L’estate 2026 sarà ricordata in Europa e in Italia come l’ennesima stagione dei primati negativi, segnata da record termici storici e da ondate di calore estreme per intensità e durata [1]. Gli scenari globali indicano che il trend delle temperature continuerà a salire almeno fino al 2100 a causa dei gas serra accumulati in atmosfera. Si tratta di una traiettoria che potremo deviare solo azzerando le emissioni nette (Net-Zero), riducendo drasticamente il metano e triplicando la capacità globale di energie rinnovabili. Tuttavia, se la rimozione della CO2 antropica venisse affidata esclusivamente ai processi naturali della biosfera e al ciclo del carbonio oceanico, occorrerebbero secoli, se non millenni, per ritornare alle temperature dell’era preindustriale [2].
Al momento, le emissioni globali non accennano a diminuire in modo significativo: dopo aver raggiunto il picco storico nel 2025 [3] i dati del primo trimestre 2026 [4] mostrano soltanto i primi timidi segnali di una stabilizzazione strutturale. Il volume totale di gas climalteranti in atmosfera resta a livelli critici e, mantenendo i trend attuali, l’aumento della temperatura media globale si attesterà tra i 2,3°C e i 2,5°C entro la fine del secolo [5], superando ampiamente la soglia stabilita dagli Accordi di Parigi. Nel bacino del Mediterraneo – e in particolare nel nostro Paese – l’impatto sarà ancora più severo: la regione è infatti un hotspot climatico primario, dove il riscaldamento globale avanza a una velocità circa doppia rispetto alla media planetaria (Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici).
Eppure, la consapevolezza scientifica si scontra con l’inerzia psicologica. Sebbene la popolazione percepisca e subisca gli effetti del caldo estremo, non appena la stagione estiva si conclude tende a rimuovere il problema, derubricando l’anomalia appena vissuta a un episodio isolato anziché riconoscerla come il sintomo di una crisi sistemica. Come spiega la sociologia ambientale, siamo di fronte a un fenomeno di “rimozione difensiva” e di “negazione collettiva”, strategie psicologiche utilizzate per allontanare il senso di colpa e l’insicurezza, evitando così di mettere in discussione il nostro attuale modello di sviluppo [6].
Il deficit strutturale degli investimenti
A oltre dieci anni dalla firma degli Accordi di Parigi, gli obiettivi di mitigazione – ossia gli interventi strutturali per abbattere le emissioni e contenere il surriscaldamento – registrano ritardi gravissimi. L’economia globale resta fortemente dipendente dai combustibili fossili (petrolio, gas e carbone), che coprono tuttora la quota maggioritaria del fabbisogno energetico. Inoltre, le risorse economiche messe in campo sono del tutto insufficienti: secondo le stime della Climate policy initiative, gli investimenti annuali attuali sono inferiori a un terzo di quanto sarebbe necessario, accumulando un deficit strutturale che allontana l’orizzonte del Net-Zero al 2050.
Gli investimenti finanziari per contrastare il cambiamento climatico si dividono in tre grandi macro-categorie:
- Costi della mitigazione: risorse destinate alla prevenzione, alla riduzione delle emissioni antropiche e alle tecnologie di rimozione della CO2.
- Costi dell’adattamento: spese necessarie per mettere in sicurezza i territori, ridurne la vulnerabilità e convivere con gli impatti climatici già inevitabili.
- Costi dell’inattività: l’altissimo prezzo economico, sociale e ambientale da pagare qualora le emissioni continuassero a crescere senza sosta.
Mentre la mitigazione agisce sulle cause profonde della crisi, l’adattamento interviene sugli effetti presenti e futuri; entrambi gli asset sono ormai egualmente indispensabili. Secondo il Sesto rapporto dell’Ipcc, le strategie di mitigazione non potranno limitarsi al solo abbattimento delle emissioni, ma dovranno integrare la rimozione attiva della CO₂ (Cdr) tramite programmi di afforestazione, bioenergie con cattura e stoccaggio del carbonio (Beccs), potenziamento del sequestro di carbonio nei suoli e sistemi di cattura diretta dall’aria (Dac).
Secondo i modelli econometrici dell’Ipcc e della Commissione europea, la transizione verso le emissioni nette zero richiederebbe investimenti annui pari al 3-5 per cento del Pil globale da qui al 2050. Di contro, lo scenario d’inerzia (“business-as-usual”) provocherebbe perdite drammatiche, stimate tra il 10 e il 20 per cento del Pil mondiale entro la metà del secolo.
Un recente studio pubblicato dal Boston Consulting Group e dalla Judge Business School dell’Università di Cambridge (“Too hot to think straight, too cold to panic”) [7] evidenzia come la mitigazione sia la strategia in assoluto più efficiente e conveniente, capace di generare nel lungo periodo un ritorno economico di gran lunga superiore ai costi sostenuti. Al contempo, l’adattamento resta indispensabile per arginare i danni dei prossimi decenni. Per stabilizzare il riscaldamento entro i 2°C al 2100, il report stima che entro il 2050 gli investimenti in mitigazione dovrebbero aumentare di ben 9 volte, e quelli in adattamento di 13 volte rispetto ai livelli attuali.
La vera sfida risiede nell’asimmetria temporale dei flussi finanziari: il 60 per cento delle risorse complessive dovrebbe essere stanziato e speso prima del 2050, mentre il 95 per cento dei danni economici derivanti dall’inazione si manifesterà solo dopo quella data. Questo sfasamento cronologico costituisce il principale freno per la politica, strutturalmente restia a sostenere costi immediati a fronte di benefici visibili solo nel lungo termine.
Un esercizio ucronico
Quest’estate ho letto “Kolchoz”, l’ultimo libro di Emmanuel Carrère. In un capitolo, l’autore evoca il concetto di ucronia: un gioco letterario e storico in cui gli eventi realmente accaduti vengono sostituiti da scenari alternativi. Ho provato a immaginare come sarebbe il mondo dopo il 2015, se tutti i Paesi si fossero allineati concretamente applicando le linee guida degli Accordi di Parigi.
“Anche se la ratifica iniziale degli accordi di Parigi non è bastata, da sola, a frenare il riscaldamento – portando comunque al superamento della soglia critica di 1,5 °C – la maggior parte delle nazioni ha reagito prontamente per evitare il peggio. Per contenere l’aumento termico entro il limite di sicurezza dei 2 °C, i governi hanno progressivamente inasprito i propri piani nazionali, attivando il meccanismo di revisione al rialzo degli impegni (ratchet mechanism) monitorato dal Climate Action Tracker.
Il punto di svolta politico è stato l’adozione globale di una Carbon tax generalizzata. L’introduzione di una tassazione penalizzante sulle emissioni ha fatto impennare i prezzi di carbone e gas naturale, rendendo i combustibili fossili economicamente svantaggiosi rispetto alle fonti rinnovabili. Questo shock di mercato ha spinto i governi a reindirizzare, nel giro di pochissimi anni, i massicci sussidi statali storicamente concessi alle fonti fossili verso lo sviluppo di reti elettriche intelligenti (smart grids), accelerando la transizione energetica globale. Parallelamente, i Paesi industrializzati hanno onorato e poi incrementato i fondi di sostegno finanziario destinati alle economie in via di sviluppo, consentendo loro di saltare la fase della dipendenza dal carbone e di finanziare piani di adattamento efficaci.
A distanza di un decennio, questa mobilitazione globale sta già dando i suoi frutti, delineando trend estremamente incoraggianti per il 2050 e il 2100. Nei decenni a venire, la frequenza di ondate di calore letali, siccità prolungate e alluvioni catastrofiche è destinata a ridursi sensibilmente, alleviando la pressione sui sistemi sanitari e riducendo la mortalità legata agli eventi estremi.
La fusione dei ghiacciai alpini e montani sta finalmente rallentando e l’Artico riuscirà a preservare una parte significativa della sua copertura glaciale estiva; l’elevato effetto albedo della banchisa continuerà così a riflettere i raggi solari nello spazio, disinnescando il riscaldamento della regione. Anche i temuti feedback positivi – gli effetti a catena capaci di auto-alimentare l’effetto serra – sembrano scongiurati: il rallentamento del collasso del permafrost riduce drasticamente il rischio di un rilascio massiccio di metano e CO2 da parte della materia organica rimasta intrappolata nei ghiacci per millenni.
L’inerzia del sistema climatico fa sì che il livello medio dei mari continui a salire, ma ad un ritmo controllato e gestibile dagli interventi di ingegneria costiera. Nelle aree urbane, le ondate di calore saranno meno intense e più brevi, traducendosi in un minore consumo energetico per il raffrescamento degli edifici. Il rischio di allagamenti improvvisi e di crisi idriche severe è stato ridotto rispetto agli scenari peggiori. Soprattutto, l’aria delle nostre città è tornata respirabile: il bando definitivo dei combustibili fossili ha abbattuto l’inquinamento atmosferico, salvando milioni di vite.
Il mondo vive in attesa di raggiungere una stabilità climatica nei prossimi decenni, la “just transition” rappresenta la sfida politica ed economica del nostro secolo per garantire che questa trasformazione non avverrà a spese dei paesi e delle comunità più vulnerabili ma che l’azione climatica rappresenterà un’opportunità di inclusione sociale e prosperità economica per tutti”.
Bibliografia
1. Ministero della Salute, Dipartimento di Epidemiologia del S.S.R. Lazio – ASL Roma 1. Risultati dei Sistemi di Allarme (HHWWS) e del Sistema di Sorveglianza della Mortalità Giornaliera (SiSMG) e degli accessi in Pronto Soccorso (PS). Rapporto 1-31 luglio 2026. Disponibile su: https://www.salute.gov.it/new/it/pubblicazione/risultati-dei-sistemi-di-allarme-hhwws-e-del-sistema-di-sorveglianza-della-10/
2. Climate change 2023: synthesis report. Contribution of working groups I, II and III to the Sixth assessment report of the Intergovernmental panel on climate change. [Core Writing Team, H. Lee and J. Romero (eds.)]. IPCC, Geneva, Switzerland, 184 pp., https://doi.org/10.59327/IPCC/AR6-9789291691647
3. Global Carbon Project. GCB 2025. Disponibile su: https://globalcarbonbudget.org/gcb-2025/
4. Europa, le emissioni di CO2 tornano a salire nel primo trimestre del 2026. HDblog, 14 agosto 2026. Disponibile su: https://www.hdblog.it/green/articoli/n667295/emissioni-gas-serra-europa-q1-2026-eurostat/
5. United Nations environment programme (2025). Emissions gap report 2025: off target – Continued collective inaction puts global temperature goal at risk [Olhoff A, chief editor; Lamb W; Kuramochi T; et al. (eds)]. Nairobi. https://doi.org/10.59117/20.500.11822/48854
6. Norgaard KM. Living in denial. Climate change, emotions, and everyday life. Cambridge: MIT Press, 2011.
7. Benayad A, Hagenauer A, Holm L, et al. Too hot to think straight, too cold to panic. Landing the economic case for climate action with decision makers. Boston Consulting Group, Cambridge Judge Business School, & climaTraces Lab, 2025. Disponibile su: https://web-assets.bcg.com/93/51/1389e6b74f1d82a1c03e9144222f/why-investing-in-climate-action-makes-good-economic-sense-dec2025.pdf

