L’evento più recente che ci ha costretto a ripensare in modo significativo l’organizzazione delle comunità di cura è stata sicuramente la pandemia da covid-19. È stato allora che abbiamo compreso l’urgenza di ridisegnare l’accesso alle cure e, tra questi aspetti, anche la distribuzione dei farmaci. Gli ostacoli nel raggiungere i centri di eccellenza o semplicemente l’ospedale non consentivano a molti pazienti di poter proseguire correttamente le terapie farmacologiche. Il concetto stesso di prossimità nella cura andava quindi rivoluzionato ed esteso rispetto al semplice binomio ospedale-territorio.
In soccorso a questa problematica abbiamo pensato di appoggiarci alle stesse esperienze che sono cresciute durante il lock-down: telemedicina, teleconsulto e tutte quelle forme di tecnologie che permettono di avere comunque una cura a distanza. In tutto questo, la distribuzione dei medicinali deve ancora sforzarsi di produrre dei veri e propri cambiamenti. Infatti, il concetto di prossimità per ora è stato inteso soprattutto come uno spostamento di intere categorie di farmaci dal canale distributivo della distribuzione diretta a quello delle farmacie aperte al pubblico. L’ipotesi alla base di queste ultime decisioni è stata quella di coinvolgere la rete capillare di tutte le farmacie territoriali nella distribuzione di farmaci che fino a ieri erano accessibili attraverso le farmacie ospedaliere. Ciò che andrebbe però testato è se questo corrisponda ad una reale novità, considerato che per molti principi attivi ciò avveniva già attraverso una distribuzione cosiddetta “per conto”.
In pratica, sarebbe interessante capire se la riorganizzazione della distribuzione dei medicinali – oggi presentata come una “rivoluzione gentile” – rappresenti un effettivo guadagno nel ridisegno della comunità di cura e un miglioramento dell’accesso ai farmaci, in risposta al bisogno di una nuova prossimità che la pandemia ha reso evidente, oppure se sia un semplice accorgimento di mercato.

