Management della ricerca Interviste

Il sistema toscano per dare valore alla ricerca life science

La collaborazione dei centri di ricerca pubblici e privati, università e scuole superiori, piccole e medie imprese, sistema sanitario regionale e professioni.

Intervista a Andrea Frosini

Intellectual property manager, Fondazione Toscana Life Sciences

By Novembre 2017Luglio 31st, 2020No Comments
Il sistema toscano di sviluppo della ricerca in ambito life science e le prospettive per rafforzare i processi di trasferimento tecnologico e di innovazione raccontati da Andrea Frosini, intellectual property manager di Toscana Life Sciences che collabora con l’Ufficio per la valorizzazione della ricerca biomedica e farmaceutica della Regione Toscana.

Partiamo da Toscana Life Sciences, di cosa si occupa.

Si tratta di un ente non profit con sede a Siena che opera sul panorama regionale come facilitatore di sistema per supportare le attività di ricerca nel campo delle scienze della vita e sostenere lo sviluppo di progetti dalla ricerca di base all’applicazione industriale. L’incubatore Toscana Life Sciences ospita e affilia oltre trenta soggetti tra aziende biomediche, gruppi di ricerca e società di servizi che operano nel campo della ricerca e sviluppo di nuovi farmaci, test diagnostici e dispositivi medici, e dà accesso a un’ampia gamma di servizi qualificati, strumentazioni tecnologiche e facility avanzate sia alle aziende incubate sia a soggetti esterni. Personalmente mi occupo di tutta la parte che supporta la ricerca finalizzata al trasferimento tecnologico. In altre parole, cerco di aiutare a tutelare la ricerca e i propri risultati perché poi questi possano essere portati sul mercato.

Partiamo da Toscana Life Sciences, di cosa si occupa. 

Si tratta di un ente non profit con sede a Siena che opera sul panorama regionale come facilitatore di sistema per supportare le attività di ricerca nel campo delle scienze della vita e sostenere lo sviluppo di progetti dalla ricerca di base all’applicazione industriale. L’incubatore Toscana Life Sciences ospita e affilia oltre trenta soggetti tra aziende biomediche, gruppi di ricerca e società di servizi che operano nel campo della ricerca e sviluppo di nuovi farmaci, test diagnostici e dispositivi medici, e dà accesso a un’ampia gamma di servizi qualificati, strumentazioni tecnologiche e facility avanzate sia alle aziende incubate sia a soggetti esterni. Personalmente mi occupo di tutta la parte che supporta la ricerca finalizzata al trasferimento tecnologico. In altre parole, cerco di aiutare a tutelare la ricerca e i propri risultati perché poi questi possano essere portati sul mercato.

Qual è il valore aggiunto portato da Toscana Life Sciences per le imprese e per chi fa ricerca?

Toscana Life Sciences è fondamentale per aiutare le imprese e chi fa ricerca nel mettere a punto le proprie ricerche, sempre finalizzate al loro trasferimento verso il mercato e verso la pratica clinica. È un organismo di ricerca ma anche un centro di competenza e un’infrastruttura per il trasferimento tecnologico. È un incubatore, nonché il soggetto gestore del Distretto toscano scienze della vita: tutte “anime” che facilitano l’integrazione e la circolazione delle informazioni. Inoltre Toscana Life Sciences è un luogo di aggregazione e associazione di aziende, piccole e medie imprese, che trovano spazi e strumenti per poter sviluppare le loro idee di impresa. Dunque, per la sua stessa natura, è un soggetto perfetto per favorire quel dialogo, talvolta faticoso, tra pubblico e privato.

Uffici di trasferimento tecnologico: quali sono a suo parere le criticità da affrontare?

C’è un problema di sottodimensionamento, non solo di numero, ma anche di competenze, di risorse e soprattutto di deleghe operative. Credo che il modo migliore per aumentare l’impatto delle attività di trasferimento tecnologico sia quello di dotare gli uffici della giusta visibilità e delle giuste deleghe. Una combinazione virtuosa che garantirebbe la necessaria autorevolezza. Credo, poi, che andrebbero incentivate misure coordinate che rispondano a un piano organico che coinvolga tutti gli attori protagonisti, anche attraverso un coordinamento più stretto con i distretti. Questi ultimi andrebbero usati concretamente come luoghi di confronto e di sviluppo di trasferimento tecnologico, in stretta collaborazione con le direzione coinvolte, le università, i centri di ricerca, il sistema sanitario regionale.

Migliorare il dialogo tra settore pubblico e privato potrebbe favorire la valorizzazione della ricerca?

L’investimento in ricerca, e in ricerca nelle scienze della vita in particolare, è un elemento imprescindibile per l’Italia, la cui economia poggia su un tessuto di piccole e medie imprese. La collaborazione con i centri di ricerca pubblici è una possibile soluzione per superare il ritardo rispetto ai volumi di investimento in ricerca tipici delle grandi imprese. Lo sforzo che si sta conducendo in Toscana si è concretizzato con l’istituzione, il rafforzamento e lo sviluppo del Distretto scienze della vita. La chiave può essere quella di creare, con uno spirito di collaborazione pubblico-privato, un ecosistema dove possano collaborare centri di ricerca pubblici e privati, università e scuole superiori, piccole e medie imprese, sistema sanitario regionale e professioni.

Quale potrebbe essere, secondo lei, una strategia per rafforzare le attività di trasferimento tecnologico?

Si parla molto di un ufficio di trasferimento tecnologico regionale. Credo che un valore aggiunto potrebbe arrivare da un coordinamento centralizzato, che potrebbe svilupparsi calandosi in ambito distrettuale. Un coordinamento che potrebbe essere un’efficace interfaccia con i relativi stakeholder (università, centri di ricerca, settore privato, piccole e medie imprese), in modo tale che essi possano mantenere prerogative d’indipendenza, e al contempo si possa raggiungere quel livello di massa critica che aumenti le potenzialità del sistema. L’idea potrebbe essere quella di creare attività di trasferimento tecnologico distrettuale, che corrispondano a una maggior aderenza a specificità settoriali e a risorse condivise affidate a un ufficio di coordinamento regionale.

Fare trasferimento tecnologico è possibile solo attraverso una presenza e un radicamento in loco di contatti con gli inventori e i ricercatori.

Come prevede possa interfacciarsi il coordinamento regionale con le realtà esistenti nelle politiche di trasferimento tecnologico?

Il coordinamento regionale potrebbe svolgere un’azione finalizzata a integrare e implementare le politiche di settore, per allineare le azioni strategiche messe in atto dalle diverse direzioni generali regionali. Le attività distrettuali potrebbero fornire una serie di azioni a supporto di carattere principalmente consultivo e d’indirizzo, dotandosi di personale qualificato e formato specificamente al trasferimento tecnologico (all’interfaccia tra università e impresa), software per l’analisi dello stato dell’arte, banche dati per il monitoraggio e la reportistica, formati di contratti in italiano e inglese per gestire le pratiche di trasferimento tecnologico. Potrebbe esser previsto un finanziamento per startup e meccanismi di cofinanziamento. La struttura deve comunque e imprescindibilmente preservare l’indipendenza degli atenei e supportare la valutazione, che deve avvenire attraverso le commissioni brevetti e tecnologie dell’accademia, perché a mio parere fare trasferimento tecnologico è possibile solo attraverso una presenza e un radicamento in loco di contatti con gli inventori, i ricercatori e le loro esigenze di fiducia e accompagnamento.

L’Italia ha bisogno di crescere in competitività

L’Italia è tra gli ultimi posti nella classifica del rapporto 2016 sulla competitività delle regioni dell’Unione europea, vicina alla Grecia, Cipro, Malta e diversi paesi dell’Est. Il rapporto triennale della Commissione europea fornisce l’indice di competitività di 263 regioni europee. L’indice misura la capacità delle singole regioni di offrire un ambiente attraente e sostenibile, tenendo conto di fattori legati al mercato, all’innovazione, alla governance, alle infrastrutture, oltre alla salute e allo sviluppo del capitale umano. La Lombardia, che si conferma la migliore per competitività tra le regioni italiane, occupa il 143esimo posto nella classifica europea, distinguendosi in positivo per la sanità. Il Lazio si trova al 156esimo e la Toscana al 172esimo. Negli ultimi sei anni quasi tutte le regioni italiane hanno perso in competitività. Le province autonome di Bolzano e Trento e la Valle d’Aosta sono le sole ad aver registrato un miglioramento; Basilicata, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Molise, Sardegna e Umbria sono stabili e le restanti regioni hanno subito un calo più o meno lieve.

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