Negli ultimi anni il concetto di povertà energetica si è allargato: non riguarda più solo l’impossibilità di riscaldare la casa d’inverno, ma anche di mantenerla fresca d’estate. In un Paese sempre più esposto a ondate di calore intense come l’Italia, la cooling poverty – cioè l’impossibilità economica di raffrescare la propria abitazione – rischia di diventare una nuova forma di disuguaglianza sociale e sanitaria, colpendo in modo sproporzionato anziani, bambini, malati cronici e famiglie a basso reddito. Allo stesso tempo, la transizione energetica richiede investimenti rilevanti in efficienza, rinnovabili e infrastrutture, sollevando una domanda cruciale: è più urgente investire nell’adattamento al cambiamento climatico o nella mitigazione delle sue cause? Ne parliamo con Luciano Lavecchia, economista.
Per anni la povertà energetica è stata associata soprattutto all’incapacità di riscaldare adeguatamente la propria abitazione. Con estati sempre più calde, in che modo cambia oggi questa definizione? La cooling poverty è destinata a diventare una nuova forma di disuguaglianza, e quali implicazioni comporta per le politiche pubbliche?
La definizione di povertà energetica, introdotta in modo ufficiale nel nostro Paese con la “Strategia energetica nazionale” del 2017, rimane sostanzialmente invariata. In particolare, questo concetto indica una “difficoltà di acquistare un paniere minimo di beni e servizi energetici o, in alternativa, un accesso ai servizi energetici che implica una distrazione di risorse, in termini di spesa o di reddito, superiore a un ‘valore normale’”. Il punto centrale è che una famiglia – l’unità di riferimento con cui viene analizzato il fenomeno – non riesce a soddisfare alcuni bisogni energetici essenziali: riscaldare la casa in inverno, raffrescarla in estate, cucinare, illuminare gli ambienti e alimentare gli elettrodomestici. Fino a qualche anno fa, circa i due terzi degli usi energetici erano connessi al riscaldamento dell’abitazione ma i cambiamenti climatici stanno modificando questi bisogni. L’aumento dei giorni torridi (con oltre 35 °C) e delle ondate di calore e la maggior frequenza delle notti tropicali rende il raffrescamento un’esigenza sempre più pressante. Per alcune categorie, in particolare anziani, bambini e altre persone fragili, si tratta di una questione che incide direttamente sulla salute. In questo contesto, la climatizzazione degli ambienti diventa uno strumento fondamentale di adattamento ai cambiamenti climatici. Oggi in Italia circa il 56 per cento delle famiglie dispone di un condizionatore. Questo dato medio, tuttavia, nasconde disuguaglianze significative. Tra le famiglie con minori risorse economiche, meno di una su due ne possiede uno, mentre tra quelle più benestanti la quota sale a circa due su tre. Emergono inoltre marcate differenze territoriali: i condizionatori sono più diffusi nelle Isole e nelle grandi aree metropolitane, dove le condizioni climatiche e l’intensità delle isole di calore urbane rendono il raffrescamento ancora più necessario. Queste differenze meritano attenzione, perché indicano la necessità di calibrare meglio le politiche pubbliche, orientando gli interventi e le risorse verso i territori e le famiglie che presentano i maggiori livelli di vulnerabilità.
Fino a qualche anno fa, circa i due terzi degli usi energetici erano connessi al riscaldamento dell’abitazione ma i cambiamenti climatici stanno modificando questi bisogni.
Per intervenire bisogna prima misurare il fenomeno. Gli indicatori oggi utilizzati per valutare la povertà energetica sono ancora adeguati in un contesto di estati sempre più estreme oppure è necessario sviluppare nuovi strumenti capaci di identificare chi non riesce a raffrescare la propria abitazione?
Per capire se si stanno compiendo progressi nel risolvere una situazione critica è indispensabile, innanzitutto, definire e misurare i fenomeni che la determinano e, successivamente, valutare l’efficacia delle diverse misure di contrasto disponibili. Come ricordato in precedenza, nonostante l’Italia disponga di una definizione di povertà energetica, non ha ancora individuato una misura ufficiale. Fino al 2023 il governo ha utilizzato un indicatore derivato dall’approccio sviluppato in Inghilterra nel 2011, noto come “low income, high costs”, che era stato proposto in un lavoro del 2014 (coautorato con Ivan Faiella) [1]. Secondo questo indicatore, una famiglia è considerata in povertà energetica se soddisfa contemporaneamente due condizioni: ha un reddito basso e sostiene una spesa elevata per i consumi energetici domestici. A queste si aggiungono le famiglie a basso reddito che, pur avendo bisogno di riscaldare la propria abitazione, non sostengono alcuna spesa per il riscaldamento, un possibile segnale di deprivazione. Secondo questa misura, utilizzata nei documenti governativi fino al 2023 e nei più recenti rapporti annuali dell’Istat, nel 2024 le famiglie in povertà energetica erano circa 2,4 milioni. Sebbene in prospettiva i consumi per raffrescamento siano destinati ad aumentare, quelli per gli altri usi energetici, e in particolare per il riscaldamento, rappresentano ancora la maggiore spesa energetica delle famiglie. Conseguentemente, ritengo che questo indicatore continui a essere uno strumento utile per stimare la diffusione del fenomeno, anche in un contesto le cui dinamiche cambieranno sensibilmente a causa dei cambiamenti climatici. Ciò non esclude, naturalmente, la possibilità di sviluppare analisi più articolate, ad esempio sulla disponibilità di sistemi di climatizzazione o, in prospettiva, sui consumi energetici minimi necessari per garantire un adeguato raffrescamento delle abitazioni in un contesto di cambiamenti climatici.
Se per riscaldare una casa è spesso sufficiente intervenire sul singolo immobile, contrastare il caldo estremo richiede un ripensamento più ampio delle nostre città.
Il caldo eccezionale di quest’ultima estate conferma che i cooling sia ormai un bisogno essenziale. Se lo consideriamo non più un comfort, ma una misura di tutela della salute, quali investimenti dovrebbero avere la priorità: la riqualificazione degli edifici, l’efficienza energetica, il potenziamento delle reti elettriche, le energie rinnovabili o i sostegni economici alle famiglie?
È utile distinguere tra interventi di breve periodo e interventi di medio-lungo termine. Nel breve periodo, di fronte a un inverno particolarmente rigido o a un’estate caratterizzata da ondate di calore eccezionali, è possibile sostenere tempestivamente le famiglie con trasferimenti economici mirati che aiutino a far fronte all’aumento delle bollette energetiche, evitando che le stesse siano costrette a rinunciare al riscaldamento in inverno o al raffrescamento in estate. Nel medio-lungo termine, invece, è necessario intervenire sulle cause strutturali della povertà energetica. In primo luogo, occorre migliorare l’efficienza energetica degli edifici, riducendo il fabbisogno di energia per garantire condizioni di comfort. Nel caso del raffrescamento, inoltre, bisogna guardare anche a ciò che circonda le abitazioni. Se per riscaldare una casa è spesso sufficiente intervenire sul singolo immobile, contrastare il caldo estremo richiede un ripensamento più ampio delle nostre città: aumentare le superfici verdi e gli alberi, utilizzare materiali e pavimentazioni che assorbano meno calore, favorire colori chiari per gli edifici e promuovere sistemi di schermatura come le tende oscuranti. Un ruolo importante è svolto anche dai condizionatori, preferibilmente pompe di calore, che possono essere utilizzate sia per il raffrescamento estivo sia per il riscaldamento invernale. La loro diffusione, tuttavia, richiede un adeguamento delle infrastrutture elettriche: occorrono investimenti nelle reti elettriche e nelle cabine primarie e secondarie per evitare interruzioni nei momenti di massimo consumo, oltre a garantire una produzione o un’importazione di energia elettrica sufficiente a soddisfare la domanda. L’elettrificazione dei consumi, d’altra parte, è fondamentale per il processo di decarbonizzazione della nostra economia. Si tratta di una trasformazione che richiede tempo, risorse economiche e una pianificazione attenta, capace di integrare politiche energetiche, abitative e urbanistiche. In questo contesto, occorrono politiche mirate, ad esempio a tutela dei minori e, in particolar modo, di quelli che vivono in famiglie la cui persona di riferimento è straniera.
Investire in efficienza energetica, edilizia sostenibile e fonti rinnovabili può essere considerato una forma di prevenzione, perché riduce l’esposizione al caldo estremo e i costi sanitari futuri. Dal punto di vista economico, disponiamo oggi di evidenze che dimostrino come questi investimenti producano benefici sanitari, sociali ed economici superiori ai costi iniziali?
Non ancora, almeno per il nostro Paese. Esistono numerosi studi, condotti soprattutto all’estero, che mostrano come le ondate di calore riducano la produttività del lavoro e aumentino il rischio di incidentalità e di malattie, influendo sui tassi di mortalità. Per quanto riguarda l’Italia, invece, nonostante la nostra storica esposizione – soprattutto in alcune aree del Paese – a ondate di calore e notti tropicali, molto più intensa di quella di molti Paesi del Nordeuropa che stanno sperimentando questi fenomeni solo negli ultimi anni, la ricerca su questi temi è ancora limitata. Si tratta di un filone di studi che andrebbe sviluppato. Per farlo, però, è necessario soddisfare un prerequisito fondamentale: mettere a disposizione della comunità scientifica i dati necessari per svolgere queste analisi. L’Italia dispone di un patrimonio straordinario di dati amministrativi di elevata qualità, che riguardano gli immobili, i consumi energetici, la salute e molti altri ambiti rilevanti. Il nostro Paese ha investito ingenti risorse nella digitalizzazione della pubblica amministrazione ed è oggi all’avanguardia sotto molti profili. È arrivato il momento di consentire ai ricercatori di utilizzare questi dati, opportunamente anonimizzati e nel pieno rispetto della normativa sulla privacy, per rispondere a queste e a molte altre domande di interesse pubblico. Permane spesso una certa ritrosia da parte delle amministrazioni che custodiscono questi patrimoni informativi, dettata anche da comprensibili responsabilità nella gestione di dati sensibili. Oggi, tuttavia, le tecnologie consentono di garantire elevati standard di sicurezza e riservatezza, rendendo al tempo stesso possibili analisi sempre più sofisticate. L’Italia può contare su una comunità di ricercatori di altissimo livello, competente, curiosa e pronta a dedicare tempo ed energie allo studio di fenomeni complessi, con ricadute potenzialmente molto rilevanti per il benessere collettivo. Perché questo potenziale possa tradursi in risultati concreti, è però indispensabile rimuovere uno dei principali ostacoli alla ricerca: la difficoltà di accedere ai dati. Finché questo nodo non verrà affrontato, molte domande cruciali per comprendere gli effetti del cambiamento climatico e orientare le politiche pubbliche continueranno a rimanere senza risposta.
Mitigazione e adattamento devono procedere di pari passo. Occorre aumentare gli investimenti in entrambe le direzioni, tenendo sempre presente la necessità di dare priorità agli individui e alle famiglie più vulnerabili.
Nel dibattito pubblico adattamento e mitigazione vengono spesso presentati come strategie alternative. Dal punto di vista economico è davvero così oppure sono investimenti complementari? E quale dovrebbe essere oggi il giusto equilibrio tra ridurre le emissioni e proteggere la popolazione dagli impatti ormai inevitabili del cambiamento climatico?
Non c’è alcun contrasto tra mitigazione e adattamento. Gli investimenti in mitigazione servono a rallentare il processo di riscaldamento globale in corso che dipende dalla concentrazione di gas serra in continuo aumento: ogni molecola di CO₂ in meno nell’atmosfera rappresenta un progresso verso il processo di decarbonizzazione. D’altra parte, anche se riuscissimo ad azzerare le emissioni di gas serra nell’immediato (cosa molto poco probabile vista la difficoltà di sostituire rapidamente le fonti fossili), la lentezza nella risposta del sistema climatico consentirebbe solo la stabilizzazione delle temperature ai livelli attuali: circa 1,5 °C in più, in media globale, rispetto al periodo precedente alla rivoluzione industriale, e ancora di più in alcune aree, come l’Europa. Questo significa che dovremo convivere per decenni con le conseguenze del cambiamento climatico, tra cui l’aumento della frequenza e dell’intensità di alcuni eventi meteorologici estremi. È quindi necessario prepararsi – già oggi e non in un futuro lontano, come dimostrano gli eventi che stiamo vivendo – a un mondo molto diverso da quello che abbiamo conosciuto da ragazzi (e che, sfortunatamente, i nostri figli non vedranno). Mitigazione e adattamento devono quindi procedere di pari passo. Tuttavia, nel 2024 il 95 per cento della finanza climatica a livello mondiale è stato destinato a interventi di mitigazione, mentre gli investimenti per l’adattamento sono rimasti largamente insufficienti e, per di più, spesso concentrati nei Paesi sviluppati, nonostante siano i Paesi in via di sviluppo a essere particolarmente esposti agli effetti del cambiamento climatico. Occorre quindi aumentare gli investimenti in entrambe le direzioni, tenendo sempre presente la necessità di dare priorità agli individui e alle famiglie più vulnerabili, sia dagli impatti degli eventi climatici estremi sia dagli effetti distributivi delle politiche climatiche necessarie per contrastarli.
Non esiste una ricetta valida per tutti. Esistono numerose esperienze internazionali da cui trarre insegnamento, ma le soluzioni devono poi essere adattate alle caratteristiche di ciascun Paese e, spesso, anche dei singoli contesti locali.
È noto che la transizione energetica richiede investimenti importanti e, almeno nel breve periodo, può comportare costi per famiglie e imprese. Come si può evitare che questi costi ricadano soprattutto sui nuclei più vulnerabili, aggravando la povertà energetica e la cooling poverty?
Anche in questo caso è fondamentale studiare e comprendere a fondo gli impatti delle politiche climatiche ed energetiche, con particolare attenzione ai loro effetti distributivi. Le famiglie a basso reddito, infatti, tendono a ridurre meno i consumi energetici in risposta a un aumento dei prezzi. La loro domanda di energia è relativamente rigida [2], perché i consumi sono già contenuti e vicini ai livelli di sussistenza: ulteriori riduzioni sarebbero possibili solo a costo di sacrifici significativi. Di conseguenza, un aumento del prezzo dell’elettricità o del gas si traduce soprattutto in una riduzione della capacità di spesa per altri beni e servizi, con un peggioramento del benessere della famiglia. A questo si aggiunge il fatto che molte di queste famiglie vivono in abitazioni poco efficienti dal punto di vista energetico o utilizzano elettrodomestici obsoleti, senza avere le risorse necessarie per sostituirli con alternative più efficienti. Per questo motivo, le politiche devono tenere conto dei vincoli che gravano sulle famiglie più vulnerabili e includere, come parte integrante del loro disegno, strumenti di compensazione in grado di attenuare gli effetti negativi della transizione. Allo stesso tempo, è essenziale monitorare e valutare l’efficacia di questi strumenti, per verificare se raggiungano gli obiettivi prefissati o se sia necessario modificarli. Non esiste una ricetta valida per tutti. Esistono numerose esperienze internazionali da cui trarre insegnamento, ma le soluzioni devono poi essere adattate alle caratteristiche economiche, sociali e istituzionali di ciascun Paese e, spesso, anche dei singoli contesti locali.
Bibliografia
1. Faiella I, Lavecchia L. La povertà energetica in Italia. Questioni di Economia e Finanza, collana della Banca d’Italia, numero 240, ottobre 2014.
2. Faiella I, Lavecchia L. Households’ energy demand and the effects of carbon pricing in Italy. Questioni di Economia e Finanza, collana della Banca d’Italia, numero 614, aprile 2021.
Le opinioni espresse dall’autore sono personali e non impegnano in alcun modo la responsabilità della Banca d’Italia.

