Servizi, territorio e persone: un approccio integrato alle dipendenze

La community care nel trattamento dei disturbi da uso di sostanze

Antonella Camposeragna

Uoc Documentazione scientifica, linee guida e Hta, Dipartimento di epidemiologia, Servizio sanitario regionale del Lazio, Asl Roma 1

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La community care rappresenta un paradigma emergente nel trattamento dei disturbi da uso di sostanze basato su interventi territoriali, integrati e orientati alla recovery. La letteratura evidenzia come gli interventi community-based migliorino l’accesso ai servizi, la continuità assistenziale e l’inclusione sociale, pur con risultati non sempre omogenei in termini di outcome clinici. Questo approccio integrato sarà impiegato nel Piano triennale per la prevenzione e cura delle dipendenze della Regione Lazio, favorendo interventi innovativi e centrati sui bisogni delle persone.

I disturbi da uso di sostanze (Dus) rappresentano una sfida globale di sanità pubblica, caratterizzata da un’elevata complessità clinica e sociale. I modelli tradizionali, centrati su trattamenti residenziali o ambulatoriali, si sono dimostrati spesso insufficienti nel rispondere ai bisogni multidimensionali delle persone con Dus. Negli ultimi decenni si è sviluppato un approccio alternativo: la community care, che integra servizi sanitari, sociali e di prossimità, promuovendo interventi anche nel contesto di vita della persona.

La community care nelle dipendenze comprende un insieme di interventi attivati sul territorio, tra cui servizi ambulatoriali integrati, outreach e unità mobili, programmi di riduzione del danno, comunità terapeutiche, interventi domiciliari e digitali. Un elemento centrale è l’integrazione tra diversi attori (servizi sanitari, servizi sociali, terzo settore, famiglie), con l’obiettivo di sostenere il recupero globale della persona [1].

L’approccio “osmotico”, tra i servizi e il territorio, favorisce la partecipazione alla vita attiva dei pazienti in carico, e quindi la recovery.

Le comunità terapeutiche residenziali e semiresidenziali rappresentano uno dei modelli storici di integrazione tra sistema di cura e territorio, basati sul supporto reciproco. L’approccio “osmotico”, tra i servizi e il territorio [2], favorisce la partecipazione alla vita attiva dei pazienti in carico e quindi la recovery, facilitando il protagonismo dei singoli, già durante il tempo della cura, e mantenendo, al contempo, la massima flessibilità possibile nella definizione e ridefinizione del progetto terapeutico.

L’integrazione tra servizi, territorio e comunità è il presupposto su cui si basano i servizi di prossimità, quali le unità mobili. Questi servizi di outreach e di riduzione del danno hanno l’obiettivo di favorire l’accesso ai servizi sociosanitari da parte dei consumatori di sostanze. Si rivolgono a persone che hanno interrotto i rapporti con i servizi o che non vi hanno mai avuto contatti, nonché a giovani che fanno uso di sostanze e frequentano i luoghi del divertimento. Oltre a essere fortemente sinergici con le comunità e i territori, questi interventi si sono rivelati particolarmente efficaci nel raggiungere popolazioni altrimenti escluse dal sistema sanitario.

Le evidenze sull’efficacia della community care, per quanto eterogenee, sono generalmente promettenti. I servizi community-based riducono le barriere all’accesso, intercettando persone che non entrerebbero nei circuiti tradizionali, e la presa in carico territoriale integrata favorisce percorsi longitudinali, riducendo il rischio di drop-out [3].

Il Piano triennale delle dipendenze [4], elaborato dalla Regione Lazio, è un programma che sostiene quest’approccio, calandosi nelle realtà territoriali e facendo sistema con i diversi stakeholder. La dipendenza è affrontata non solo come problema clinico, ma anche sociale, relazionale e abitativo. Il piano è suddiviso in due macro aree di intervento, dipendenza da sostanze lecite e illecite e da gioco d’azzardo, che a loro volta sono suddivise in tre macro obiettivi: prevenzione, cura e riabilitazione, ricerca e formazione.

Il coinvolgimento della comunità curante è previsto a partire dagli interventi di prevenzione che interesseranno i contesti di vita dei giovani, quali scuole, centri di aggregazione e luoghi di divertimento da essi naturalmente frequentati. Mediante interventi di outreach e utilizzando il modello della riduzione dei rischi e del danno, si intende promuovere l’autodeterminazione e l’empowerment dei giovani, aumentando le life skill, potenziando l’integrazione tra servizi.

Gli interventi di cura e recovery, previsti nel piano regionale, si focalizzeranno sia sulla salute sia sull’inclusione sociale dei beneficiari, dando particolare attenzione alle popolazioni vulnerabili e con comorbilità psichiatrica. L’approccio di community care infatti è particolarmente rilevante per queste sottopopolazioni [5], dove i bisogni pluridimensionali impongono un intervento sartoriale sulla persona e sul suo contesto di vita.

Oltre a prevedere azioni ad hoc per aumentare accoglienza, diagnosi e trattamento evidence-based delle persone con Dus, innovando, ampliando e rendendo omogenea la rete dei servizi per le dipendenze, verranno definite delle strategie di inclusione sociale, basate sull’analisi dei bisogni dei territori, finalizzate all’housing e all’inserimento lavorativo dei soggetti Dus in stato di particolare vulnerabilità.

Il futuro della presa in carico delle dipendenze richiede un approccio integrato, flessibile e centrato sulla persona, in cui la comunità diventa non solo luogo di intervento, ma risorsa terapeutica fondamentale.

Non mancano tuttavia le sfide operative: al fine di mitigare le principali criticità degli interventi community care – ovvero la limitata standardizzazione degli interventi e la resistenza all’adozione di pratiche evidence-based da parte degli operatori – il piano sarà costantemente monitorato, misurando gli indicatori di processo e di esito già definiti, con il supporto del Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio, Asl Roma 1.

La community care rappresenta un paradigma innovativo e necessario nel trattamento delle dipendenze. Pur in presenza di evidenze ancora parziali, i modelli community-based mostrano un potenziale significativo nel migliorare accesso, continuità e qualità della cura. Il futuro della presa in carico delle dipendenze richiede un approccio integrato, flessibile e centrato sulla persona, in cui la comunità diventa non solo luogo di intervento, ma risorsa terapeutica fondamentale.

Bibliografia
1. Cole MJ. Capacity-building in community-based drug treatment services. Health Hum Rights 2022;24:189.
2. Mutschler C, Haines H, McShane K, et al. Developing a realist theory of community-based residential substance use treatment. Drugs: Education, Prevention and Policy 2024;31:105-15.
3. Fantuzzi C, Mezzina R. Dual diagnosis, a systematic review of the organization of community health services. Int J Soc Psychiatry 2020;66:300-10.
4. Stockings E, Hall WD, Lynskey M, et al. Prevention, early intervention, harm reduction, and treatment of substance use in young people. Lancet Psychiatry 2016,3:280-96.
5. Ministero della salute. Decreto 1 agosto 2025 – Riparto tra le Regioni, per il triennio 2025-2027, del Fondo per le dipendenze patologiche. (25A04708), GU Serie Generale n. 192 del 20-08-2025.