Dalla prestazione alla relazione

La comunità come infrastruttura della cura

Intervista a

Patrizia Ponzi

Head of Market Access, Boehringer Ingelheim

Antonino Trimarchi

Medico igienista, esperto di sanità pubblica, presidente di Card Italia – Società scientifica delle attività sociosanitarie territoriali

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Il progresso clinico e terapeutico del Servizio sanitario nazionale deve tradursi in percorsi di cura più  comprensibili, continui ed equi. In un sistema segnato da crescente complessità, iperspecializzazione e innovazione accelerata, il rischio è che l’eccellenza delle prestazioni non coincida con un’esperienza di cura  davvero accessibile e coerente. È in questo snodo che l’umanizzazione della cura assume un valore strutturale:  non come elemento accessorio, ma come condizione di qualità, appropriatezza e sostenibilità. Le riflessioni di Patrizia Ponzi e Antonino Trimarchi convergono su un punto essenziale: ripensare il sistema salute a partire  dalla comunità, intesa come infrastruttura relazionale capace di rendere effettivo il diritto alla cura.

La comunità può essere considerata un  luogo generativo della salute e del benessere delle persone?

Antonino Trimarchi . La riflessione proposta da  Card Italia parte da un’idea centrale: la cura non riguarda solo il paziente, ma il  con-te-sto , cioè l’intreccio  di relazioni tra territorio, distretto e comunità. In questa prospettiva la comunità non è un contenitore organizzativo, né soltanto un luogo fisico: è una rete viva,  vivente, che accompagna la persona nel tempo ed è lo  spazio in cui la salute si genera, si preserva e si rigenera. La qualità della “comunità di cura” si misura soprattutto nei passaggi più delicati del percorso assistenziale – accesso, dimissione, transizioni – perché è  lì che continuità, orientamento e prossimità diventano  esperienza concreta e prende forma, davvero, la comunità che cura.

Cosa significa, in questo  quadro, passare dalla  presa in carico alla presa  in cura?

AT . È un passaggio culturale decisivo. La presa in carico  riguarda l’organizzazione dei  processi; la presa in cura riguarda la qualità e la continuità della relazione nel tempo.  Per questo la comunità è il  contesto naturale della presa  in cura, soprattutto nei percorsi di cronicità e nelle malattie rare, dove il bisogno delle  persone non si esaurisce nella  risposta clinica ma comprende  ascolto, orientamento, accompagnamento e la possibilità di  non sentirsi sole lungo il percorso.

Come si traduce il concetto di comunità in termini di accesso equo alle  terapie?

Patrizia Ponzi. L’accesso  equo alle terapie non è un principio astratto: è il criterio con cui si misura il valore reale dell’innovazione. Una terapia innovativa resta  incompiuta se non raggiunge, in tempo e senza ostacoli evitabili, tutte le persone che ne hanno bisogno. È  qui che la comunità di cura diventa decisiva: abbatte  barriere informative e organizzative, semplifica l’orientamento e rende più fluida la continuità tra ospedale e  territorio. Con effetti concreti sia per i cittadini – che  possono accedere prima e meglio ai percorsi – sia per  il Servizio sanitario nazionale, che riduce disuguaglianze, ritardi e passaggi impropri. In questa prospettiva, umanizzare la cura significa trasformare il diritto  all’innovazione terapeutica in un’esperienza realmente  esigibile.

L’accesso equo alle terapie non è  un principio astratto: è il criterio  con cui si misura il valore reale  dell’innovazione.  —  Patrizia Ponzi

Quale ruolo può avere la collaborazione tra  pubblico e privato in questa prospettiva?

  1. PP. La partnership pubblico-privato va letta come una forma di corresponsabilità nella costruzione dei percorsi di cura. Non si tratta di delegare funzioni, ma  di integrare in modo strutturato innovazione, organizzazione e bisogni reali delle persone. Quando questa  collaborazione si radica nella comunità, l’innovazione  terapeutica diventa valore concreto: sostiene un accesso più appropriato alle cure, accompagna le persone  lungo il continuum assistenziale e contribuisce a un  uso più efficiente delle risorse, con benefici tangibili  per i cittadini e il Servizio sanitario nazionale.

Come cambia il ruolo dei professionisti sanitari dentro questo paradigma?

  1. AT. In questo paradigma i professionisti sanitari, o meglio della salute, non sono più soltanto erogatori di prestazioni: diventano facilitatori di relazioni e attivatori di reti di cura. Ascolto, presenza e tempo dedicato  a pazienti e caregiver non sono elementi marginali, ma  componenti essenziali della qualità assistenziale. Per  questo i modelli organizzativi devono evolvere verso  una multidisciplinarità reale, un’integrazione più stretta tra ospedale, distretto, dipartimento di prevenzione  e territorio con figure di riferimento stabili, capaci di  accompagnare la persona nel tempo.

Quanto conta il linguaggio nella qualità  della cura?

AT. Il linguaggio è il “software” del sistema sanitario: orienta i processi e ne determina il senso. Misurare la qualità della cura significa allora includere dimensioni spesso invisibili, come partecipazione, comprensibilità, dignità della relazione. Spiegare “il perché”, non solo “il cosa”, genera fiducia e adesione ai  percorsi terapeutici. In questa logica, anche il caregiver  smette di essere una figura di contorno e diventa parte  attiva della comunità di cura.

Misurare la qualità della cura  significa includere dimensioni  spesso invisibili, come  partecipazione, comprensibilità,  dignità della relazione.  —  Antonino Trimarchi

Con la riorganizzazione della sanità territoriale stiamo andando verso un cambio di  paradigma del sistema sanitario?

AT e PP. È arrivato il momento di passare da un sistema centrato sulla prestazione a un sistema centrato  sulla relazione, da una visione ospedalocentrica a una  visione comunitaria della salute. Ospedale e territorio  non sono realtà separate, ma parti di un continuum  che funziona solo se i percorsi sono coerenti, leggibili  e connessi. In questo quadro, la comunità non è un elemento aggiuntivo: è l’infrastruttura della cura, il luogo  in cui si costruiscono continuità, fiducia ed equità. Ripensare il Servizio sanitario nazionale a partire da qui  significa migliorare l’appropriatezza, ridurre inefficienze e sprechi, e rendere l’innovazione realmente  fruibile per le persone. Il risultato atteso è duplice: cittadini più accompagnati e orientati nei percorsi di  cura, e un sistema più sostenibile perché più capace di  integrare risorse, competenze e bisogni.