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    La scienza delle reti

25 Ottobre 2019

La scienza delle reti

SuperconnessiNicholas A. Christakis, James Fowler, Albert-László Barabási, Brian Uzzi
Quelle reti invisibili che modellano il successoIntervista a Albert-László Barabási
Quando le reti contano più dell’originalitàRebecca de Fiore

Superconnessi

L’importanza dei legami forti e di quelli deboli per costruire delle reti di qualità insuperabile

Una rete fatta di persone è una specie di superuomo perché i network sociali permettono di fare cose che una persona da sola neanche si sognerebbe di riuscire a realizzare. Fai conto che la tua casa vada a fuoco e vicino ci sia un fiume: hai voglia a provare a spegnere l’incendio da solo a forza di secchiate tirate sulle fiamme. Pensa alla differenza di poterlo fate in gruppo, soprattutto se composto da gente che sa il fatto proprio. D’accordo, nessuno di noi ha una casetta di legno in campagna e tantomeno vicino ad un ruscello ma l’esempio vale lo stesso.

Salvo casi molto particolari, ciascuno di noi è inserito in una rete di familiari, amici e conoscenti, strutturata secondo dei modelli che sono stati ampiamente studiati negli ultimi decenni. Se alcune reti sono organizzate in forme predefinite – pensiamo a quelle familiari o a quelle professionali, nelle quali la componente gerarchica ha un’influenza molto forte nel determinare il tipo di relazione tra le persone – gran parte dei network sociali assume forme non del tutto prevedibili, dettate dalla propensione naturale delle persone a stringere rapporti, a cercare nuove amicizie, a coltivare queste relazioni una volta avviate e così via. Tra le tante situazioni del mondo reale ad essere state studiate, quella degli studenti è per certi aspetti esemplare: in media, ogni studente ha rapporti di amicizia stretta con sei altri compagni di studio ma questo numero rappresenta una media e non la regola. A determinare la variabilità sono elementi diversi: dall’indole personale alla posizione che ciascun individuo finisce con l’assumere in una rete, così che la persona che ha un ruolo di snodo centrale nel gruppo – hai presente chi garantisce di essere tutti al calcetto del martedì o chi alla fine organizza le vacanze ad agosto per venti persone? – è esposto a un maggior numero di contatti e alla possibilità di ampliare ulteriormente la propria rete, al contrario di chi resta in una posizione periferica.

Nel 2003 fu pubblicato su Science il risultato di uno studio sulle relazioni sociali: a 60mila persone partecipanti alla ricerca fu chiesto di far recapitare un’email a 18 persone, in 13 nazioni diverse, inoltrando il messaggio solo a persone conosciute personalmente: tra i “bersagli”, un docente di una prestigiosa università americana, un informatico nicaraguense, un veterinario dell’esercito norvegese, un tecnico indiano e un poliziotto australiano. Ebbene, in media servivano cinque o sei passaggi per raggiungere il target.
Fonte: Dodds PS, Muhamad R, Watts DJ. An experimental study of search in global social networks. Science 2003;301:827-9.

Una struttura sociale basata sulle reti è molto dinamica, è un sistema aperto, suscettibile all’innovazione senza temere di perdere di equilibrio – Manuel Castells [1]

Perché si formi un network sociale sono necessarie delle connessioni e il contagio. Sì, proprio come una malattia infettiva. Forse non diversamente da una patologia trasmissibile, la relazione si instaura più probabilmente tra persone simili: i ricercatori parlano di omofilia, termine che in sociologia sta a indicare la tendenza consapevole o inconscia ad associarsi con persone che ci somigliano. Dopotutto è naturale: stiamo meglio con chi condivide i nostri interessi, con chi è curioso di ascoltare i nostri racconti, con chi sogna le stesse cose che noi sogniamo, si tratti di ricordi o di speranze per il futuro. Solitamente, però, le reti amicali non sono molto ampie. Se uno studente riesce ad avere in media sei amici cari, una persona adulta si ferma solitamente a quattro, con un range che va dai due ai sei. Solo cinque persone su cento hanno otto o più amici fidati [2]. Qualcuno potrebbe sorprendersi nel sapere che tra questi quattro affetti particolari sono compresi anche i familiari: dai partner ai genitori, dai figli ai fratelli, oltre che naturalmente le persone con cui lavoriamo. Ad incidere sull’ampiezza della rete non è solo l’età: conta anche l’istruzione perché chi è laureato ha più amici di chi si è fermato al liceo, per esempio. E gli effetti sono esponenziali perché più amici abbiamo, più alta è la probabilità di migliorare la propria “intelligenza” nel senso della capacità di trovare soluzioni e di reagire positivamente alle sfide della vita quotidiana.

L’influenza degli amici, però, non è sempre positiva: se il gruppo nel quale siamo inseriti ha una prevalenza di individui golosi, è assai probabile che ne risenta la forma fisica dei singoli componenti della rete di conoscenze. Se ci leghiamo a un gruppo di ricercatori poco produttivo, anche la nostra capacità di costruire e condurre progetti ne risentirà. Appetito, esercizio fisico, interesse per l’arte, capacità di ricerca, abilità relazionali col malato, competenze cliniche: tutto è contagioso.

Le persone che hanno un legame debole col resto del gruppo fanno da ponte per trasferire le innovazioni oltre i confini del gruppo di cui fanno parte – Mark Granovetter [3]

L’influenza che esercitiamo nei confronti di altri o che subiamo ha una capacità di estensione di tre livelli. È più comprensibile se lo spieghiamo in un altro modo: riusciamo a influenzare i nostri amici (primo livello), i loro amici (secondo livello) e gli amici degli amici (eccoci arrivati al terzo). Ovviamente, man mano che ci allontaniamo l’intensità della nostra influenza si attenua, fino ad annullarsi. La regola dei tre gradi di influenza si applica a una infinità di abitudini, di sentimenti e di comportamenti, ed è una delle chiavi per comprendere i meccanismi attraverso cui si diffondono le convinzioni politiche o le false informazioni, ma anche – lo abbiamo accennato in precedenza – condizioni come il sovrappeso o la felicità. Abbiamo le idee più chiare sulle dinamiche che permettono alle bufale scientifiche di diffondersi – al punto di sembrare una sorta di sentiment condiviso dalla popolazione – se mettiamo in relazione queste regole alla tendenza a legarsi a persone che la pensano come noi. Nel libro Connected, sempre Nicholas A. Christakis e James Fowler, gli studiosi delle reti amicali, prendono come esempio la fissazione degli statunitensi per l’allergia da arachidi [4]. Si tratta di una cosa che dovrebbe riguardare una minoranza della popolazione, considerato che in un anno sono solo 150 i decessi per allergie alimentari (e parliamo di tutte le possibili allergie) negli Stati Uniti. Niente al confronto dei diecimila bambini ospedalizzati per traumi cerebrali da sport o dei duemila che muoiono annegati: ma di questi non parla nessuno mentre la narrativa sull’intolleranza alle arachidi riempie i giornali oltre che le conversazioni della gente. Le convinzioni errate sulla salute – come su tante altre importanti questioni – sono alimentate dalla tendenza a farsi influenzare da chi sta vicino e da chi sta vicino a chi ci è vicino. Per fortuna, siamo contagiati non soltanto dalle bufale ma anche dalle informazioni corrette e non solo: anche dalla felicità [5]. Per ogni persona allegra che possiamo contare tra i nostri amici più stretti (che, conviene ricordarlo, sono solitamente quattro) la nostra personale probabilità di essere felici aumenta del 9 per cento. Però per ogni amico scontento o infelice, la probabilità della nostra felicità diminuisce del 7 per cento.

Costruire la propria rete è dunque una questione delicata: anche perché – spiega Albert-László Barabási nel suo libro più recente, La formula [6] – la responsabilità del nostro successo è da ricondurre alla comunità sulla quale possiamo contare e che risponde collettivamente alle nostre attività. “Il successo è un fenomeno collettivo, imperniato su come gli altri percepiscono le nostre prestazioni”. Ma come possiamo creare un network funzionale? La rete che ci sta intorno – che abbiamo visto sarà composta da persone capaci di svolgere il ruolo di collaboratori e di giudici – dovrebbe essere assortita in modo equilibrato da persone affiatate che si conoscono tra loro e da estranei, che provengano da ambiti più periferici ma che possano apportare la fondamentale diversità di vedute e una creatività che il gruppo più stabile potrebbe non garantire. Se pensiamo all’attività di ricerca, il coinvolgimento di alcune persone provenienti da altri contesti (enti, istituti, regioni, ecc.) mitiga quella che è conosciuta come la regola dei trenta passi, per la quale la tendenza è in genere quella di accontentarsi di collaborare con chi lavora ad un tiro di schioppo dalla propria scrivania. Questo è il campo di studio di Brian Uzzi, ricercatore e docente della Kellogg school of management della Northwestern university, appassionato di giubbotti di pelle e di Harley-Davidson. Sia nei gruppi di ricerca sia nel cast di un musical di Broadway, il successo richiede equilibrio tra convenzione e innovazione [7]. Degli studi simili ma condotti su gruppi di musicisti jazz sono quelli di Balázs Vedres che lavora tra le università di Budapest e Oxford. La presenza di ricercatori esperti e di nuovi arrivati, di amici di vecchia data e di lontani conoscenti che si erano persi di vista è una condizione essenziale per il successo di una squadra. In un gruppo che lavora insieme da tempo, l’inserimento di un elemento relativamente meno legato agli altri è essenziale per garantire l’apertura verso l’esterno [8]: il legame debole – se così possiamo chiamarlo – è il ponte verso altre realtà produttive o di ricerca [9].

La regola dei tre gradi di influenza funziona in tanti ambiti diversi: dagli stili di vita alle abitudini alimentari, dai comportamenti sul lavoro fino ai sentimenti e alle inclinazioni e preferenze politiche.

Le reti regolano il mondo, oltre a determinare il nostro successo, la soddisfazione personale, privata e lavorativa. Vale per un gruppo di studenti, di amici, di colleghi. A determinare la riuscita di un insieme di relazioni sono le caratteristiche dei collegamenti che le tengono insieme, più o meno forti, stabili o collaudate. Contano i legami sia forti sia deboli perché sono quelli che consentono a una rete – quindi a qualsiasi gruppo coeso di persone – di gettare ponti verso altre realtà. Lo studio delle reti ha fatto passi da gigante negli ultimi anni grazie all’apporto di studiosi provenienti da ambiti molti diversi tra loro: la forza è nella multidisciplinarità. È un campo di ricerca molto interessante ed è pure divertente, anche perché ha bisogno di Miles Davis e di Pep Guardiola: “Il successo si scrive con la esse di squadra” [10].

Miles Davis e la tentazione della dissonanza

Le sessioni di jazz hanno più successo se i musicisti hanno il coraggio di accogliere nel gruppo un artista non omogeneo per tendenza e stile: la varietà promette familiarità e freschezza. Uno studio di Balázs Vedres [1], ampiamente ripreso da Albert-László Barabási nel libro La formula [2], spiega come sia importante conciliare i “legami forti” tra artisti e l’innesto di elementi capaci di guidare verso quella che viene chiamata la triade proibita, vale a dire una combinazione di intervalli armonici che non segua binari già noti. Passando da un quintetto a un sestetto, Miles Davis assoldò al piano Bill Evans che diede un apporto insostituibile a Davis nel rivoluzionare la musica jazz a partire da uno degli album più venduti di sempre. “Kind of Blue ebbe da subito un enorme successo, sia di pubblico che di critica. Oggi si ritiene sia il disco jazz più venduto di sempre, con oltre quattro milioni di copie, ed è in cima alla stragrande maggioranza delle classifiche dei migliori dischi jazz di sempre. Fu un disco che aprì un’epoca nuova nel genere, insieme all’altra grande innovazione di quegli anni, il free jazz. A differenza del jazz modale, il free jazz risolse i vincoli delle progressioni armoniche del bebop rifiutando (quasi) tutte le regole, invece che adottandone di nuove” [3]. L’imprevedibilità delle dissonanze era dovuta all’innesto di un elemento nuovo in un piccolo gruppo già perfettamente funzionante di artisti: ma solo una novità impetuosa avrebbe potuto portare a un risultato così straordinario. Una novità talmente travolgente da richiamare quelle dissonanze che nel Medioevo erano definite diabolus in musica. “Kind of blues è un esperimento affascinante di team building” [2], “l’interazione tra legami fidati e un volto sconosciuto” [1], ed è dovuto al coinvolgimento di un elemento eccentrico in un gruppo: un “legame debole” capace però di aprire un percorso mai prima di allora immaginato.

[1] Vedres B. Forbidden triads and creative success in jazz: the Miles Davis factor. Appl Netw Sci 2017;2:31.
[2] Barabási A-L. La formula. Torino: Einaudi, 2019.
[3] Vizio S. Perché “Kind of Blue” è così importante. Il Post, 17 agosto 2019.

L’epidemiologia e lo studio delle reti

Gli studi e gli interventi epidemiologici si stanno interessando sempre di più ai social network a partire da due elementi fondamentali: la struttura delle reti e la loro funzione. Una migliore comprensione dei processi che determinano come si formano le reti e come funzionano riguardo la diffusione dei comportamenti e degli stili di vita può essere una chiave per disegnare e mettere in atto programmi che possano migliorare la sanità pubblica. La visualizzazione dei social network offre delle chiavi di lettura sia per la ricerca sia per gli interventi. Le immagini di una rete integrano le analisi statistiche e consentono l’identificazione di gruppi di persone per il targeting, l’identificazione degli individui che svolgono un ruolo centrale o periferico: tutto ciò, ovviamente, a partire dalla convinzione che le persone sono interconnesse e quindi lo è anche la loro salute. Riconoscere che le persone sono integrate in una rete sociale significa che la salute delle une influisce su quella delle altre: a partire dai dati di famosissimi studi di popolazione – basti pensare al Framingham heart study – sta rapidamente prendendo forma un nuovo modo di comprendere i determinanti epidemiologici della malattia e del benessere [1].

Lo storico Framingham heart study avviato nel 1948 viene disegnato sul modello Framingham’s TB study, il primo studio di coorte al mondo, condotto dal 1916 al 1923 per prevenire casi di tubercolosi e i decessi.

[1] Fowler JH, Christakis NA. Dynamic spread of happiness in a large social network: longitudinal analysis over 20 years in the Framingham heart study. BMJ 2008;337:a2338.

Le reti dei medici prescrittori

Decisori sanitari, clinici coinvolti nella preparazione di linee guida e funzionari del marketing farmaceutico sanno come sia importante conoscere le dinamiche che informano la prescrizione dei medicinali, come di qualsiasi altro intervento diagnostico o terapeutico. Dinamiche notoriamente influenzate anche dalle convinzioni e dai comportamenti di alcune persone che sono capaci di influenzare le decisioni di un numero maggiore o minore di propri colleghi. Intervenire per monitorare ed eventualmente mitigare il ruolo degli opinion leader all’interno di un network può essere un desiderio di un amministratore pubblico. Al contrario, favorire e successivamente aumentare il seguito di un clinico particolarmente influente può rappresentare l’obiettivo di un’industria. In entrambi i casi, spiegano Christakis e Fowler, un problema da non trascurare è quello di identificare non solo chi è influente, ma anche chi non lo è: talvolta, infatti, ad essere al centro della rete non è il più noto opinion leader ma un clinico che merita il rispetto da parte dei colleghi a prescindere dal riconoscimento accademico [1]. La tendenza ad adottare precocemente un nuovo intervento sanitario è più pronunciata tra coloro che sono noti per essere centrali nella rete rispetto a quanto lo sia tra i medici che si percepiscono influenti. “L’implicazione più immediata – scrivono i due autori – è che per conoscere le posizioni strutturali dei medici in una rete dobbiamo, ancora una volta, mappare l’intera rete e non basarci solo sui rapporti che intrattengono e su quanti contatti hanno”.

[1] Christakis NA, Fowler JH. Commentary — Contagion in prescribing behavior among networks of doctors. Marketing Science 2011;30:213-6.

Bibliografia

[1] Castells M. The rise of the network society. Oxford: Blackwell, 1996.
[2] Cacioppo JT, Fowler JH, Christakis NA. Alone in the crowd: the structure and spread of loneliness in a large social network. J Pers Soc Psychol 2009;97:977.
[3] Christakis NA, Fowler JH. Connected: the surprising power of our social networks and how they shape our lives. Boston: Little, Brown Spark, 2009.
[4] Fowler JH, Christakis NA. Dynamic spread of happiness in a large social network: longitudinal analysis over 20 years in the Framingham heart study. BMJ 2008;337:a2338.
[5] Granovetter MS. The strength of weak ties. Am J Sociology 1973;78:1360-80.
[6] Barabási A-L. La formula. Torino: Einaudi, 2019.
[7] Uzzi B, Dunlap S. How to build your network. Harvard Business Rev 2005;83:53.
[8] Koch R, Lockwood G. Superconnected: harnessing the power of networks and the strength of weak links. Boston: W. W. Norton Company, 2010.
[9] Vedres B. Forbidden triads and creative success in jazz: the Miles Davis factor. Appl Netw Sci 2017;2:31.
[10] Violan MA. Coaching Guardiola. Milano: Vallardi, 2014.

ottobre 2019


Quelle reti invisibili che modellano il successo

Quando il nostro successo dipende dalla collettività. E come prevederlo

Intervista a Albert-László Barabási, direttore del Center for complex network research, Northeastern university

La torre radio Shukhov di Mosca. Simbolo dell’ingegneria civile sovietica, venne progettata nel 1919 e completata nel 1922. Prende il nome dal suo costruttore, l’ingegnere Vladimir Shukhov. Alta 160 metri, ha rischiato di essere demolita nonostante sia stata in funzione per quasi 100 anni. L’autore dell’opera architettonica è ricordato per aver contribuito alla progettazione della rete ferroviaria russa.

Lei afferma che il successo sia un concetto basato sulla percezione. Come e in quale misura influisce il riconoscimento da parte degli altri? Abbiamo ascoltato diverse storie di persone che non sono riuscite a raggiungere il successo nella loro vita e il vero valore del loro lavoro è stato scoperto solo in seguito.
Si è così. In realtà è per questo che affermiamo che sia meglio essere gli ultimi a scoprire qualcosa che i primi. Essere l’ultimo significa che non ha più senso ripetere la stessa scoperta. Curiosamente, nonostante molte scoperte vengano fatte diverse volte, il momento più importante è quando la comunità scientifica ne prende atto. Questo è successo anche nella mia vita. È accaduto che uno degli studi sui meccanismi delle reti a invarianza di scala, la cosiddetta selezione preferenziale, era stato pubblicato nella letteratura accademica cinquant’anni fa. Più precisamente, György Pólya fu uno degli studiosi che lo descrisse in matematica. Sebbene non compariva nella scienza dei network, questo concetto già esisteva ma io non ne ero a conoscenza. La selezione preferenziale non poteva più essere scoperta perché lo era già stata in modo esaustivo.

Andiamo a chiarire di cosa si sta parlando esattamente. Quando pensiamo al successo dovremmo fare un’accurata distinzione tra la performance, cioè cosa fa un singolo individuo, e cosa di solito viene attribuito concretamente a una persona o a un lavoro. Poi c’è il successo che è la valutazione della stessa performance da parte di una determinata comunità. Queste sono differenze importanti da sottolineare perché una prestazione non può essere sempre misurata con precisione ma può essere sempre attribuita a un singolo individuo. Il successo, invece, è un fenomeno collettivo, di conseguenza può essere misurato da diverse osservazioni (data point). Considerato che esso riflette l’attività non di un singolo ma di centinaia, migliaia, e a volte, milioni di individui, è più facile da misurare e prevedere. Ogni volta che parliamo dell’attività di diversi milioni di individui, possiamo unificare i contenuti, fare una media e rendere una quantità calcolabile in modo matematico. Pertanto, il successo è più facile da calcolare e gestire rispetto alla singola performance.

Qual è il ruolo dei social network in tutto questo? La nostra posizione all’interno della rete influenza il modo in cui viene recepita la nostra performance?
Le reti giocano un ruolo molto importante, un ruolo chiave in realtà quando ci risulta difficile misurare concretamente una prestazione. Quando la performance è misurabile con precisione, come nel caso degli atleti, il successo è determinabile unidimensionalmente. All’estremo opposto troviamo l’arte dove è estremamente difficile misurare la performance. L’importanza di un’opera e dell’artista dipende da chi altri li considerano tali, quali istituzioni o curatori li ritengono abbastanza validi. È la rete creata da istituzioni e curatori a determinare il pregio dell’opera. Stiamo conducendo delle ricerche anche su questo, per poter prevedere in modo preciso la carriera futura degli artisti. Questo perché la performance non può essere misurata e di norma è la rete ad avere importanza. Il successo è mediato dalla rete, la quale può essere già misurata in modo piuttosto accurato, dandoci così la capacità di fare delle previsioni.

Quando le prestazioni non sono misurabili a determinare il successo sono le reti.

Che dire della scienza?  Possiamo misurarne i risultati in modo altrettanto preciso?
La scienza è circa a metà strada tra l’arte e lo sport. Un alto numero di effetti di rete influenza ciò che riteniamo importante, ciò che vale la pena ricercare, ciò che il pubblico vede come un risultato da riconoscere. Se, tuttavia, un risultato viene raggiunto, ci sono delle misurazioni sufficientemente oggettive – almeno nelle scienze esatte – che ci aiutano a decidere cosa è vero e cosa non lo è. Se lei e io abbiamo entrambi una formula per lo stesso fenomeno, prima o poi verrà effettuata una misurazione sperimentale o un test empirico per decidere, ad esempio, che la sua formula è valida e la mia no. A quel punto, lei avrà ottenuto il successo e io no. Di fatto, esiste un certo grado di obiettività che misura i risultati dopo che sono stati raggiunti. Tuttavia, gli effetti di rete influenzano considerevolmente ciò che cerchiamo, in quali istituzioni e il modo in cui accediamo agli strumenti necessari per condurre la ricerca.

Nel suo libro dal titolo Lampi. La trama nascosta che guida la nostra vita ha scritto che sebbene ci siano dei punti di rottura, il comportamento individuale può essere previsto sulla base dei dati precedenti. Possiamo applicarlo a livello sociale? Possiamo prevedere il comportamento di una comunità?
È essenziale chiarire di quali fenomeni stiamo parlando. Le nostre scoperte – presentate in Lampi – mostrano che se seguiamo i movimenti di un uomo, possiamo raccogliere abbastanza informazioni per essere in grado di prevedere con una precisione del 98 per cento dove si troverà domani alle tre. La nostra previsione è stata di così grande successo e così accurata grazie al fatto che gli spostamenti dell’uomo sono molto ripetitivi, essi sono strettamente legati ai limiti fisici, spaziali e temporali all’interno dei quali si può essere in un determinato momento. Non andiamo in banca a prelevare contanti alle due del mattino, poiché solo gli sportelli automatici sono accessibili a quell’ora. Se, tuttavia, qualcuno si sposta in un luogo diverso da quello abituale, trasloca, cambia lavoro o si laurea, si verificano i cosiddetti “punti di rottura”, i quali possono essere determinati anche dal potenziamento delle infrastrutture urbane, come per esempio la costruzione di una nuova linea della metropolitana. In questo caso qualcuno potrebbe decidere di cambiare l’abituale mezzo di trasporto per andare al lavoro. Oppure se vengono costruite delle piste ciclabili, alcune persone inizieranno a usare la bicicletta; come risultato molte zone diventeranno più accessibili rispetto a prima quando prendevano solo la metropolitana. Questi punti di rottura esistono e non possono essere realmente previsti. Stiamo osservando quindi modelli di comportamento che sembrano stabili. Cioè, se qualcuno cambia lavoro o modo di spostarsi tornerà a un modello comportamentale precedente. C’è un effetto di ritorno piuttosto forte.

Nel contempo è chiaro che gli schemi osservati a livello individuale difficilmente possono essere applicati a un altro individuo o allo stesso ma in un altro periodo della sua vita. Ecco perché Asimov, nel suo famoso romanzo Fondazione, aveva “congelato” il progresso scientifico, per essere in grado di fare previsioni. Infatti, il progresso scientifico cambia radicalmente i modelli di comportamento creando possibilità che non esistevano in precedenza.

Pertanto, non è sempre possibile fare previsioni, ma raccogliendo una quantità sufficiente di dati possiamo decidere fino a che punto è possibile prevedere il fenomeno in questione. Il movimento umano, ad esempio, è un fenomeno in cui la prevedibilità è di circa il 95 per cento e ve ne sono altri in cui questo valore è basso. Indipendentemente da quanto sia alta o bassa, la prevedibilità può essere quantificata e gestita con strumenti di analisi matematica. Questo, tuttavia, non significa che gli strumenti e i dati in nostro possesso siano in grado di prevedere con certezza cosa una persona farà domani.

Il prossimo progetto a cui sta lavorando?
Stiamo concentrando il nostro lavoro di ricerca sulle connessioni tra reti e malattie. Recentemente abbiamo anche cercato di cogliere l’effetto delle abitudini alimentari sui processi cellulari, e in definitiva, sulla nostra salute. Molti di noi in laboratorio sono – e spero continueranno a esserlo – impegnati in questo settore.

ottobre 2019

Traduzione dell’intervista realizzata da Baksa Máté in occasione della Social futuring conference che si è tenuta alla Corvinus university of Budapest, a marzo del 2018.

La versione originale è disponibile al seguente link
www.lib.uni-corvinus.hu/eng/content/corvinuskioszk/interview-with-albert-laszlo-barabasi

Una rete? Si costruisce al caffè

Se pensiamo al Massachusetts institute of technology (Mit) ci vengono in mente ricercatori tra i più svegli del mondo e concentrati sullo studio di cose davvero importanti. Uno di loro, Sandy Pentland, fa ricerca sulle modalità di trasmissione delle comunicazioni tra le persone: uno degli studi più famosi da lui disegnati e condotti riguardava i dipendenti di un call center i cui scambi di informazioni, attraverso un badge elettronico progettato dal Mit, venivano costantemente tracciati. Nessun aspetto della ricerca aveva ovviamente a che fare con il controllo né del contenuto della comunicazione né dei suoi tempi eventualmente sottratti al lavoro. L’obiettivo era capire quali fossero le dinamiche e gli schemi che facevano sì che una conoscenza cambiasse proprietario: o meglio, vedesse ampliato il numero dei suoi proprietari. Quale il risultato dello studio? Le email tra componenti di uno stesso team servivano poco e niente. Lo stesso si poteva dire per lo scambio di battute all’inizio e alla fine del turno. Ciò che contava davvero era la conversazione di fronte al distributore dell’acqua: “tempo sprecato dal punto di vista del direttore. Chiacchierando, gli impiegati invece di perder tempo, come potrebbe sembrare, in realtà facevano un lavoro importante, rafforzando i rapporti per mezzo di una comunicazione fluida” [1]. Chi guida o coordina un gruppo di persone che lavora insieme o che opera in un’istituzione o in un’azienda dove sono condotti altri progetti di produttività o di ricerca deve considerare il distributore dell’acqua – o meglio, in Italia, la macchinetta del caffè – uno dei principali propri alleati, perché in nessun luogo meglio di quello possono innescarsi pensieri laterali, creatività e armonia. Insomma, il caffè più lo mandi giù, più ti tira su: l’azienda o il gruppo di ricerca.

[1] Barabási A-L. La formula. Torino: Einaudi, 2019.


Quando le reti contano più dell’originalità

Un diagramma del MoMA ha mostrato le connessioni tra i vari artisti rivelandone i benefici

Paul Cézanne frequentò l’Atelier Suisse con Camille Pissarro e nel 1862 conobbe Pierre-Auguste Renoir e Claude Monet, con i quali restò amico tutta la vita. Nel 1894 visitò Monet a Giverny dove gli furono presentati Auguste Rodin e il critico Gustave Geffroy. Che i pittori impressionisti fossero amici tra di loro è cosa risaputa, ma non è un caso isolato. Paul Klee fece un viaggio in Tunisia con August Macke e Louis Moilliet e nonostante l’incombere della prima guerra mondiale entrarono nella sua cerchia anche Franz Marc e Wassily Kandinsky, con cui si ritrovò al Bauhaus qualche anno più tardi. Ma può essere solo una coincidenza che tutti questi grandi artisti si conoscessero prima di diventare famosi?

Partendo da un diagramma di rete interattivo del Museum of modern art di New York (MoMA) – costruito nel 2012 in occasione della mostra Inventing Abstraction: 1910–1925 – Paul Ingram, professore alla Columbia business school, e Mitali Banerjee, della Scuola di studi superiori commerciali di Parigi, hanno scoperto che gli artisti con una vasta e diversificata rete di contatti sarebbero diventati famosi indipendentemente da quanto fosse creativa la loro arte [1]. Le reti, infatti, concedono l’accesso e l’accesso aumenta le opportunità. Il tempismo e il talento sono fattori importanti, ma avere la rete giusta da sfruttare quando se ne ha bisogno migliora notevolmente le probabilità di successo. Nel diagramma del MoMA sono stati inseriti oltre ottanta artisti con Pablo Picasso e Wassily Kandinsky, i più connessi, al centro.
Ingram e Banerjee hanno esaminato il ruolo che la creatività e il network hanno giocato per questi artisti, in relazione al livello di fama che hanno raggiunto. Per determinare la fama di ciascuno di loro hanno utilizzato il database di Google di testi storici in francese e inglese (dal momento che vivevano principalmente in Francia e negli Stati Uniti), registrando il numero di menzioni per ogni artista tra il 1910 e il 1925. La creatività del lavoro l’hanno stabilita con un programma che valutava quanto fossero uniche le loro opere rispetto a una serie di opere rappresentative del XIX secolo e chiedendo a quattro storici dell’arte di valutare le opere d’arte di ciascun artista per la loro creatività sulla base di fattori come l’originalità e l’innovazione. Per esaminare il network dei maestri presenti nel diagramma, invece, hanno fatto affidamento sulla ricerca del MoMA, che si basava sulle biografie e le lettere degli artisti per identificare le relazioni. Hanno analizzato le loro cerchie sociali, che includevano anche dati sulla nazionalità, il sesso e l’età, nonché i media che stavano usando e le scuole che frequentavano.
Mentre studi precedenti avevano suggerito l’esistenza di un legame tra creatività e fama, Ingram e Banerjee hanno scoperto, al contrario, che non esisteva una tale correlazione per questi artisti. Piuttosto, il modo migliore per raggiungere la fama per un artista era avere una rete di contatti in vari paesi, che potevano anche permettergli di raggiungere mercati diversi o di sviluppare idee ispirate a culture straniere. “L’importanza dello studio – ha dichiarato Ingram – è dimostrare che le diverse reti contano non solo come fonte di creatività e di fama, ma potrebbero significare altri vantaggi, su tutti avere benefici da un’identità cosmopolita”.

Rebecca De Fiore

Bibliografia

[1] Banerjee M, Ingram P. Fame as an illusion of creativity: evidence from the pioneers of abstract art. HEC Paris Research Paper No. SPE-2018-1305. Columbia Business School Research Paper No. 18-74. Ottobre 2018.

Una celebre compagnia teatrale

Raramente si sono visti immortalati tanti artisti in un’unica foto: intorno a Pablo Picasso, nella fila in piedi, partendo da sinistra, si vedono Jacques Lacan, Cècile Éluard, Pierre Reverdy, Louise Leiris, Zanie Aubier, Valentine Hugo, Simone de Beauvoir e Brassaï. Seduti in terra sono invece Jean-Paul Sartre, Albert Camus, Michel Leiris e Jean Aubier. In una giornata di marzo del 1944, in una Francia occupata dai tedeschi, questo gruppo di intellettuali costituì, per una sola sera, la compagnia di teatro più famosa e meno commerciale che mai sia stata formata. Insieme diedero lettura, dividendosi i ruoli, della prima commedia scritta da Picasso: Le dèsir attrapè par la queue. Si racconta che poi restarono a bere e a conversare fi no all’ alba, parlando di pittura, di poesia e delle grandi speranze che erano nell’ aria. Gli amici ai quali Picasso permise di leggere la commedia la trovarono di un irresistibile umorismo, ma l’artista spagnolo si mostrò piuttosto riluttante a far conoscere la sua commedia permettendo che fosse recitata una sola volta, in modo assolutamente privato, nella sua villa di Vallauris.

ottobre 2019

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