Innovazione Interviste

Un approccio collaborativo per andare lontano

Secondo i dati dell’Ocse, la ricerca farmacologica privata dell’industria farmaceutica è raddoppiata dal 1990 ad oggi. Questi investimenti sono sufficienti oggi per garantire l’innovazione?

Intervista a Nicoletta Luppi

Presidente e Amministratore delegato Msd Italia

By Maggio 2017Settembre 30th, 2020No Comments

Quando un nuovo prodotto farmaceutico può essere definito innovativo?

Se vogliamo utilizzare la definizione classica, ormai più che centenaria, di Joseph Alois Schumpeter (1911) l’innovazione è qualcosa di distinto dalla semplice invenzione. Secondo Schumpeter, infatti, “innovation is the market introduction of a technical or organizational novelty not just its invention”. Negli ultimi anni, tuttavia, il termine innovazione è stato spesso abusato, usato impropriamente o declinato in varie forme (innovazione incrementale, di processo, ecc.). Per questo motivo, in Msd, stiamo recuperando il valore originale del termine “invenzione”. Invenzioni, quindi, ma per la vita. Soluzioni terapeutiche rivoluzionarie in grado di regalare salute e vita prima di tutto alla persona. Il coraggio di rischiare avendo come obiettivo finale il benessere e la vita della persona ha sempre, prima o poi, una contropartita in termini di profitti per l’azienda, garantendo la continuità del proprio impegno per il progresso della scienza e la crescita del benessere collettivo. Un prodotto e/o un progetto, quindi, possono essere definiti innovativi quando incidono realmente sulla vita delle persone, quando diventano uno spartiacque tra il prima e il dopo.

Secondo i dati dell’Ocse, la ricerca farmacologica privata dell’industria farmaceutica è raddoppiata dal 1990 ad oggi. Questi investimenti sono sufficienti oggi per garantire l’innovazione? Come si investe può fare la differenza?

I dati che menziona, come quelli relativi all’Italia (nel 2015, 1,4 miliardi di euro in R&S pari al 7% del totale nel paese), sono sicuramente confortanti e confermano ciò in cui anche noi crediamo fermamente da oltre un secolo: investire in ricerca significa regalare vita alle persone e salute alla società. Chiaramente quanto si investe non può prescindere dal come si investe. Credo che le aziende private abbiano il dovere di prendersi cura di beni comuni come la salute e la ricerca allocando adeguate risorse ma anche facendo rete con altri attori del sistema per massimizzare i punti di forza delle singole eccellenze e contribuire concretamente al rilancio della ricerca. L’impegno deve essere duplice: da un lato mettere a punto nuove strategie di prevenzione e nuove terapie che possano offrire valide opzioni terapeutiche al più ampio numero di pazienti possibile; dall’altro costruire alleanze trasparenti con società scientifiche e istituzioni perché il patrimonio della ricerca venga adeguatamente preservato.

Quali sono i principali ostacoli o limiti che le aziende incontrano nel contribuire all’innovazione? E come i governi potrebbero rendere economicamente attrattive quelle aree terapeutiche dove manca l’innovazione?

Dobbiamo partire da alcuni dati. Negli ultimi 15 anni, la crescita della spesa sanitaria pubblica in Italia è stata pari a ¼ di quella registrata nell’Ue. La percentuale del pil destinato alla spesa sanitaria (pubblica + privata) è inferiore alla media dei paesi Ocse. Rispetto ai paesi Ue, la spesa pubblica è inferiore a quella di Regno Unito, Francia, Belgio, Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Olanda; tra i paesi del G7 siamo ultimi per spesa pubblica e totale. C’è sicuramente, dunque, un problema di risorse e, in presenza dei trend demografi ci attuali, un inevitabile, correlato problema di sostenibilità. La crisi di sostenibilità dei sistemi sanitari impone di riconoscere nel valore il driver della sanità del XXI secolo: valore che, come sosteneva Michael Porter, è il ritorno in termini di salute delle risorse investite in sanità. Occorre mettere sempre la salute al centro di tutte le decisioni (health in all policies), in particolare di quelle che coinvolgono lo sviluppo economico del paese. Occorre, infine, ridurre il divario dell’Italia in termini di risorse investite in sanità e di accessibilità delle cure, riducendo le forti disomogeneità regionali.

Alcune proposte concrete.

  1. Investire in prevenzione: attualmente l’Italia destina alla prevenzione il 4,2% del Fondo sanitario nazionale. Nell’ipotesi che nel 2050 la spesa in prevenzione raggiunga un livello pari all’8% sulla spesa sanitaria pubblica, l’incidenza della spesa sanitaria sul pil scenderebbe dal 9,20% all’8,5%, con un risparmio di 19,4 miliardi di euro rispetto al caso base. In questo ambito, la vaccinazione rappresenta un valido investimento con un ritorno economico sempre positivo: ogni dollaro speso nella vaccinazione infantile produce un risparmio di 3 dollari per i payor e di 10 dollari per la società. E la vaccinazione rappresenta un vero e proprio smart spending in tutte le età della vita.
  2. Meno sprechi, più valore nell’assistenza: il principio generale di questa strategia è nel Patto per la salute 2014-2016, dove si legge che “i risparmi derivanti dall’applicazione delle misure contenute nel Patto rimangono nella disponibilità delle singole regioni per finalità sanitarie”. Il Rapporto Gimbe 2016 stima in 25 miliardi di euro l’impatto degli sprechi sulla spesa sanitaria pubblica del 2015.
  3. Più sanità integrativa: nel 2014 la spesa privata in Italia ha raggiunto i 33 miliardi di euro. In Italia, le varie forme di sanità integrativa “intermediano” solo il 13% della spesa privata (circa 4 miliardi/anno di euro), con un gap di oltre il 40% rispetto al resto d’Europa. Il 53,6% degli italiani paga già di tasca propria molte spese che un tempo venivano coperte dal Ssn. Nel 41,7% delle famiglie almeno una persona ha dovuto rinunciare a una prestazione sanitaria.

C’è bisogno, dunque, di una nuova governance secondo una visione olistica che consideri la salute delle persone a 360 gradi − dalla prevenzione alla cura − e che promuova – in un’ottica one health − un approccio collaborativo e multidisciplinare, rafforzando la partnership tra tutti gli attori. Mi piace sempre ricordare a questo proposito un proverbio africano: “Se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuoi andare lontano, andiamo insieme”.

I processi che tutelano i cittadini e che riguardano l’approvazione di un nuovo farmaco possono essere un ostacolo alla crescita dell’innovazione applicata alla sanità?

Come azienda siamo da sempre a fianco delle istituzioni e degli organi deputati alla tutela della salute del cittadino e crediamo fermamente nel valore che un lavoro condiviso possa portare nella definizione di politiche sanitarie e di accesso all’innovazione capaci di garantire la migliore salute possibile.

Gli obiettivi di salute pubblica sono gli stessi che orientano il nostro operare e, quindi, il dialogo e il confronto tra attore pubblico e privato possono senz’altro aiutare a perseguire meglio questi comuni obiettivi.

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