconomiche, la crisi climatica e alimentare, le migrazioni, la deforestazione e l’aumento del rischio di nuovi spillover o che piccoli focolai epidemici oggi si diffondano più facilmente rispetto a un tempo, dati i maggiori spostamenti di merci e persone.
Anche la guerra potrebbe essere inserita tra i determinanti di cui tenere conto in un’ottica di salute globale?
Certamente! La guerra compromette la salute già di per sé, per la morte, le ferite, le disabilità, i danni materiali che provoca direttamente alle persone, ma in più può creare un terreno fertile per lo sviluppo di varie epidemie: la distruzione può compromettere gli impianti che forniscono acqua potabile e le fognature, facilitando l’insorgenza di infezioni cutanee, delle ferite e a trasmissione orofecale. Lo vediamo nella guerra civile del Sudan, dove ai combattimenti si è aggiunta una gravissima carestia con epidemie di colera, o a Gaza, dove la situazione è tale che si è verificato addirittura un primo caso di poliomielite.
La crisi climatica, la perdita di biodiversità, l’aumento degli agenti infettivi emergenti sorgono infatti in maniera autonoma l’uno dall’altra.
Insomma, le minacce per la salute a livello globale si sommano e si intersecano, e l’approccio One health è indispensabile per orientarsi tra resistenza agli antibiotici, rischio pandemico, crisi alimentare… Qual è il ruolo della crisi climatica in tutto questo?
La crisi climatica ha un grosso peso, ma non dobbiamo pensare che tutto dipenda da questo, come alcuni movimenti giovanili sembrano credere. Mi piace spiegare la situazione odierna con l’immagine di tre fiumi, che nascono da sorgenti differenti, sono collegati tra loro da canali trasversali e alla fine confluiscono nella realtà in cui ci troviamo. La crisi climatica, la perdita di biodiversità, l’aumento degli agenti infettivi emergenti sorgono infatti in maniera autonoma l’uno dall’altra. Per alcuni aspetti poi si potenziano reciprocamente e sono tutti alimentati dalla sovrappopolazione e dall’eccessivo consumo di risorse del pianeta che non bastano a soddisfare i desideri di tutti, soprattutto perché non sono distribuite equamente. Per agire in maniera efficace, tuttavia, occorre un’azione combinata. Non dobbiamo concentrarci su uno solo di questi, perché tutti contribuiscono a mettere un’ipoteca sul futuro dell’umanità.
La maggior parte degli interventi richiesti dagli scienziati per contrastare questi fenomeni però, dalla deforestazione alla crisi climatica, si scontrano con settori importanti dell’economia, dall’industria basata sui combustibili fossili a quella di produzione e trasformazione della carne. Penalizzare ciò che contribuisce al benessere a cui siamo abituati rischia inevitabilmente di creare disoccupazione e togliere il consenso ai decisori, che nei paesi democratici non possono farne a meno. La crisi delle auto elettriche in Europa ne è un esempio recente. Come se ne esce?
Non ho, e non esiste, una bacchetta magica che possa risolvere problemi enormi come questi. Come ho scritto in un editoriale per il New York Times a giugno di quest’anno, la ricerca di cibo a basso prezzo da parte dei consumatori accentua il ricorso a pratiche potenzialmente rischiose. Abbiamo visto tutti le foto dei grattacieli che ospitano enormi allevamenti di maiali in Cina. D’altra parte so bene che la questione non si risolve accentuando i privilegi di chi può acquistare a caro prezzo verdure biologiche o carne di bovini che crescono liberi ai pascoli, invece che negli allevamenti intensivi. Né sarebbe etico impedire alle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo di perseguire gli standard minimi di benessere cui siamo abituati noi, come la corrente elettrica in tutte le case o i mezzi di trasporto che ci consentono di viaggiare. Non penso quindi che si possano imporre dalla sera alla mattina provvedimenti drastici, che rischiano di scatenare una reazione opposta e contraria. Ciò non toglie che si debba almeno cominciare a dire le cose come stanno per aumentare la consapevolezza delle persone su come questi temi minaccino il futuro di tutti. Si potrebbe anche lavorare alla formazione di nuovi professionisti, specializzati in One health, che abbiano le competenze e gli strumenti per offrire consulenza ai molti livelli (locali, nazionali e sovranazionali) cui si manifesta la necessità di questo approccio. In ogni caso, occorre che nel frattempo il pubblico si renda conto della sua importanza, e accetti di modificare abitudini, aspettative, anche gusti alimentari. Più ne parliamo, maggiori sono le probabilità che questo cambiamento avvenga.
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È tardi ma non troppo tardi
Per David Quammen definire “wildness” non è facile. La natura selvaggia è qualcosa di intangibile ma non è immaginaria: è un sistema che si basa sulla diversità biologica e i processi ecologici che interconnettono le diverse creature viventi. “Wildness” è la parola chiave del suo ultimo libro “Il cuore selvaggio della natura” che raccoglie i reportage sui progetti di conservazione realizzati dal 2000 al 2020 per il National Geographic. Di pagina in pagina, Quammen racconta la ricchezza e la fragilità della biodiversità e degli ecosistemi, con particolare attenzione alla grande Africa, evidenziando come l’Homo sapiens ne rappresenti la principale minaccia ma, allo stesso tempo, anche la più grande speranza per la loro conservazione.
I reportage non si concentrano solo su piante e animali, ma anche sui membri della nostra specie: scienziati, conservazionisti, funzionari pubblici e, soprattutto, le comunità locali, fondamentali per il successo della conservazione: è impossibile salvare le aree selvagge senza tenere conto delle esigenze delle persone che vivono in prossimità. Come in ogni negoziato di successo, la soluzione deve essere vantaggiosa per tutti. Ne è un esempio il conflitto tra scimpanzé e comunità umane nell’Uganda occidentale, dove la deforestazione ha ridotto l’habitat naturale dei primati, spingendoli a saccheggiare coltivazioni e, in alcuni casi, ad attaccare persone. Le ritorsioni contro gli scimpanzé sono state spesso illegali e mortali, ma il trasferimento degli animali è impraticabile poiché l’habitat disponibile è già occupato. Sono state quindi introdotte misure come la costruzione di pozzi, incentivi per il rimboschimento e programmi educativi per promuovere una fragile convivenza tra le due specie. Queste ed altre soluzioni innovative sono utili, ma restano parziali di fronte alla crescente perdita di habitat e ai cambiamenti climatici.
Quammen lascia però spazio alla speranza che azioni concrete possano ancora fare la differenza: anche se è tardi, non è ancora troppo tardi per salvare le ultime grandi aree selvagge del pianeta. Il suo invito è ristabilire un legame con la natura e le sue forme di vita, iniziando dall’ascolto.

