La comunità non si decreta, si costruisce

Indicazioni per capire cosa significa davvero "comunità"

Intervista a Marco Geddes da Filicaia

Medico epidemiologo, co-fondatore dell’Associazione Salute Diritto Fondamentale

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Cappelliere che non contengono cappelli, ombrelli che mai useremo per farci ombra, parrucchieri che non sistemano parrucche: spesso, le parole ingannano oppure le usiamo per aiutarci a credere che qualcosa sia vero, in assenza di evidenze. Abbiamo chiesto a Marco Geddes da Filicaia, medico epidemiologo e autore di un interessante “dizionario” delle parole del welfare e della sanità, le indicazioni perché anche il termine “comunità” non finisca per imbrogliarci.

Il termine “comunità” è usato oggi in modo quasi inflazionato, soprattutto in ambito sanitario. Da dove viene e perché è così difficile da definire?

Il problema è che la parola porta con sé strati di significato sovrapposti e spesso contraddittori. Deriva dal latino communitas, che in italiano suona familiare, quasi rassicurante: richiama il comune, il municipio, l’idea di qualcosa di condiviso. Ma basta spostarsi in Francia per scoprire che lo stesso termine evoca la violenza rivoluzionaria: la commune era il governo del Terrore di Robespierre, poi la Comune di Parigi del 1871. Non a caso alcuni sociologi del Novecento hanno sostenuto che sarebbe meglio smettere di usarlo del tutto. Detto questo, è un termine a cui non possiamo rinunciare, perché indica qualcosa di reale: la rete di legami che le persone costruiscono attorno a un territorio, una tradizione, una memoria condivisa. Il punto è che questi elementi devono essere vissuti, non solo dichiarati.

Può farci qualche esempio concreto di comunità che funzionano davvero?

Sì, e sono esempi molto diversi tra loro, il che dimostra che non esiste un modello unico. Penso alla Magnifica Comunità di Val di Fiemme, in Trentino, dove oltre ventimila persone condividono da secoli un patrimonio collettivo fatto di boschi, pascoli, beni storici: lì la comunità è sancita da una giurisprudenza consolidata, da un palazzo civico, da un senso di appartenenza che si tramanda. Ma penso anche alle contrade di Siena, dove l’identità comunitaria si costruisce attorno al Palio, a un territorio urbano preciso, a regole e simboli condivisi. O ancora alla Comunità dell’Isolotto a Firenze, nata in un quartiere operaio grazie alla presenza di una piazza, di una chiesa, di una figura carismatica come don Enzo Mazzi, e di servizi concreti – l’asilo, la biblioteca, l’ambulatorio – messi a disposizione di tutti. Esperienze diverse, ma con un tratto comune: la comunità emerge dall’incontro tra uno spazio fisico riconoscibile, una storia condivisa e la capacità di progettare insieme qualcosa che va oltre il singolo.

In ambito sanitario si parla molto di “comunità di pazienti” e di operatori. Esistono davvero queste comunità?

Con qualche eccezione, devo dire che è difficile rispondere affermativamente. Storicamente il personale ospedaliero costituiva qualcosa di simile a una comunità: viveva all’interno dell’istituzione, che godeva persino di una sorta di extraterritorialità rispetto alle autorità civili. Oggi quella dimensiona è scomparsa. La pandemia da covid ha momentaneamente riacceso uno spirito comunitario forte tra medici, infermieri e tecnici – lo si vedeva nei loro volti stanchi ma uniti – ma si è trattato di una risposta a un’emergenza, non di qualcosa di strutturale. Tra i pazienti, l’esempio più significativo che ho potuto osservare è quello dei dializzati: persone che frequentano lo stesso reparto per anni, più giorni alla settimana, e che finiscono per costruire legami profondi, un senso di reciprocità, persino una capacità collettiva di interlocuzione con le istituzioni. Ma sono situazioni rare. Le associazioni di pazienti, per quanto utili, rappresentano più una forma di advocacy per bisogni specifici che una vera comunità nel senso pieno del termine.

Le nuove case della comunità previste dalla riforma sanitaria risponderanno a questa sfida?

È la domanda che mi pongo con più inquietudine. Il cambio di nome da “casa della salute” a “casa della comunità” esprime un’ambizione precisa: fare di queste strutture non solo un luogo dove erogare prestazioni, ma un soggetto capace di promuovere welfare comunitario, di trasformare bisogni individuali in interesse collettivo, di ridare forma a un tessuto sociale che si è frammentato. È un obiettivo nobile, purché la Comunità non venga intesa e circoscritta a credenze, valori e provenienze territoriali comuni; si tratta infatti di strutture pubbliche, cioè della Società, entità che non comporta appartenenze specifiche, ma solidarietà. Vi è inoltre il problema che nella quasi totalità dei progetti concreti mancano proprio gli elementi che rendono possibile tutto ciò: la piazza su cui affacciarsi, i collegamenti con i mezzi pubblici, gli spazi per il volontariato, le caratteristiche architettoniche che invitino alla presenza e alla partecipazione. Si tratta spesso di ristrutturazioni di vecchi poliambulatori, pensate con logiche funzionali e non comunitarie. Una struttura da cinquantamila abitanti di bacino d’utenza difficilmente potrà mai sentirsi “di comunità” in senso autentico. Forse il vecchio nome era più onesto: una casa della salute offre servizi, garantisce diritti, facilita la partecipazione degli utenti. Ed è già moltissimo. Intestare la casa alla comunità, invece, richiede che quella comunità esista davvero o che si sia almeno disposti a costruirla, mattone dopo mattone.

Marco Geddes da Filicaia
La salute? È una parola
Strumenti e divagazioni per capire la crisi del welfare
Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2026.