Negli ultimi decenni le migrazioni hanno mostrato un incremento continuo. Secondo l’ultimo rapporto dell’International organization for migration, alla fine del 2022 erano circa 281 milioni i migranti a livello globale (3,6 per cento della popolazione mondiale) e 117 milioni i migranti forzati, il numero più alto registrato negli ultimi decenni [1]. Questi dati rendono ragione di come la salute dei migranti in generale rappresenti una priorità di sanità pubblica e la salute mentale, nello specifico, una sfida molto complessa.
Sebbene nel linguaggio comune siano spesso accomunati, è necessario, innanzitutto, distinguere le diverse tipologie di migranti dal punto di vista giuridico. Questo inquadramento, infatti, ne influenza profondamente le possibilità di accesso all’assistenza sociosanitaria e al percorso di cura, e ne determina in parte anche il rischio di sviluppare diversi disturbi mentali. Il termine migrante si riferisce genericamente ad un individuo che si sposta dal proprio Paese di nascita verso un nuovo Paese volontariamente, per necessità, oppure in maniera forzata. Un soggetto rifugiato, secondo l’articolo 1 della Convenzione di Ginevra del 1951, è colui che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, … tornarvi” [2]. I richiedenti asilo, infine, sono persone che, avendone fatto richiesta, sono in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato o altra forma di protezione internazionale e si trovano, quindi, in una condizione di elevata precarietà anche psicologica. I migranti irregolari, poi, si trovano sul territorio senza i documenti previsti dalle normative vigenti, sono entrati irregolarmente, o hanno un visto o un permesso di soggiorno scaduto.
I dati epidemiologici evidenziano una vulnerabilità significativa con una prevalenza di disturbi mentali che, in particolare nei migranti forzati, è spesso superiore rispetto alla popolazione nativa anche di dieci volte. Una metanalisi del 2024 riporta che i migranti che si trovano in una situazione di incertezza (richiedenti asilo e migranti irregolari), e definiti come “migranti nel limbo” a sottolineare la precarietà della loro condizione, presentano una prevalenza elevata di disturbi mentali. I più frequenti includono il disturbo da stress post-traumatico, i disturbi d’ansia e la depressione, ma anche psicosi e somatizzazioni [3].
Migranti, rifugiati e richiedenti asilo, in ragione del loro status, possono essere esposti a diversi fattori stressogeni che ne minano la salute mentale e il benessere psicosociale prima, durante e dopo il processo migratorio. Nel periodo pre-migratorio si determina la volontà o la necessità di lasciare il proprio Paese di origine per emigrare: le motivazioni possono essere diverse e variano dalla ricerca di condizioni di vita migliori o di maggiori opportunità personali e professionali alla necessità di scappare da guerre e violenze. In particolare i migranti forzati sono stati esposti in gran parte a eventi traumatici nel Paese d’origine, sottoposti a torture, violenze sistematiche, lutti e violazioni dei diritti umani fondamentali.
Migranti, rifugiati e richiedenti asilo, in ragione del loro status, possono essere esposti a diversi fattori stressogeni che ne minano la salute mentale e il benessere psicosociale prima, durante e dopo il processo migratorio.
La fase migratoria rappresenta il viaggio che porterà l’individuo a separarsi dalla propria terra, dal proprio ambiente culturale e dai propri familiari, dalla propria comunità e a raggiungere in un tempo più o meno lungo il Paese di nuova residenza, spesso attraversando anche uno o più Paesi intermedi. Questa fase diversifica ulteriormente il bagaglio di storie ed esperienze dei migranti in relazione al Paese di provenienza e alle modalità di viaggio, ed è spesso caratterizzata dal perpetuarsi di violenze fisiche e psicologiche, periodi di detenzione e tortura, perdita di familiari, continue sensazioni di incertezza, precarietà e di paura.

L’arrivo nei Paesi nuovi comporta ulteriori stress psicologici post-migratori legati al processo di accoglienza e integrazione. Nelle comunità “ospitanti” infatti i migranti sperimentano spesso il peso dello stigma, della diffidenza, delle barriere linguistiche e culturali oltre che degli ostacoli legali e amministrativi. A questo si aggiunge la paura di essere rimpatriati verso i Paesi dai quali si è in fuga o di essere trattenuti in strutture detentive. In questa fase, anche per i migranti “regolari”, lo stigma, l’isolamento sociale e il declassamento professionale rischiano di scatenare e cronicizzare disturbi d’ansia e depressione [1-4].
Stigma e pregiudizi dilaganti nelle comunità ospitanti, oltre a costituire un fattore di rischio per lo sviluppo di disagi mentali, contribuiscono anche a rafforzare le difficoltà di accesso ai servizi tra i migranti.
Le possibilità di presa in carico, cura e riabilitazione sono limitate da diversi fattori. Le barriere linguistico-culturali e la mancanza o carenza di competenze transculturali nei servizi rendono difficile la traduzione di concetti legati alla sofferenza mentale. Spesso un problema legato alla salute mentale viene riportato attraverso una somatizzazione e solo una specifica competenza transculturale ne permette l’individuazione. La figura del mediatore transculturale è ancora poco diffusa e talvolta, anche se presente, non adeguatamente formata. Stigma e pregiudizi dilaganti nelle comunità ospitanti, oltre a costituire un fattore di rischio per lo sviluppo di disagi mentali, contribuiscono anche a rafforzare le difficoltà di accesso ai servizi tra i migranti. D’altra parte gioca un ruolo importante anche lo stigma interno, e quindi la percezione della malattia mentale nella specifica cultura di appartenenza.
La mancata presa in carico fa sì che queste popolazioni si rivolgano in larga parte a servizi emergenziali che rispondono spesso in maniera inadeguata al bisogno non compreso, con aumentato rischio di trattamenti obbligatori ed eccesso farmacologico, e incapaci di avviare una presa in carico successiva. Ad oggi, la mancanza o la scarsità di dati raccolti in maniera sistematica e standardizzata utili alla valutazione della salute dei migranti rappresenta un ulteriore punto di debolezza nell’assistenza alla salute di queste persone.
Alcune di queste considerazioni emergono anche da una iniziativa di studio che ha valutato un problema molto vicino alla salute mentale che riguarda la salute cognitiva. Il progetto ImmiDem ha avuto l’obiettivo di studiare il fenomeno dei disturbi cognitivi nei migranti presenti in Italia. Come nel caso della salute mentale, anche in questo contesto emerge come le barriere linguistico-culturali, le diverse percezioni della salute cognitiva e la mancanza o scarsità di competenze transculturali nei servizi rappresentino un ostacolo all’accesso all’assistenza necessaria.
Tra i vari lavori, uno studio ha evidenziato le potenzialità dell’uso dei dati raccolti attraverso i sistemi informativi sanitari per la valutazione dello stato di salute e del ricorso ai servizi tra i migranti. Ad oggi, anche se questo è stato possibile solo per i migranti residenti e assistiti da un medico di medicina generale, i dati offrono una lettura indiretta delle difficoltà di accesso alla diagnosi e alla necessaria assistenza. I risultati hanno riportato il paradosso di un migliore stato di salute nei migranti che in realtà nasconde proprio una cecità del sistema su questa popolazione [5-7].
La salute mentale dei migranti non deve essere considerata un problema settoriale, ma un indicatore della tenuta sociale e del rispetto dei diritti umani fondamentali dei sistemi di accoglienza.
La tutela della salute mentale dei migranti richiede, dunque, un passaggio da un modello emergenziale a un modello preventivo e integrato. Risulta fondamentale l’implementazione di protocolli di screening precoce, il potenziamento della mediazione transculturale e un orientamento dei servizi basato sui principi di equità. La salute mentale dei migranti non deve essere considerata un problema settoriale, ma un indicatore della tenuta sociale e del rispetto dei diritti umani fondamentali dei sistemi di accoglienza.
Bibliografia
1. McAuliffe M, Oucho LA (eds.). World Migration Report 2024. Geneva: International organization for migration, 2024. Convenzione di Ginevra del 1951.
2. Convenzione sullo statuto dei rifugiati. Disponibile al link: https://www.unhcr.org/it/media/convenzione-ginevra-1951-pdf.
3. Côté-Olejnyk M, Perry JC, Paré ME, Kronick R. The mental health of migrants living in limbo: a mixed-methods systematic review with meta-analysis. Psychiatry Res 2024;337:115931.
4. Bhugra D, Gupta S, Bhui K, et al. WPA guidance on mental health and mental health care in migrants. In: Mental Health, Mental Illness and Migration (pp. 613-630). Singapore: Springer Singapore, 2021.
5. Canevelli M. Verso nuovi modelli di cura e assistenza per i migranti con demenza che vivono in Italia: risultati e prospettive del progetto ImmiDem. Riv Neurol 2024; 160.
6. Cascini S, Canevelli M, Agabiti N, et al.; ImmiDem study group. Case identification and characterization of migrants with dementia in the Lazio region using health administrative data. J Alzheimers Dis 2023; 92: 843-52.
7. Acampora A, Angelici L, Cacciani L, et al.; ImmiDem study group. Mortality in migrants with dementia living in Lazio, Italy: a 5-year cohort study. J Alzheimers Dis 2025; 108: 1212-21.

