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La sapienza artificiale

Alla finestra su un panorama sconosciuto e seduttivo. La timeline dell'AI.

By Dicembre 2017Luglio 31st, 2020No Comments

L’inevitabile. Il titolo dell’ultimo libro di Kevin Kelly ha valore di manifesto. “Stiamo marciando consapevolmente verso la salda connessione di tutti gli esseri umani e di tutte le macchine in una matrice globale. Questa matrice non è un artefatto ma è un processo. Il nostro nuovo supernetwork è un’ondata di cambiamento che sforna costantemente nuovi modi di soddisfare i nostri bisogni e desideri. I prodotti, i marchi e le aziende che ci circondano da trent’anni sono completamente imprevedibili. (…) La direzione generale di questo processo è chiara e inconfondibile”: in estrema sintesi (stiamo pur sempre leggendo un libro di 300 pagine) il protagonista di questa radicale disruption è l’intelligenza artificiale. Anzi, precisa Kelly: “quello che vogliamo non è intelligenza consapevole, bensì saggezza artificiale”. Intelligentemente (è il caso di dire) il cofondatore della rivista Wired non si avventura in previsioni precise: anzi, descrive con pennellate astratte un domani futurista completamente differente dalla realtà attuale. Può accadere di tutto, insomma, ma nulla sarà come prima, fi no a una quotidianità interpretata e vissuta da “una mente che utilizza l’informatica quantistica, la cui logica non siamo in grado di comprendere”.

Stiamo alla finestra davanti a un panorama sconosciuto e terribilmente seduttivo nella misura in cui la ricerca di un apporto dall’intelligenza artificiale o, ancor di più, dal machine learning porterà quasi inevitabilmente alla rinuncia di qualche abilità o competenza che siamo abituati a ritenere esclusivamente umana. Sbagliavamo nel pensare di essere invincibili a scacchi, e il tempo per istruire un avversario capace di sconfiggere il campione più esperto si riduce ogni mese e non ci potremo stupire quando scopriremo essere diventato istantaneo. Eravamo ugualmente presuntuosi nel ritenere l’interpretazione diagnostica una prerogativa del clinico più competente e in molti indicano il radiologo in una professione in via d’estinzione: sarà una macchina a leggere l’imaging. O anche no, sarà semplicemente (semplicemente?) qualcosa di completamente diverso, la cui forma sarebbe più giusto dire che non possiamo neanche immaginare.

Facciamo un po’ di tenerezza nel prefigurare l’avvento dell’intelligenza artificiale nel robot un po’ bassino, con sembianze umane, che qualcuno pensa possa a breve sostituire il portiere d’albergo: preparato in ogni lingua, è aggiornatissimo su itinerari cittadini, orari di musei, menu e prezzi di ristoranti e posti per l’aperitivo. Questa è l’intelligenza artificiale che ci rassicura: d’accordo, ma è probabilmente solo la prima e forse meno impegnativa tappa di un percorso tanto insidioso quanto esposto a rischi che ancora non conosciamo. Un futuro che abbiamo iniziato a intravedere quando DeepMind ha insegnato a una intelligenza artificiale non a “giocare” a Video Pinball, ma a “imparare a giocare” a cose come Video Pinball.

Un futuro denso di aspettative, dunque, ma anche di preoccupazioni soprattutto se le pensiamo applicate alla salute. Alcune molto concrete: competenze meno necessarie e professioni da ridisegnare, qualità dei dati come presupposto di un machine learning che abbia senso, una società che sia capace di una governance dell’innovazione tale da mettere in sicurezza le persone esposte al cambiamento. Su altre inquietudini, invece, siamo smarriti: a certe domande impossibili è meglio dare una non risposta, suggerisce Luciano Floridi. Sono gli interrogativi che ci rivolge l’intelligenza artificiale “forte”, quella di cui parlano Enrico Coiera, Maureen Baker e Farah Magrabi rispetto ai quali siamo disarmati. La sola cosa che possiamo tentare è davvero provare a non far danni.

 

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