In un saggio urgente e provocatorio pubblicato su Die Zeit [1], il giornalista Georg Diez chiede di ridefinire il concetto di progresso nell’era dell’intelligenza artificiale. Prendendo spunto dalla nascita del progressismo – una risposta alla rivoluzione industriale e alla prima Gilded Age, l’epoca della grande concentrazione della ricchezza negli Stati Uniti – Diez sostiene che oggi non possiamo consegnare ai tecnologi il potere di decidere il futuro della società.
“Un’idea di progresso che ispiri la società e le fornisca nuova energia, sul piano intellettuale come su quello emotivo, deve perciò essere ampia, concepita in modo sistemico e ambiziosa”, scrive Diez (mi si perdoni la traduzione). “Deve essere formulata collettivamente dalla politica, dall’economia, dalla scienza e dalla società civile, e deve rispondere alla domanda su quale tecnologia vogliamo – e a quali condizioni”.
Prendendo spunto dalla nascita del progressismo, Georg Diez sostiene che oggi non possiamo consegnare ai tecnologi del presente il potere di decidere il futuro della società.
Scrivo queste righe proprio mentre l’ennesima bestemmia dell’accoppiata capitalismo-tecnologia – SpaceX di Elon Musk – sbarca sul mercato con una valutazione assurda e oscena di 2110 miliardi di dollari. Il modo in cui a lui, l’uomo più ricco del mondo, vengono concessi i mezzi e il potere per dare forma al progresso sulla base delle sue follie: colonizzare Marte (e non solo) con il seme dei suoi lombi e i suoi sogni febbrili.
Non possiamo permetterlo.
Diez sostiene che “la situazione è schizofrenica. Da un lato, ampi settori delle società occidentali sembrano aver perso la fiducia in futuro migliore. Dall’altro, nella Silicon valley si è affermato un culto tecno-ottimista del progresso, che promette immensa prosperità e vantaggi inimmaginabili per tutti, perché l’intelligenza artificiale consentirà un gigantesco balzo in avanti della produttività”.
Visioni così estreme precludono un dibattito pubblico ragionato sulla direzione del progresso. “Che cosa significa – si chiede Diez – soprattutto per una società che sta vivendo la fine delle sue vecchie certezze, senza averne ancora trovate di nuove?”. In passato, osserva, il progresso equivaleva a “tecnologia più valori” e la società era in grado di negoziare “come i vantaggi e i guadagni del progresso tecnologico potessero e dovessero essere distribuiti”. Non sono così sicuro che negli ultimi tempi ci siamo riusciti granché bene. Ha però ragione ad aggiungere che oggi dobbiamo riconoscere che la situazione è cambiata: il declino dell’Occidente di fronte all’avanzata di Cina, India e Indonesia. “Tanto più urgente è formulare un’idea di progresso per il XXI secolo”.
Per farlo, Diez torna all’Ottocento, alla rivoluzione industriale e all’impatto dei magnati del carbone, dell’acciaio e delle ferrovie. “Spinta dalla prima rivoluzione industriale, una trasformazione tecnologica ed economica produsse la miseria di massa del proletariato insieme a rilevanti ricchezze”. La resistenza a entrambi questi fenomeni diede vita alla politica del progresso.
Di una porzione di questa storia scrivo nel mio ultimo libro, “Hot type” [2], che ricostruisce la risposta della più antica organizzazione sindacale nazionale statunitense, l’International typographical union (Itu), di fronte all’arrivo imminente della macchina per comporre, la Linotype, nel 1886. Avendo imparato dal fallimento dei luddisti e dei Captain Swing contro il sistema feudale meccanico, e per converso dalla tenacia premiata degli stampatori all’avvento del vapore, il sindacato non combatté la tecnologia ma pretese di controllarla e di trarre beneficio dai suoi vantaggi in efficienza, guidando al tempo stesso il movimento nazionale per la giornata di otto ore e per condizioni di lavoro più sicure. L’Itu prosperò in termini di retribuzione e potere finché non si trovò davanti a una tecnologia successiva che non poté controllare (per quella storia, dovrete ordinare il libro).
Si trattava, per usare le parole di Diez, di uno spirito di “ottimismo militante”. “Il progresso, come era chiaro allora e dovrebbe esserlo oggi, può essere realizzato solo con la tecnologia, non contro di essa”. Il compito è bilanciare una critica della tecnologia certamente legittima con una visione chiara di come i suoi frutti possano giovare alla società.
La differenza, oggi, sta – dice Diez, citando il venture capitalist Vinod Khosla – nel fatto che l’intelligenza artificiale sposterà la distribuzione del potere e della ricchezza verso il capitale, a scapito del lavoro. In risposta, Khosla propone di esentare dall’imposta sul reddito i lavoratori meno pagati, compensando la differenza con la tassazione dei redditi da capitale; diversi ragazzi dell’intelligenza artificiale hanno rilanciato l’idea di un reddito universale garantito. Ma, si noti bene, che nella sua enciclica papa Leone XIV [3] ha respinto quest’ultima ipotesi, perché “il lavoro non è semplicemente uno strumento; esprime e accresce la dignità delle nostre vite”. La redistribuzione della ricchezza è imperativa – si veda l’uomo da duemila miliardi – e dovrebbe avvenire attraverso la leva fiscale, a sostegno dei programmi sociali.
Una nuova idea di progresso, sostiene Diez, deve essere concepita dal punto di vista dell’umanità. Amen. È per questo che lavoro a nuovi programmi educativi che valorizzino le discipline umanistiche al tempo dell’intelligenza artificiale. Ed è ciò che mi ha spinto a curare una nuova collana di libri intitolata “Intelligence: AI & humanity” [4], per aprire la discussione ad autrici e autori delle scienze umane e sociali.
L’intelligenza artificiale ci sfida a ridefinire chi vogliamo essere, come individui e come comunità.
“L’intelligenza artificiale ci sfida a ridefinire chi vogliamo essere, come individui e come comunità”, osserva Diez. “Solleva domande come: che cosa costituisce per noi la qualità della vita?… Una nuova idea di progresso non dovrebbe essere plasmata né dalla tecnofobia e dall’austerità né dalla promessa di una crescita esponenziale”.
Oggi è stato permesso ai tecnologi – ai tecnologi sbagliati [5], spesso immaturi che hanno abbandonato gli studi: i Musk, gli Altman, i Thiel, i Karp, gli Zuckerberg, i Bezos – di imporci le loro idee di progresso. Non c’è esempio migliore, di recente, di Anthropic che si propone come salvatrice del genere umano ed esibisce la “costituzione” [6] della sua intelligenza artificiale, mentre costruisce un sistema che essa stessa ha giudicato troppo pericoloso per essere reso disponibile ai comuni cittadini, cosa che ha indotto Trump a vietarne l’accesso agli stranieri [7] e ha portato così a spegnerlo per tutti. Questo non è progresso.
No: il progresso deve essere il risultato di un discorso pubblico aperto, di discernimento politico e di negoziazione. Nell’Ottocento i sindacati si batterono per la loro quota della ricchezza appena creata, mentre i movimenti sociali si battevano per la giustizia: l’abolizione della schiavitù e il suffragio. Oggi il dibattito sui limiti e sui frutti della tecnologia deve essere guidato da nuovi leader capaci di rappresentare il resto del mondo, fuori dalla Silicon valley.
Sono d’accordo sul fatto che sia fondamentale che noi – lavoratori, studenti, accademici, creativi, cittadini – prendiamo in mano questa nuova tecnologia e il dibattito sui suoi effetti.
Questo non significa che i tecnologi debbano restare fuori dalla discussione. Devono prendervi parte per il merito del loro lavoro e delle loro idee [5], non per la loro capitalizzazione di mercato. Ma, come ho imparato studiando e scrivendo le mie storie di tecnologia e di media – stampa [8], magazine [9], meccanizzazione e industrializzazione dei mezzi di comunicazione di massa [2] e perfino internet [10] – una lezione chiara che ne ho tratto è che, una volta che una tecnologia diventa di uso comune e viene impiegata da altri, i tecnologi finiscono inevitabilmente sullo sfondo. Conservano il loro potere sacerdotale solo per un tempo limitato, finché i loro misteri restano tali. Questa caduta dall’alto, prevedo, si rivelerà il loro destino molto più rapidamente nel caso dell’intelligenza artificiale, perché è uno strumento reso così semplice da poter essere usato da tutti, e perché tanti dei suoi capofila sono meritatamente impopolari.
È il nostro futuro quello che dobbiamo tracciare, un compito troppo vitale per lasciarlo a programmatori e capitalisti.
Ed è per questo che condivido con voi le argomentazioni di Diez: perché sono d’accordo sul fatto che sia vitale che noi – lavoratori, studenti, accademici, creativi, cittadini – prendiamo in controllo di questa nuova tecnologia e della discussione sui suoi effetti. Dobbiamo definire il progresso non nei termini delle stronzate dei ragazzi dell’intelligenza artificiale – l’Agi (intelligenza artificiale generale), l’Asi (superintelligenza artificiale), la fine del lavoro, la colonizzazione di un Marte invivibile, un mondo post-umano – ma in termini umani: lavoro dignitoso; ricchezza condivisa; i benefici della scienza, dell’arte e della creatività; istruzione per tutti; equità e giustizia; comunità. È il nostro futuro quello che dobbiamo tracciare, un compito troppo vitale per lasciarlo a programmatori e capitalisti.
Il testo originale di questo articolo, “To redefine progress” è stato pubblicato su BuzzMachine il 13 giugno 2026. Traduzione italiana pubblicata con l’autorizzazione dell’autore.
Bibliografia
1. Diez G. Wir können uns nicht mehr leisten, keine Vision zu haben. Die Zet, 9 giugno 2026.
2. Jarvis J. Hot type. The magnificent machine that gave birth to mass media and drove Mark Twain mad. New York: Bloomsbury Publishing, 2026.
3. Jarvis J. Pope Leo and human intelligence. Medium, 26 maggio 2026.
4. Jarvis J. Intelligence: AI & humanity. Announcing a new book series from Bloomsbury (and me). Medium, 18 marzo 2026.
5. Jarvis J. AI has a communication problem. But in Jensen Huang & Yann LeCun it has master communicators. Medium, 3 giugno 2026.
6. www.anthropic.com/constitution
7. Reuters. Anthropic to disable its most advanced AI models after US order limiting foreign access. The Guardian, 13 giugno 2026.
8. Jarvis J. The Gutenberg parenthesis. The age of print and its lessons for the age of the internet. New York: Bloomsbury Publishing, 2023.
9. Jarvis J. Magazine. New York: Bloomsbury Publishing, 2023.
10. Jarvis J. The Web We Weave: why we must reclaim the internet from Moguls, Misanthropes, and Moral Panic. New York: Basic Books, 2024.

