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La memoria collettiva del passato

La storia del Museo laboratorio della mente: un esempio di innovazione museale che inserisce il patrimonio del passato in ambienti sensibili. Un luogo non più solo da visitare e attraversare ma da vivere.

Pompeo Martelli

Direttore Uosd Polo museale, Asl Roma 1, Roma

By Maggio 2017Luglio 31st, 2020No Comments

Molti musei nascono per un lucido disegno istituzionale, altri viceversa sorgono per la perseveranza e la passione di qualche singolo personaggio che, avendo a cuore una memoria, un’eredità culturale, non solo trova le risorse economiche perché l’iniziativa si avveri, ma anche crea le condizioni umane affinché la cosa possa avere vita e sviluppo: volontà, passione, complicità sono infatti fattori essenziali che occorre mobilitare in un’avventura complessa come questa. L’esperienza progettuale e realizzativa del Museo laboratorio della mente della Asl Rm1 di Roma, situato nell’ ex ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà a Roma, nasce certamente da tutte queste componenti virtuose che, in più, si accompagnano alla particolare adesione che il tema della malattia mentale richiede. Ma nasce anche dal bisogno, in questi tempi di oblio, di mantenere memoria delle modalità ingiuste con cui questa sofferenza è stata affrontata istituzionalmente e dalla necessità di rievocare le soluzioni inedite e rivoluzionarie interpretate dall’esperienza unica di Franco Basaglia. Urgenze che impongono, tra l’altro, una ricerca accurata di concezioni espositive originali e in grado di esprimere al meglio questa delicata materia, così da renderla partecipata al pubblico.

L’argomento del resto è cruciale e non riguarda più solo una schiera di confinati tra le mura di allora, ma tutti noi adesso: la complessità sociale, le pressioni mediatiche, le profonde mutazioni hanno allargato il disagio mentale ben oltre le patologie riconosciute, manifestando un profondo e diffuso disadattamento che si rivela come uno dei punti più problematici di quest’epoca. Se non bastassero tutte queste buone ragioni e queste qualità a generare un buon museo, chi progetta può comunque contare, come in questo caso, su possibili e fortunose coincidenze. Diversi anni fa, era il 1984, Studio Azzurro ha girato un film [1] su un graffito monumentale, opera di un paziente dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Volterra: Oreste Fernando Nannetti, di professione matto o, come sosteneva lui, colonnello astrale, ingegnere astronautico minerario nel sistema mentale collegato al sistema telepatico. Quando, più di vent’anni dopo, chiamammo Paolo Rosa e lo Studio Azzurro per la creazione del nuovo percorso espositivo del Museo Laboratorio della Mente scoprimmo che la cartella clinica del primo ricovero di Oreste Fernando Nannetti, con relative foto segnaletiche, era gelosamente custodita nel nostro archivio, l’operazione prese, per tutto noi, una svolta decisiva ed emotivamente ancor più marcata.

Il progetto si formò da subito all’ombra di quel muro. L’allestimento, all’interno dell’edificio, è stato pensato infatti come attraversato da un lunga parete che taglia per quasi tutta la lunghezza lo spazio, delineando il percorso espositivo. E’ un muro trasparente che si trasforma in supporto per diverse videoproiezioni, che protegge alcuni ambienti, che infine ricostruisce, in grandezza naturale, una parte considerevole del graffito stesso. Un muro narrante capace di offrire allo spettatore la sensazione costante di essere al di qua o al di là di un ambiente, al di fuori o dentro una condizione, interpretando efficacemente l’invito a entrare fuori e uscire dentro.

Questa trasparenza, quasi astratta nel dividere lo spazio espositivo, s’inserisce viceversa nel contesto fisico e vissuto del padiglione 6 del Santa Maria della Pietà, cui si è data la massima rilevanza cercando di far emergere i segni della sua prezioso passato, liberandolo dalle sovrastrutture di precedenti riallestimenti, e ricreando la medesima atmosfera cruda e spoglia segnata da lampadine a vista. Il progetto nasce dunque da questo duplice atteggiamento che diviene anche metaforico: da una parte far riemergere il più possibile la memoria di questo luogo e  dall’altra violarla in modo deciso con quel taglio trasparente, che la scompone e la rilancia nel nostro presente. In questo contesto rinnovato si sviluppa la storia come in un affresco, dove all’intonaco bidimensionale si sostituisce la tridimensionalità dell’intero spazio e dove il pennello e i colori sono aggiornati dagli strumenti e dai linguaggi della multimedialità. E, come in quel paragone, la “storia” è prima di tutto narrazione di sguardi e di gesti, di azioni e di immedesimazioni, di suoni e di spiazzamenti. Più ancora che raccontata, la storia mette nella condizione di essere vissuta. Pochissimi apparati didascalici ed esplicativi si intromettono a quella che deve essere un’esperienza emozionale forte, anche se non dai toni drammatici. Non si è puntato infatti, sulle tonalità crude e dolorose, proprie della vicenda dei manicomi, piuttosto sulla lacerante bellezza, la sottile ironia, delle sue espressività, cogliendo tutti gli insegnamenti, le scintille che essa sa regalarci, senza assecondare alcun sentimento di commiserazione. E’ la grandezza dell’estrema diversità, quella di chi addirittura “abita” un altro mondo, che sa arricchirci e allontanarci dall’idea esclusiva e reclusiva che il manicomio ha per tanto tempo rappresentato.

Il Museo laboratorio della mente si compone quindi di ambienti sensibili che creano un dia­logo aperto tra elementi fisici e dimensioni imma­teriali mediato dal dispositivo interattivo.

Il concetto d’ambiente sensibile, prolungato nel progetto di museo, è inteso come luogo di relazio­ne tra componente virtuale e presenza fisica. È un habitat narrativo, dove la persona viene chiamata a un ruolo attivo e in cui si predilige una fruizione collettiva in modo che il racconto proceda per ef­fetto di più decisioni e che accanto alla relazione uomo tecnologia rimanga, fortissima,  quella tra uomo e uomo. I dispositivi interattivi sono inter­facce naturali, che reagiscono senza l’uso di protesi tecnologiche, ma attraverso modalità comunicative tradizionali – il tatto, la voce, un gesto – così da creare una condizione di maggiore naturalezza. Il museo diviene sempre più un luogo dinamico non solamente destinato alla raccolta e all’esposizione, che segna il passaggio da un’idea di museo di col­lezione a quella di museo di narrazione.

Nel Museo laboratorio della mente il visitatore viene coinvolto all’interno di un insieme di opere progressive capaci di attivare la sua esperienza, che amplificano e sfruttano le sue potenzialità cognitive e sensoriali. Questo significa abbassare l’apparenza delle macchine e il loro valore simbolico, aumentare la temperatura sensibile dell’ambiente, così da creare una condizione di normalità e familiarità. In questo modo si rifugge la logica procedurale, che marca inevitabilmente il comportamento dello spettatore, e si attiva viceversa una dimensione comportamentale spontanea e pre-simbolica, molto significativa.

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La cultura multimediale e interattiva si mostra par­ticolarmente utile, per la sua capacità di registrare, elaborare, connettere e comparare, nell’approccio partecipativo e “user generated content”. È so­prattutto efficace per il museo che si pone come obiettivo quello di raccogliere e comunicare il patrimonio immateriale, in particolare, quando questo patrimonio è diffuso in un territorio, nella memoria di una comunità, nella tradizione orale, nelle prassi della salute pubblica. L’interattività è una dinamica relazionale, tra uomo e uomo o uomo e cosa, rilevata da un dispositivo tecnologico capace di dedurne dati significativi riponibili in una memoria esterna (o estranea) al fatto. Produce quindi dati sensibili che, se elabo­rati in modo coerente, possono suscitare reazioni in grado di far evolvere, modificare, la relazione stessa o ciò che l’ha suscitata. In questo senso interattività differisce dalla semplice definizione d’interazione, che normalmente rappresenta una relazione diretta, ritagliata nella cerchia dell’in­timità. L’interattività si può definire perciò come un’interazione intercettata. Un dato che da privato diviene pubblico. Nonostante le ambiguità della cosa questo elemento può divenire una pre­ziosa componente di un processo collaborativo. Il passaggio dalla sperimentazione di interfacce narrative, esperienziali e immersive alla progett­zione di pratiche socio-tecnologiche collaborative ha cambiato l’identità originaria del Museo laboratorio della mente e con esso dell’antica “città dei folli” e della comunità circostante che il museo trasforma in “corpo curante”.

Sperimentare dinamiche partecipative all’interno del Museo laboratorio della mente ha significa trasformarlo in luogo non più solo da visitare e attraversare ma da vivere. Ha si­gnificato non solo porre il visitatore al centro di una narrazione, ma fare in modo che questa narrazio­ne possa essere modificata, arricchita e in parte ri-creata dalla comunità che la pratica e la percorre. Un luogo in cui stare e ritornare, un riferimento in cui riconoscersi, un valore significativo della propria salute e di quella degli altri.

Bibliografia

[1] L’osservatorio nucleare del sig. Nanof. Reegia di Paolo Rosa, produzione Studio Azzurro, 16 mm. 60’ – 1985

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