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    Le reti per i diritti

28 Ottobre 2019

Le reti per i diritti

Fare fronte comune per i diritti dei cittadiniintervista a Antonio Gaudioso
Integrità : tutto parte da qui per combattere il malaffareLeonardo Ferrante

Fare fronte comune per i diritti dei cittadini

Riconoscere e attribuire potere ai cittadini per una democrazia partecipata

Intervista a Antonio Gaudioso, Segretario generale Cittadinanzattiva

Qual è il ruolo di Cittadinanzattiva come costruttrice di network nell’ambito della salute?
Da più di quarant’anni Cittadinanzattiva si batte per la partecipazione civica e per la tutela dei diritti nel nostro paese. Siamo sempre partiti dall’idea che i cittadini non contano solo per votare e che il buon governo richieda un coinvolgimento attivo di tutti i soggetti interessati. Rendere partecipi i cittadini significa anche ridurre quelle stesse asimmetrie informative che spesso non permettono una corretta utilizzazione del Servizio sanitario nazionale. Se da un lato Cittadinanzattiva si batte per tutelare i diritti dei cittadini e promuovere la partecipazione civica e, dall’altro ha sempre sostenuto l’empowerment: un cittadino più informato e consapevole dei propri diritti, e indirettamente dei propri doveri, favorisce un buon governo dei sistemi e un migliore processo decisionale nell’interesse della collettività. La finalità dell’empowerment è proprio quella di fare “rete”, cioè coinvolgere i cittadini e le associazioni di cittadini affinché vidimino scelte prese da terze persone ma che li riguardano in prima persona.

Cosa significa lavorare sull’empowerment?
Vuol dire coinvolgere i soggetti laddove l’apporto delle loro conoscenze e competenze dimostra di poter agevolare un miglior governo dei sistemi. Cittadinanzattiva lo fa in diversi modi, per esempio coinvolgendo nelle campagne per la salute dei cittadini diversi stakeholder dell’ambiente scientifico, del mondo delle istituzioni e quello delle imprese. Pensiamo che l’empowerment e l’engagement producano non solo effetti diretti sulle attività stesse di Cittadinanzattiva, quali le campagne, ma anche effetti indiretti creando una comunità di persone che condividono un percorso comune e che, nel momento in cui vengono coinvolte, hanno la capacità di maturare punti di vista comuni permettendo di gestire al meglio le complessità che si potrebbero presentare di volta in volta.

Creare una rete di soggetti diversi con una visione comune del futuro per tutelare il diritto alla salute.

Una delle difficoltà nel fare “squadra” è la gestione dei conflitti?
Nel nostro paese il conflitto spesso viene visto come qualcosa da cui scappare, quando invece una “sana” dose di conflitto è fisiologica ogni volta che interlocutori con punti di vista e storie molto distanti si confrontano. L’importante è riuscire a mettere a fuoco qual è l’interesse generale e far sì che sia esso a guidare le azioni partecipate. Tutte le campagne di Cittadinanzattiva sono condotte in modalità multistakeholder, anche quelle finalizzate a cambiare le norme come per esempio “Diffondi la salute”. Questa campagna propone di riformulare l’articolo 117 della Costituzione, nella parte relativa alle materie di legislazione concorrente, come segue “tutela della salute nel rispetto del diritto dell’individuo e in coerenza con il principio di sussidiarietà di cui all’art. 118 della Costituzione”: mettere l’accento sull’individuo per restituire la centralità alla tutela del diritto alla salute ed evitare che eventuali inerzie istituzionali compromettano l’esercizio di tale diritto. In questa campagna sono coinvolte più di 600 organizzazioni, da quelle dei professionisti sanitari, tra cui la Fnomceo, a quelle di pazienti, perché se il diritto alla salute è un bene essenziale per tutti l’unica possibilità per tutelarlo è creare una rete di soggetti diversi che costruiscono una visione comune del futuro.

Qual è la difficoltà maggiore nel mettere insieme stakeholder diversi con esigenze e aspettative diverse?
Non è facile perché presuppone l’adozione di un approccio strategico e non tattico. Ma un approccio strategico rispetto a quello tattico è legato a risultati nel lungo periodo e come tale genera inevitabilmente delle conflittualità ogni volta che una parte di questi soggetti si aspetta di ricevere dei benefici nel breve periodo. Inoltre lavorare sulla contaminazione dei saperi e sulla condivisione degli obiettivi richiede il superamento del modello dell’autoreferenzialità. Il partenariato, cioè la costruzione di reti, può essere un valido antidoto all’autoreferenzialità che non riguarda solo gli “altri” ma anche lo stesso mondo civico e le organizzazioni di tutela. Il rischio dell’autoreferenzialità c’è sempre quando si è proiettati ai benefici nel breve periodo (approccio tattico) come potrebbero essere un titolo in più sul giornale o una maggiore risonanza sui social.

Come fare networking con gli stakeholder istituzionali?
Serve essere laici, valutare il merito delle cose e dare sempre il beneficio del dubbio ai nostri interlocutori. Serve adottare un approccio proattivo, ma anche forte nella dialettica del confronto per lasciare aperta la discussione sulla possibilità di condurre un percorso comune che abbia come orizzonte l’interesse generale. Purtroppo però in molti casi l’istituzione pubblica si dimostra impreparata al dialogo con i cittadini. La sua visione è spesso quella del risk manager, che trova nel cittadino attivo non un semplice interlocutore ma un elemento di difficoltà. Quando invece andrebbe visto come un’opportunità e un alleato nel perseguimento di un obiettivo comune. Ma il coinvolgimento dei cittadini risulta utile soltanto quando riconosce loro, insieme con le istituzioni, un ruolo e una competenza per il governo della sanità.


Integrità: tutto parte da qui per combattere il malaffare

Le reti civiche sono il miglior antidoto al network della corruzione

Leonardo Ferrante, Referente nazionale Anticorruzione civica e cittadinanza monitorante, Libera e Gruppo Abele

Per comprendere che cosa siano le reti civiche per l’integrità occorre avere chiari i tre concetti, non così immediati, contenuti nella stessa espressione: la dimensione reticolare dell’azione anticorruttiva contrapposta a una natura altrettanto reticolare del malaffare; la natura civica della proposta, che intende mettere in luce ciò che compete alla società civile organizzata; l’obiettivo dell’integrità.

Vigilare significa porre l’attenzione sul bene collettivo.

Cominciamo quindi proprio dall’ultima parola: integrità. È l’espressione più corretta per riferirsi a tutto ciò che, come cittadini, possiamo fare per contrastare la corruzione. Considerando infatti che la maggior parte di noi non appartiene a un organo di contrasto, che siano le forze di polizia o la magistratura, ne viene che l’anticorruzione, intesa come repressione, non ci compete. Anzi, un cittadino che si improvvisa poliziotto, o si affretta a giudicare secondo diritto, non conoscendo la materia, rischia di andare incontro a errori banali e rischi di non poco conto.

The walls have the eyes. Una ragazza, assieme a un collettivo di altre donne, ha disegnato sui muri del palazzo presidenziale di Kabul un enorme sguardo accompagnato da una scritta in arabo che recita: “La corruzione non può essere nascosta né a Dio né agli uomini”. Un’immagine che racconta il significato del monitoraggio civico e delle reti per l’integrità: vi guardiamo.

Viceversa, l’azione per l’integrità si traduce in due strategie. La prima: mantenersi integri. Occorre cioè vigilare sul proprio comportamento, imparando a conoscere e riconoscere tutte quelle possibilità di abuso di potere per fini privati, di conflitto d’interessi, anteponendo i propri bisogni al bene collettivo, di opacità delle scelte e delle relazioni. Non ci sono (e meno male) abbastanza poliziotti in grado di vigilare continuamente la nostra azione, ragione per cui spetta a noi controllare ciò che facciamo. Seconda strategia per l’integrità: vigilare l’azione della Pubblica amministrazione, che per definizione ha in cura il bene collettivo, e quelle forme del privato che si pongono più o meno indirettamente il medesimo obiettivo dell’interesse diffuso, soprattutto (si pensi alle grandi compagnie di social media) se raccolgono dati sulla nostra persona.

In questo caso, vigilare significa porre l’attenzione sul bene collettivo, fare in modo che non si dissolva, viziato da interessi privati e a danno di tutti noi: questa è la logica della corruzione (e di riflesso dell’anticorruzione) anche quando il diritto non arriva a definirla come tale.

Occorre generare una rete in grado di aumentare il riconoscimento dell’azione che le singole comunità portano avanti.

Risulta quindi più semplice comprendere cosa si intende per “civico” nella formula delle reti civiche dell’integrità, ossia avere chiaro che a ciascuno di noi compete una gigantesca partita, individuale e collettiva, per arginare il diffondersi della corruzione e delle sue sfumature. Con molta difficoltà, però, in Italia riusciamo a parlare di “democrazia monitorante”: è un concetto che può riassumere chiaramente ciò di cui si è parlato finora, ma assai lontano dalla pratica comune e dalla ricerca in merito al tema trattato. Siamo, infatti, ancora molto poco consapevoli tanto del nostro ruolo quanto dei nostri diritti. Diritti che discendono da una normativa, quella sulla prevenzione della corruzione del 2012, che da un lato ancora stenta a superare la natura dell’adempimento burocratico, dall’altro non riesce a tradursi in pratica diffusa. Esiste, cioè, tuttora poca conoscenza degli strumenti per l’esercizio del “diritto di sapere”, quali l’accesso civico (semplice e generalizzato), l’utilizzo dei dati aperti messi a disposizione dagli enti pubblici, la capacità di fare le domande giuste ai delegati giusti proprio alla luce dell’utilizzo dei dati amministrativi e delle informazioni in essi contenute.

In questo scenario, stanno sorgendo e organizzandosi realtà che – lentamente – cominciano a riconoscersi sotto il nome di “comunità monitoranti”, indipendentemente dal fatto che appartengano ad associazioni riconosciute o iniziative più o meno centralizzate. Sono piccoli e medi gruppi di persone che iniziano a diffondere e utilizzare tutti quei diritti figli della legge 190 del 2012, la normativa sulla prevenzione della corruzione, raccolgono dati pubblici rendendoli disponibili online, li riorganizzano per trasformarli in campagne di attivismo, li presentano a un pubblico più ampio, interpellano i candidati elettorali su impegni concreti per l’integrità e infine difendono i loro diritti con forza in caso di violazione.

Il progetto Common prova a tradurre in modo concreto una rete per l’integrità.

Queste piccole comunità, se lasciate da sole, rischiano di venire facilmente strumentalizzate e schiacciate sotto il peso della dimensione locale da cui provengono. Ecco perché occorre generare una rete in grado di aumentare il riconoscimento dell’azione che queste singole comunità portano avanti, che possa sostenerle e difenderle, al fine di organizzare e incoraggiare un progetto comune generato dall’incontro delle stesse, dando loro una voce forte e coesa. Una rete civica per l’integrità si pone proprio questo obiettivo, consapevole che la corruzione abbia anch’essa una natura reticolare. Lo stesso sistema giudiziario è infatti sempre più incapace di risalire a tutta la filiera della corruzione. Le reti si contrastano formando altre reti, quelle civiche per l’integrità sono il miglior antidoto, per quanto ancora parzialmente inespresso, al network della corruzione.

Il progetto Common, curato dalle associazioni Gruppo Abele e Libera, è uno degli esempi che prova a tradurre in modo concreto una rete per l’integrità, forti della territorialità dell’associazione antimafia e della competenza sullo sviluppo di comunità storicamente in capo al Gruppo Abele. La strada è lunga e ci auguriamo che iniziative come questa crescano e vengano diffusamente replicate.

Le reti per l’integrità a livello internazionale

Elisa Orlando

Passando dalla dimensione locale, dove agiscono le comunità monitoranti, alla dimensione nazionale, dove queste si organizzano per costruire una rete per l’integrità, non possiamo dimenticarci di volgere lo sguardo a una prospettiva più ampia, che cerchi di contestualizzare questo impegno nello scenario internazionale. Il monitoraggio fondato sulle comunità, infatti, è solo una delle forme di azione civica per l’integrità, tipiche di quella che possiamo chiamare “democrazia monitorante” (monitory democracy). Questa forma contemporanea di democrazia si caratterizza per una rapida crescita di diversi meccanismi civici di controllo del potere, tutti accumunati dall’obiettivo di evitarne un uso irresponsabile e di definire norme e regole etiche di comportamento per coloro che sono chiamati a decidere per la cosa pubblica. Fra questi meccanismi, molti emergono e si diffondono dal Sud Globale, come il budget partecipativo in Brasile e il social audit in India. Secondo dove ci troviamo nel tempo e nello spazio, quindi, possiamo osservare le diverse forme che il monitoraggio civico può assumere, rispecchiando fortemente gli strumenti, le opportunità e i limiti di un’azione per l’integrità con cui si deve confrontare la società civile. È difficile stabilire in quale misura i cittadini e le cittadine monitoranti, che si attivano nei diversi luoghi del pianeta secondo la stessa logica, stiano già lavorando in rete o, al contrario, quanto queste esperienze rimangano esempi frammentati (e, a volte, destinati a esaurirsi) di lotta alla corruzione e al malaffare.
Una nuova sfida posta a livello globale per raccogliere queste energie è rappresentata dall’Agenda per lo sviluppo sostenibile adottata dalle Nazioni Unite nel 2015 (anche chiamata: Agenda 2030). Fra i diciassette obiettivi che individuano le principali sfide che l’umanità nel suo complesso deve affrontare, l’obiettivo 16 “Pace, giustizia e istituzioni solide” si concentra esplicitamente su tutti quegli “ingredienti” essenziali per le comunità monitoranti e per la loro azione in costruzione di un sistema solido di integrità: lotta alla corruzione, trasparenza, diritto di sapere, processi decisionali reattivi, inclusivi, e partecipativi. Chissà, quindi, che proprio in vista di un impegno condiviso per realizzare gli obiettivi posti dall’Agenda 2030 (soprattutto sulla parte relativa all’obiettivo 16), non si possano rafforzare o creare nuove reti tra comunità monitoranti su scala più ampia, per dare sostenibilità ed efficacia a questo impegno diffuso.

Beni confiscati

Riccardo Christian Falcone

Un obiettivo, un percorso e una serie di strumenti. Ruota attorno a questi tre elementi fondamentali l’impegno di Libera per costruire – ed ecco l’obiettivo – la prima rete civica per l’integrità e la trasparenza dei beni confiscati in Italia.
Una vera e propria community, che sia il risultato del lavoro – e questo è il percorso – per mettere in rete e agevolare il lavoro condiviso di tutti quei gruppi che, dentro e fuori Libera, hanno deciso di spendere una parte del proprio tempo per monitorare i beni confiscati alle mafie.
Per farlo, occorrono strumenti adeguati – il terzo elemento – di conoscenza, indagine e attivazione. Strumenti che, come Libera, in questi mesi abbiamo provato a mettere a disposizione dei territori e che hanno trovato espressione concreta sostanzialmente in due “contenitori”: le Scuole Common – quella nazionale di Torino e quelle regionali in giro per l’Italia – e nel portale confiscatibene.it.
Il primo di questi due contenitori ha consentito di consegnare a quelli che amiamo definire “cittadini monitoranti” una vera e propria cassetta degli attrezzi, una bussola in grado di orientarli nell’impegnativo lavoro di monitoraggio dei beni confiscati. Abbiamo costruito il lavoro di formazione intorno a due poli: approfondimento teorico e laboratori pratici.
Il secondo, confiscatibene.it, raccoglie e mette a disposizione della community strumenti molto concreti per passare alla fase dell’attivazione territoriale. Tra questi, il generatore automatico di domande di accesso civico, la funzione “fai un report” per monitorare le condizioni dei beni confiscati sparsi in tutta Italia, la piattaforma “partecipa” per socializzare i risultati del proprio lavoro di monitoraggio, un blog e un glossario.
Obiettivo, percorso, strumenti. Da qui passa l’impegno del monitoraggio civico dei beni confiscati.
Da qui nasce la rete civica per l’integrità e la trasparenza su questo tema.

A scuola di Opencoesione e Integrity pact a Sibari

Cristina Orefice

Nella rete per l’integrità che, con voci e strategie diverse, lavora in tutta Italia in forme plurali per promuovere il monitoraggio civico, A scuola di Opencoesione si colloca come quel percorso di didattica interdisciplinare, promosso dal Miur in collaborazione con il Dipartimento delle politiche di coesione della Presidenza del Consiglio dei ministri, che vuole raccogliere la sfida di portare questi temi nei luoghi educativi. Si tratta di un progetto volto a promuovere il concetto di cittadinanza attiva, partecipativa e consapevole, nonché a valorizzare il ruolo pubblico all’interno del territorio di appartenenza. Più di tutto, vede gli studenti delle scuole secondarie superiori di tutta Italia protagonisti dell’attività di monitoraggio, unendo competenze di educazione civica, storytelling nonché abilità trasversali quali sviluppo di senso critico, lavoro in team e analisi di dati. A rendere ancora più stimolante il tutto è il concorso di respiro nazionale in cui si inserisce l’iniziativa che premia (con un viaggio a Bruxelles) il team che si distingue per la capacità critica, di analisi e narrazione del progetto stesso. Il percorso si snoda in quattro lezioni frontali, con intense attività di laboratorio, in cui gli studenti sono guidati dai propri insegnanti e dalle organizzazioni e associazioni cosiddette “Amici di ASOC”, attive nella promozione e nel sostegno di tutto il progetto. Gli studenti si assegnano tra loro compiti e ruoli, misurandosi con specifiche attitudini e abilità per definire l’azione del gruppo stesso, che sceglie il progetto finalizzato a monitorare e raccontare il territorio di appartenenza. Hanno a disposizione strumenti digitali con cui ingegnarsi, affinando capacità creative e di analisi, accrescendo conoscenze e competenze.  Sul portale Opencoesione, infatti, sono a disposizione dati relativi a risorse di programmazione, spese, progetti attuati, soggetti beneficiari, stato di avanzamento dei lavori. Partendo da quei dati, usando solo quelli necessari e incrociandoli con altri, raccontano gli esiti della loro ricerca, sintetizzando poi i risultati in un report di monitoraggio pubblicato sul portale Monithon collegato a Opencoesione.
Nelle esperienze di sviluppo del monitoraggio civico c’è un progetto che nasce sulla scia di questa iniziativa: l’esperienza Integrity pact a Sibari, che coinvolge il Parco archeologico e il Museo nazionale della Sibaritide. A differenza di Asoc, il monitoraggio non riguarda un progetto in itinere o concluso o in attesa di compimento, ma l’appalto pubblico fin dal suo inizio. Finanziato dalla Commissione europea, si ispira ai Patti di integrità e, quindi, all’applicazione di quel modello, alla gestione dei fondi europei e realizzato di concerto con il Mibact e il Segretariato generale per la Calabria, responsabile degli interventi. Da tre anni a oggi, grazie ad ActionAid (la quale ha un ruolo cruciale in questa iniziativa, reso possibile attraverso la sinergia con le associazioni Gruppo Abele e Monithon) si sta portando avanti questa importante iniziativa, creando una comunità di cittadini monitoranti e costituendo una vera e propria rete civica, anche grazie all’organizzazione di scuole e laboratori di monitoraggio civico, tra cui vari sopralluoghi e incontri con gli attuatori e beneficiari del progetto stesso. Entrambi questi progetti, che si richiamano nella forma, dimostrano quella nuova fisionomia che sta assumendo la società sempre più attenta e consapevole che vogliamo far crescere grazie alle reti per l’integrità.

Scuola Common 2019: #nonperscontato

Nicola De Lorenzo Poz

Quest’anno la Scuola Common, giunta alla quarta edizione, si è tenuta presso l’oasi di Cavoretto, sulle colline torinesi, dal 18 al 21 settembre. La presente edizione è stata incentrata sul tema del “non per scontato”. Ma che cos’è Scuola Common? Se il progetto Common è quella rete dell’integrità che mette insieme esperienze e pratiche in tutte le parti d’Italia, durante i quattro giorni della scuola la stessa rete si fa comunità di pratiche, discussione, riflessione e formazione congiunta. A tre anni dalla nascita del metodo bussola Common e delle varie esperienze di comunità monitoranti a livello locale è nata l’esigenza di raccogliere coralmente le idee su ciò che troppo spesso diamo, appunto, per scontato. I punti attorno ai quali si è dipanata la riflessione sono non dare per scontato: che per vigilare occorre vigilarsi; il sostantivo di comunità; l’aggettivo monitoranti; l’idea di bene comune; la partecipazione, la prevenzione civica della corruzione e l’open government. Nello specifico, si è riflettuto sull’auto-vigilanza e sui concetti di potere e responsabilità, si è discusso sul concetto di comunità e su quello di “monitoranti”. Ma si è parlato anche di cosa possa essere un bene comune – da una prospettiva economica e giuridica – e dello scenario, nazionale e internazionale, in cui si collocano le comunità monitoranti. Questa edizione della Scuola Common ha saputo far nascere diversi filoni di riflessione che sicuramente verranno rielaborati dalle singole comunità e dalla stessa rete che le unisce. Io, come molti altri presenti, sono ripartito da Torino fortemente arricchito da questa esperienza, e motivato nel continuare il mio impegno nell’organizzare comunità monitoranti nel territorio di appartenenza.

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