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    Le buone pratiche

28 Ottobre 2019

Le buone pratiche

La Rete nazionale dei trapianti tra ospedali, istituzioni e pazientiIntervista a Massimo Cardillo
Easy-net: in rete per un’assistenza miglioreNera Agabiti
Il rapporto ambiente-salute si traduce nel progetto RiasCarla Ancona, Francesco Forastiere

La Rete nazionale dei trapianti tra ospedali, istituzioni e pazienti

Un disegno in cui spiccano principi etici quali trasparenza, sicurezza ed equità

Intervista a Massimo Cardillo, direttore generale del Centro nazionale trapianti

Come si è formata la Rete nazionale dei trapianti?
La rete è oggi una realtà consolidata, costituita in seguito all’entrata in vigore della legge n. 91 – che regolamenta l’attività trapiantologica – del 1999, anno in cui viene anche istituito il Centro nazionale trapianti (Cnt). La rete rappresenta un’eccellenza del Sistema sanitario nazionale e comprende i centri che segnalano i donatori, quelli che eseguono i trapianti e tutte le strutture di coordinamento che fanno la valutazione e l’assegnazione degli organi. L’eccellenza della struttura organizzativa della rete è strettamente correlata all’abilità di coniugare le esigenze di crescita scientifico-culturale con le capacità organizzative volte alla cooperazione, e quest’ultima risulta essere un elemento condizionante sotto l’aspetto operativo. È essenziale che ci sia una forte sinergia di rete in questo meccanismo, in grado di coordinare diverse équipe mediche che operano in strutture lontane, o in regioni diverse. Valorizzare questa collaborazione ha permesso la crescita della rete trapiantologica. Inoltre, i centri che compongono la rete hanno sempre avuto la capacità di interrogarsi in modo critico sui risultati dell’attività, di ridiscutere periodicamente i protocolli, sia in sede regionale che in quella nazionale, con la prospettiva di ridisegnare un sistema dove ciascuno apporta il proprio contributo. Questo disegno si è consolidato con il tempo parallelamente alla crescita dell’attività trapiantologica, rafforzando la rete ancora di più.

L’eccellenza della struttura della rete è correlata all’abilità di coniugare le esigenze di crescita scientifico-culturale con le capacità organizzative volte alla cooperazione.

Come sostenere la crescita della rete trapiantologica?
Ad oggi è necessario trovare il modo di dare una risposta concreta al fabbisogno nazionale di organi per i trapianti. Come indicano i dati a disposizione del Cnt in Italia ci sono quasi novemila pazienti in lista d’attesa, di cui solo la metà riceve una risposta terapeutica al proprio bisogno, al di fuori di questa analisi rimangono tutte quelle persone che non possono essere inserite in lista proprio a causa dell’insufficiente numero di organi disponibili. La criticità più grande al momento è, dunque, quella di aumentare la disponibilità di organi per trapianto, poiché i donatori di organi e tessuti sono in numero considerevolmente inferiore rispetto alle potenzialità. Tra le molteplici ragioni, possiamo sottolinearne due in particolare: carenza organizzativa degli ospedali e consenso sociale alla donazione.

Per quanto riguarda il primo tema è fondamentale che in tutte le regioni italiane vengano messe in atto le misure previste dal Piano nazionale delle donazioni, approvato in Conferenza stato-regioni. L’atto ha come focus quello di strutturare in modo professionale l’attività trapiantologica negli ospedali, identificare i professionisti sanitari e le rispettive responsabilità, descrivere un assetto ottimale dell’organizzazione della rete e degli ospedali per fare in modo che tutti i potenziali donatori vengano messi a disposizione dei riceventi. Ma non tutte le regioni hanno adottato in modo adeguato queste disposizioni. L’applicazione del Piano nazionale delle donazioni è importante in particolar modo per dare nuovo sostegno allo sviluppo di programmi innovativi come quello della donazione da soggetto deceduto a cuore fermo; solo nel 2018 sono stati eseguiti più di 100 trapianti di organi provenienti da questo tipo di donatori e il numero è in crescita.

Il consenso sociale, invece, non rappresenta un grande ostacolo a questo tipo di donazione (in tali circostanze la morte del congiunto è di più facile comprensione); mentre rappresenta ancora un problema in alcune regioni italiane in caso di donazione a cuore battente, dove si osservano tassi di opposizione alla donazione molto alti, a volte superiori al 50 per cento. In questi casi è più difficile far comprendere ai familiari che il proprio congiunto è morto perché il cervello è irrimediabilmente distrutto, e che il battito cardiaco è presente solo per il sostegno farmacologico e per la ventilazione artificiale.

Come vi state muovendo per aumentare il consenso sociale alla donazione?
Il Cnt è da sempre impegnato nella sensibilizzazione della popolazione sull’importanza della dichiarazione di volontà in vita. Ad esempio, il programma di collaborazione con i comuni italiani ha portato alla registrazione di 5 milioni di persone, tramite il consenso espresso con il rilascio della nuova carta d’identità. Occorre però offrire una formazione più capillare rivolta agli operatori degli uffici anagrafici, in modo che possano offrire questa possibilità a tutti i cittadini in modo chiaro e informato. Inoltre, questa scelta si può esprimere attraverso altri canali, quali il sito del Ministero della salute o recandosi nelle asl. Queste campagne di comunicazione devono essere rinnovate periodicamente per mantenere viva l’attenzione dei cittadini su temi naturalmente poco affrontati nel quotidiano. Analogamente bisogna impegnarsi con maggior vigore nella sensibilizzazione di scuole e università, soprattutto nei percorsi che formano il personale sanitario di domani.

Fonte: Report 2018 della Rete nazionale trapianti – www.trapianti.salute.gov.it

Quanto è importante intrecciare la rete trapiantologica con quella dei cittadini?
I pazienti creano una rete fondamentale all’interno dell’attività trapiantologica, che trova la sua espressione nelle associazioni, con cui si è stretta un’importante sinergia consolidata sempre più nel tempo. Esse rappresentano i pazienti e i familiari dei donatori, inoltre, hanno sempre contribuito in modo significativo all’attività di sensibilizzazione rivolta ai cittadini, dando respiro al confronto di natura etico-sociale tra la popolazione e le istituzioni. Le associazioni hanno un ruolo importante perché introducono nel dibattito dell’assegnazione degli organi anche il punto di vista del paziente, cercando di valorizzare le variabili di natura etica (tempo trascorso in dialisi nel caso di trapianto di rene) in contrapposizione ai criteri di assegnazione puramente biologici. Il concetto di rete, in trapiantologia, va oltre i confini della rete degli operatori sanitari e si allarga anche alla rete dei pazienti e delle associazioni. Le associazioni sono anche testimoni del fatto che la rete trapiantologica opera con criteri di assoluta trasparenza, nell’ambito di un sistema sanitario pubblico solidaristico che cerca di garantire questa prestazione a tutti i cittadini che ne hanno bisogno.

Che ruolo ha la ricerca nella rete di trapianti?
Il Cnt deve mantenere un forte collegamento con la rete, visto che interviene in modo diretto nelle procedure di selezione dei donatori e nell’assegnazione degli organi a livello nazionale; inoltre, deve essere in grado di cogliere le istanze degli operatori sanitari e supportare la crescita del sistema. La trapiantologia è una disciplina che incoraggia lo sviluppo della ricerca cercando di mantenere e sviluppare questo suo ruolo in collaborazione con le società scientifiche, con le quali si stabilisce una rete di relazioni. La collaborazione si esprime ad esempio attraverso l’analisi periodica dei dati di attività raccolti attraverso il Sistema informativo dei trapianti (Sit), che vengono messi a disposizione della rete per promuovere la crescita scientifica e l’identificazione di percorsi di miglioramento. Tale collaborazione è anche estesa a molte società scientifiche internazionali, per confermare il ruolo attivo che la rete italiana svolge nel panorama internazionale.

Nel suo editoriale nella rivista Trapianti scrive che “si apre una nuova stagione dei trapianti”. In quali termini si traduce questa prospettiva?
Le sfide che ci aspettano in futuro sono tante. Un tema sul quale dovremo sicuramente confrontarci è la conservazione degli organi dopo l’espianto. La tecnica della conservazione a freddo è ancora la pratica standard, ma viene progressivamente sostituita dalla possibilità di usare macchine di perfusione ex-situ, che permettono di conservare l’organo in condizioni fisiologiche migliori e in sicurezza, tali da ottimizzare la performance del trapianto. La questione del confezionamento è strettamente legata alla necessità di una maggiore professionalizzazione delle procedure di trasporto, in linea con ciò che è stato stabilito nel Piano nazionale delle donazioni. Da consolidare ulteriormente la rete della sicurezza, che già oggi rappresenta una eccellenza del sistema italiano, grazie alla possibilità di consultare h24 esperti che valutano l’idoneità del donatore e il rischio di trasmissione di malattie con il trapianto. Ma il problema più importante da risolvere, è doveroso sottolinearlo nuovamente, continua ad essere l’insufficienza di organi: occorre studiare tutte le possibilità per utilizzare quelli potenzialmente disponibili. Questo ci permette di introdurre il tema del trapianto da donatore vivente, riguardo la donazione del rene e quella di parte del fegato. Il dono non è soltanto un gesto collegato a ciò che accade dopo la morte, è infatti necessario sviluppare la cultura della donazione da vivente, informare i pazienti e i loro familiari di questa preziosa opportunità, rassicurarli sul fatto che il trapianto è una procedura sicura e che comporta rischi minimi, sia per il ricevente sia per il donatore. Ad esempio, nel caso del trapianto di rene da donatore vivente, i pazienti e le loro famiglie dovrebbero essere informati di questa opportunità anche prima dell’inizio della terapia di dialisi, poiché la donazione migliora la qualità della vita non solo del paziente ma di tutta la sua famiglia, non più costretta dai vincoli che la terapia dialitica impone. Anche la donazione di parte del fegato è oggi una pratica sicura, soprattutto utile per i pazienti pediatrici, che possono ricevere una porzione di fegato da un loro genitore, ed oggi questa procedura può essere estesa con adeguati livelli di sicurezza anche ai pazienti adulti.

Altre importanti sfide per ottimizzare la rete del territorio?
Una è sicuramente rappresentata dalla creazione – e il Cnt si impegna affinché si realizzi – di una sinergia di rete con le istituzioni. Le scelte organizzative sono figlie di un forte impegno istituzionale. Per come è strutturata la rete trapiantologica le relazioni con il Ministero della salute e con le autorità sanitarie regionali sono importanti, le regioni devono fare la propria parte ma seguendo una linea di cooperazione che guardi oltre il proprio confine, poiché ogni decisione presa a livello regionale ha un impatto nazionale.

Il Sistema informativo dei trapianti garantisce maggiore affidabilità e sicurezza del flusso di dati.

Infine, un elemento essenziale di questa rete è rappresentato dal Sit, nato dall’esigenza di gestire il percorso di donazione e trapianto in tempo reale, garantendo maggiore affidabilità e sicurezza del flusso di dati. La sua distribuzione capillare permette di paragonarlo al sistema nervoso, con sede centrale al Cnt e ramificazioni che arrivano a tutte le unità operative periferiche sul territorio. Questo consente un importante interscambio di dati, i quali rappresentano l’elemento sul quale la rete può valutare la propria performance e si interroga sull’attività svolta. Il Sit si è progressivamente trasformato da grande contenitore di dati di prelievo, allocazione e trapianto d’organi, a strumento operativo di gestione dell’intero programma. Analizzare con attenzione la struttura organizzativa della rete permette di ottimizzare e rendere meno disomogenee le attività regionali e migliorare l’efficienza sul piano nazionale: occorre avere, anche qui, una grande sinergia di rete.

ottobre 2019


Easy-Net: in rete per un’assistenza migliore

Sette regioni coinvolte in altrettanti percorsi di ricerca per valutare l’efficacia dell’audit & feedback

Nera Agabiti, Gruppo di Ricerca Eeasy-Net, Dipartimento di epidemiologia, Servizio sanitario regionale Lazio, Asl Roma 1

Il progetto di rete Easy-Net (www.easy-net.info), fortemente voluto dal Ministero della salute, nasce con l’obiettivo di valutare l’efficacia delle pratiche di audit & feedback (A&F) nel miglioramento della qualità delle cure in condizioni cliniche diverse, in vari contesti organizzativi e normativi; si avvale di un set di indicatori basati sulle banche dati del Servizio sanitario nazionale. Finanziato dal Ministero della salute e cofinanziato da sette regioni partecipanti, il progetto è coordinato dal Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio.

Il programma deriva dall’esigenza di realizzare progetti collaborativi che uniscano il rigore metodologico tipico dei progetti di ricerca con progetti che abbiano un forte impatto sulle politiche di sanità pubblica regionale. Ognuna delle sette regioni che partecipano al progetto affronta il tema del miglioramento della qualità dell’assistenza attraverso le tecniche di A&F, già conosciute e delle quali sono noti i vantaggi, ma per le quali non sono ancora noti i fattori che le rendono più efficaci, più semplici da applicare o che ne limitino l’uso.

L’A&F è definito come qualsiasi sintesi dell’assistenza sanitaria erogata in un determinato periodo di tempo, volta a fornire informazioni agli operatori sanitari per consentire loro di valutare e adeguare le loro prestazioni. Per strategie di A&F si intendono quegli interventi di miglioramento della qualità dell’assistenza basati sulla reportistica periodica di dati riguardanti le proprie performance, resa disponibile ai professionisti e agli operatori sanitari. L’A&F è comunemente usato per aiutare gli erogatori del servizio sanitario a identificare il divario tra conoscenza e pratica, con l’obiettivo di migliorare la qualità dell’assistenza.

Una rete che lavora concretamente allo scambio e alla condivisione di esperienze, metodi, strumenti e competenze a livello trasversale tra regioni.

Diverse regioni per diversi ambiti assistenziali
Lazio, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Emilia-Romagna, Lombardia, Calabria, Sicilia: sono le sette regioni coinvolte nel progetto di rete Easy-Net. Ciascuna di esse svilupperà e attuerà strategie di A&F e condurrà progetti sperimentali di studio in aree cliniche specifiche dettate dal contesto legislativo regionale e dall’organizzazione dei servizi sanitari.

Le aree clinico-organizzative di interesse sono: per il Lazio le cure in emergenza, il diabete mellito e la broncopneumopatia cronica ostruttiva; per il Friuli Venezia Giulia le cure di emergenza; per il Piemonte le cure oncologiche; per l’Emilia-Romagna le malattie croniche; per la Lombardia le patologie cardiovascolari; per la Calabria i parti e la salute materno-infantile; per la Sicilia le cure in emergenza.

L’efficacia dei diversi tipi di A&F sarà confrontata in termini di esiti, utilizzando le banche dati dei sistemi informativi sanitari, attraverso idonei disegni di studi osservazionali e appropriati approcci analitici. Le analisi di tipo qualitativo saranno utili a valutare la soddisfazione dei pazienti e degli operatori sanitari e i cambiamenti percepiti nelle pratiche di erogazione delle cure e negli esiti. Easy-Net è una rete che lavora concretamente non solo alla possibilità di ottenere dei miglioramenti regione-specifici, ma anche allo scambio e alla condivisione di esperienze, metodi, strumenti e competenze a livello trasversale tra regioni.

L’obiettivo è fornire dati comparativi sull’efficacia delle strategie di A&F implementate nelle diverse regioni, sull’organizzazione dei servizi sanitari, sul livello di assistenza ai pazienti. Poi, rilevare fattori di contrasto/facilitazione che permetteranno di individuare i meccanismi e gli strumenti per migliorare l’efficacia delle attività di A&F in diversi contesti e aree cliniche.

Definire metodologie, procedure e strumenti per implementare le attività di A&F significa sostenere le organizzazioni sanitarie a livello locale e regionale con misure di miglioramento efficaci e orientate all’equità che devono essere inglobate all’interno dei servizi assistenziali e “messe a sistema”. Ma significa anche creare una cultura di collaborazione interprofessionale, fondamentale per offrire cure di alta qualità ai pazienti con problemi complessi. Inoltre, significa sensibilizzare medici e operatori sanitari sulla qualità e la completezza dei dati registrati nei sistemi informativi sanitari da utilizzare anche ai fini di valutazione.

Il primo passo della comunicazione del progetto è stato lo studio dell’immagine coordinata (logo e marchio) che lo avrebbe caratterizzato. Poi, è iniziata la disseminazione dei metodi attraverso la presentazione di un poster al congresso di Epidemiologia (accanto) e la produzione dei primi materiali utili ai diversi progetti di ricerca.

Competenze trasversali in rete
Tra i punti di forza del progetto di rete Easy-Net certamente c’è l’aver creato un gruppo di lavoro che unisce non solo clinici, ma anche esperti di A&F e comunicazione, direzioni aziendali e regionali, ed epidemiologi. Per questo, assume grande importanza l’istituzione delle aree trasversali ai sette work package sui temi di: audit & feedback, comunicazione, equità, metodi.

Audit & feedback. Perché valorizzare l’A&F come strumento di raccordo tra i vari progetti? Cosa fare con il sistema di reportistica trasversale da restituire ai clinici? Come costruire una reportistica efficace e accattivante? Con quale frequenza scadenzarla? Su quali standard basarla? Sono le domande alla base della riflessione del gruppo di lavoro sul tema dell’A&F. L’obiettivo è costruire una riflessione strutturata sul tema, trasversale ai progetti portati avanti dalle sette regioni, per valorizzare la variabilità degli approcci, descriverla e analizzarla attraverso un template che consenta di raccogliere informazioni sul modo in cui i singoli progetti regionali sono stati pensati, disegnati e attuati. Tra gli obiettivi culturali vi è quello di creare una comunità di “saperi pratici” intorno al tema dell’A&F, promuovere incontri sul tema e favorire connessioni con la comunità scientifica internazionale.

Comunicazione. Dotare il progetto di un’unità operativa che si occupi della disseminazione dei risultati è una novità. “È fondamentale che tutti siano messi a conoscenza dei risultati che via via si ottengono dai sette gruppi di lavoro”, spiega Luca De Fiore, direttore de Il Pensiero Scientifico Editore e coordinatore del gruppo trasversale di ricerca sulla comunicazione Easy-Net. “Una delle caratteristiche che vorremmo dare a questa attività è quella di diffondere i risultati in tutte le fasi della ricerca, più tempestivamente possibile, sia a chi ha finanziato sia ai cittadini, protagonisti e destinatari finali delle ricerche”. Dai social media al sito fino agli strumenti più tradizionali della disseminazione accademica, il gruppo di comunicazione cercherà di valorizzare al massimo le diverse esperienze portate avanti.

Equità. Valutare l’impatto delle strategie di A&F serve anche a ridurre le disuguaglianze nell’accesso a interventi sanitari efficaci nelle popolazioni svantaggiate a livello socioeconomico. Come rendere i servizi sanitari accessibili, rispondenti ai bisogni e adeguati a tutte le categorie di pazienti? Come assicurare competenze e conoscenze adeguate a fornire servizi equi e sensibili alle differenze? Come ridurre le disuguaglianze nell’accesso ai servizi, nella qualità dell’assistenza e nei risultati di salute? Queste le domande al centro della riflessione sul tema dell’equità, con l’obiettivo di integrare questa dimensione in tutte le attività di A&F per aumentare la consapevolezza dell’importanza della equity lens nelle pratiche cliniche e portare avanti azioni di contrasto alla eterogeneità nell’accesso ai servizi sanitari da parte di cittadini con livelli diversi di risorse culturali ed economiche.

Metodi. A quest’area spetta il compito di una meta riflessione sul metodo, che andrà definendosi via via che ogni work package avanzerà nel proprio progetto di ricerca. Un compito che mira a: valorizzare gli aspetti metodologici del programma di rete; valutare la variabilità nel disegno dello studio in funzione del setting assistenziale e degli obiettivi specifici dei singoli work package; produrre una revisione dei metodi più innovativi ed efficaci per le valutazioni di impatto.

Nella massima libertà concessa ai singoli work package, dal punto di vista del metodo sarà interessante provare a ricondurre le diverse regioni a un disegno più omogeneo possibile per valutare l’impatto dei diversi tipi di A&F applicabili.

ottobre 2019


Il rapporto ambiente-salute si traduce nel progetto Rias

Verso una rete nazionale ambiente e salute

Carla Ancona e Francesco Forastiere, per il gruppo di lavoro Rias, Dipartimento di epidemiologia, Servizio sanitario regionale Lazio, Asl Roma 1

L’integrazione delle attività tra il settore ambientale e quello sanitario è di importanza fondamentale per proteggere la salute dai rischi derivanti dalla contaminazione ambientale e per garantire luoghi abitativi e di lavoro che tutelino la salute dei residenti e dei lavoratori. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che nella regione europea dell’Oms interventi strutturali di risanamento ambientale potrebbero ridurre la mortalità generale di quasi il 20 per cento. Mentre il rapido sviluppo sociale ed economico, unito all’eredità di degrado ambientale (e alla sua interazione con altri significativi determinanti della salute), causano impatti potenzialmente rilevanti sulla salute, esiste un grande potenziale per un guadagno di salute complessivo, se venissero presi in considerazione i determinanti ambientali. Basti pensare che il solo inquinamento atmosferico nel nostro paese è responsabile di decine di migliaia di morti premature e di un aumento importante della morbosità per molte malattie croniche [1].

Azioni concrete sul territorio
Purtroppo la sensibilità generale sul tema in Italia non è stata rilevante e i vari governi si sono succeduti da decenni senza affrontare le criticità ambientali con la dovuta coerenza. Solo oggi, grazie al movimento Fridays for Future, la sensibilità sembra essere rinnovata.

È necessario rafforzare il paese nella propria capacità di occuparsi di questioni ambientali.

In linea con i recenti orientamenti in materia di salute ambientale, come riflesso negli atti della sesta conferenza ministeriale su ambiente e salute (Ostrava, Repupplica Ceca, 2017) e della prima conferenza mondiale dell’Oms sull’inquinamento atmosferico (Ginevra, 2018), è necessario rafforzare il paese nella propria capacità di occuparsi di questioni ambientali con le conseguenti ripercussioni sanitarie e promuovere il processo di cambiamento dando responsabilità maggiori a coloro che sono impegnati nella sanità pubblica e nell’assistenza sanitaria di base.

La multiformità degli interventi necessita di una ricomposizione in una rete.

In Italia esiste una lunga tradizione nella valutazione degli effetti dei fattori di pressione ambientale sulla salute che coinvolge da una parte il Sistema sanitario nazionale (Ssn) e dall’altra il Sistema nazionale per la protezione ambientale (Snpa). I dati dei sistemi informativi sanitari, dei registri di mortalità e di incidenza tumorale, quelli delle malformazioni congenite e dei mesoteliomi, i sistemi di sorveglianza nazionali sugli effetti delle ondate di calore e sullo stato di salute nei siti contaminati permettono il monitoraggio degli effetti dell’esposizione a diverse fonti di inquinanti sulla salute, con una particolare attenzione alle possibili disuguaglianze di genere, di età e sociali. La produzione è ricca e le iniziative nazionali su questi temi sono numerose. Il programma del Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ccm) del Ministero della salute ha finanziato numerose iniziative per lo studio dell’impatto sulla salute dell’inquinamento atmosferico [2], del rumore [3], dei siti industrialmente contaminati [4], ondate di calore, rifiuti [5] e anche il sistema ambientale risulta molto attivo e ha avviato numerose attività di comunicazione per gli operatori e i cittadini.

Questa multiformità di interventi necessita di una ricomposizione in una rete in grado di armonizzare e potenziare l’azione degli enti impegnati sui temi ambiente e salute. Non si può ignorare, infatti, che si registrano ancora numerosi aspetti critici nelle attribuzioni delle competenze tra le strutture delle agenzie sanitarie regionali e il Ssn, una formazione generale su questi aspetti ancora carente ed eterogenea, un linguaggio difforme e differenze interregionali che rendono necessari programmi di azione e di formazione coordinati, coerenti e non settoriali.

Occorrono programmi di azione e di formazione coordinati, coerenti e non settoriali.

Il Rias risponde all’esigenza di uniformità
Il progetto Rete italiana ambiente e salute (Rias) del Ccm nasce dunque con l’intento di consolidare il coordinamento delle componenti istituzionali sul tema ambiente e salute in Italia attraverso il coinvolgimento e il lavoro congiunto delle strutture ambientali e sanitarie. L’integrazione ambiente e salute è un’esigenza molto sentita dalle strutture ambientali e sanitarie che operano sul territorio, in particolare a livello delle regioni e dei dipartimenti di prevenzione delle aziende sanitarie locali. La mancata definizione formale della figura professionale dell’esperto nella valutazione dell’impatto sanitario delle esposizioni ambientali rappresenta un ulteriore fattore di criticità. Si tratta di una figura professionale nuova (non solo in veste di sanitario) con caratteristiche manageriali e un background che gli consente di comprendere, utilizzare ed integrare, con approccio multisettoriale, il contributo differenziale delle molteplici discipline e figure professionali coinvolte (scienze ambientali, epidemiologia, tossicologia, economia). Tale figura è necessaria per dare risposta a specifici quesiti e problematiche sia ambientali che sanitarie, grazie alla capacità di coordinare e valorizzare il lavoro di squadra, integrando il contributo di esperti che agiscono di concerto, ognuno con la propria specifica formazione, expertise e ambito di attività

Il Rias si focalizza sui temi dell’integrazione istituzionale con la finalità di superare la settorialità dei processi valutativi e formativi.

L’impegno nella formazione
L’obiettivo principale del progetto Rias è lo sviluppo di sinergie tra strutture sanitarie e strutture del sistema nazionale per la protezione ambientale con la prospettiva di condividere ed integrare le conoscenze e i dati disponibili, seguendo un approccio interistituzionale. Il progetto prevede inoltre un’attività di formazione con l’obiettivo di soddisfare i bisogni di conoscenza sui temi ambiente e salute. Nell’ambito del Piano nazionale della prevenzione 2014-2019, il progetto EpiAmbNet (rete italiana di epidemiologia ambientale) è stato un esempio recente di attività educativa che ha coinvolto numerose regioni italiane, ma la formazione non è ancora completa in modo capillare e uniforme su tutto il territorio nazionale. Gli operatori del Ssn e quelli del Snpa soffrono, soprattutto in alcune regioni, dell’assenza di un programma formativo organico e condiviso che fornisca loro i necessari strumenti conoscitivi. Conoscenze, linguaggi e pratiche comuni sono, ad oggi, carenti con conseguenze negative sull’operato dei servizi e dei medici di medicina generale. La situazione è ulteriormente aggravata dalla carenza formativa a livello universitario sia nei corsi di laurea sia nei corsi di specializzazione. Il tema salute e ambiente è, in effetti, assente o solo marginalmente affrontato ad ogni livello della formazione universitaria. Anche i corsi di formazione specifica in medicina generale (tranne che per alcune regioni nelle quali sono stati inseriti seminari specifici) sono spesso carenti rispetto ai temi ambiente e salute poco considerati da una medicina che punta più alla cura del singolo paziente che alla prevenzione nella popolazione.

Il progetto Rias si focalizza dunque sui temi dell’integrazione istituzionale, della formazione e della valutazione di impatto ambientale e sanitario, con la finalità di superare la settorialità dei processi valutativi e formativi, e la frammentarietà delle discipline che concorrono a delineare la complessa problematica del rapporto salute-ambiente.

ottobre 2019

Bibiografia

[1] Progetto Viias – Valutazione integrata dell’impatto su ambiente e salute dell’inquinamento atmosferico.
[2] Epiair – Inquinamento atmosferico e salute: sorveglianza epidemiologica e interventi di prevenzione.
[3] Sera – Studio sugli effetti del rumore aeroportuale.
[4] Sentieri – Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento.
[5] Sespir – Sorveglianza epidemiologica sullo stato di salute della popolazione residente intorno agli impianti di trattamento rifiuti.

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