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La malattia tra narrativa e istante

Una notte vengo chiamato in pronto soccorso. Il collega al telefono mi aveva solo detto: “Puoi venire giù? C’è uno che non respira” e il punto interrogativo era superfluo: ovviamente dovevo scendere.

Giuseppe Naretto

Servizio di anestesia e rianimazione, Ospedale San Giovanni Bosco, Torino

By Settembre 2017Luglio 31st, 2020No Comments

Una notte vengo chiamato in pronto soccorso. Il collega al telefono mi aveva solo detto: “Puoi venire giù? C’è uno che non respira” e il punto interrogativo era superfluo: ovviamente dovevo scendere.

Il paziente in questione era un signore con il Parkinson, allettato da due anni, con il catetere vescicale a permanenza, in grado a malapena di parlare, che era stato portato in ospedale dall’ambulanza perché da qualche ora i familiari non riuscivano a risvegliarlo. Aveva la febbre, la pressione bassa, respirava malissimo ed era in coma.

Ovviamente avevo tutte le terapie che facevano al caso, o meglio, avevo i mezzi per continuare a tenerlo vivo per un po’. L’avrei addormentato ulteriormente, l’avrei intubato, connesso al ventilatore, sistemando il respiro. Poi gli avrei messo una grossa cannula nel collo attraverso la quale potevo infondere liquidi, antibiotici e soprattutto farmaci per aiutare il cuore a pompare: così la pressione del sangue sarebbe migliorata. Nel frattempo, se i reni non avessero ripreso a funzionare, avrei potuto mettere un’altra bella grossa cannula (questa volta nell’inguine) e poi attaccarlo alla dialisi. Di fronte al mio malato A, io avevo un armamentario di trattamenti B. E alle tre di notte, vi assicuro che scatenare l’esercito della salvezza era la cosa più facile del mondo. Iniziare a infilare tubi e cateteri ovunque, fare radiografie e Tac da capo a piedi, richiedere sfilze di esami; mettermi in mostra come un soldatino d’onore e salvare una vita umana, sarebbe stato veramente facile.

Ho deciso però di prendermi qualche minuto di tempo per pensarci su e parlare con la famiglia. L’uomo aveva settant’anni, quindi per nulla vecchio, secondo i nostri canoni attuali. La figlia e la moglie erano molto preoccupate e agitate. Non capivano cosa fosse successo e non si spiegavano questo peggioramento (fino a una settimana prima se ne stava seduto in soggiorno a guardare la televisione!), quindi si aspettavano misure imponenti e io in fondo ero pronto all’azione. Sentivo però che non si poteva partire subito se prima non si provava ad analizzare la situazione da un punto di vista più ampio. Mi sembrava che se dovevo veramente occuparmi del signor Vito, dovevo capire meglio quale fosse il suo problema e cosa potevo veramente offrirgli.

Continuando nel discorso con la moglie e la figlia si era gradualmente delineato un quadro abbastanza chiaro e cioè, certo, un peggioramento importante nelle ultime ore, ma che arrivava dopo un lungo periodo di malattia. Erano trascorsi tre mesi dall’ultima volta che l’uomo era stato seduto in poltrona e settimane da quando era stato in grado di portare un cucchiaio alla bocca per mangiare un po’ di frutta frullata. Non urinava da quasi sei giorni, e da tre non apriva più gli occhi; poi tutto d’un tratto era comparso questo respiro difficoltoso.

La realtà era che il signor Vito stava morendo e, raccontata così, la storia nella sua narrativa completa era ben diversa dalla sua versione riassunta (fotografata nell’istante): un settantenne che non respira.

Non avevo nulla per restituirgli una vera guarigione o anche solo una parvenza temporanea. Il suo peggioramento “improvviso”, non era altro che un’ulteriore caduta lungo una linea che era in discesa da parecchio tempo, e rappresentava la fase finale della vita. E se anche ipoteticamente fossi riuscito a risistemarlo per rimandarlo a casa, questa vittoria sarebbe stata una breve parentesi fino al crollo successivo e, in questo tempo strappato alla morte, la qualità della sua vita non sarebbe per nulla migliorata.

È vero, non sono io che dovevo giudicare la sua qualità di vita e nemmeno decidere quanto tempo lui avrebbe dovuto trascorrere o meno con la sua famiglia, ma ero io a decidere se aveva senso scommettere, iniziando una terapia poderosa sapendo che le possibilità di vittoria erano sicuramente pari a zero. Inoltre non sarebbe mai stata una vittoria sulla malattia, ma solo sul singolo deterioramento. Questa scommessa la facevo sulla sua pelle, non sulla mia.

Esiste un processo del morire che non può essere arrestato. Lo si può rallentare un po’, talvolta, rimandando il conto finale, ma poi da lì non si scappa e questa sospensione della sentenza, grazie all’intervento delle macchine e di noi rianimatori, si è scoperto avere un prezzo non indifferente.

A volte ho la sensazione che applicando ciò che ho studiato all’università, ciò che mi è stato insegnato essere la medicina, io non stia veramente curando le persone. Esiste un “bene salute” che fa parte del paziente e della sua storia che noi medici troppo spesso non siamo capaci di cogliere, o meglio che nessuno ci ha mai insegnato a cogliere. I nostri obiettivi descritti in termini di riduzione di mortalità e morbilità sono spesso molto lontani dal concetto di cura che invece ci viene richiesto da chi è malato.

Credo che nella solitudine delle nostre decisioni dovremmo prenderci il tempo, e la briga, di riscoprire che cosa si nasconde ai margini di una medicina di frontiera, dove “bene” e “male” (o talvolta “vita” e “morte”) scivolano gli uni negli altri senza mai rivelare chiaramente dove l’uno finisca e l’altro cominci.

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