La famiglia della notte

Racconti dall'ospedale

Michela Chiarlo

Specializzata in medicina interna, lavora al Cto di Torino. Si occupa di medicina narrativa curando la rubrica “Storie Slow” per l’associazione Slow Medicine e ha contribuito all’antologia di racconti “Abbracciare con lo sguardo. Cronache dal reparto covid” (Il Pensiero Scientifico Editore, 2020).

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L’ex collega è seduto in una nicchia, sopra alla cassaforte delle sostanze stupefacenti, nel corridoio della sala emergenza. Qualche mese fa è diventato primario in un altro ospedale, quindi non lavora più qui, ma è appena entrato con la disinvoltura di chi è di casa, ha salutato un paio di infermieri e si è accomodato senza chiedere. Ora sta sorseggiando un caffè e chiacchierando con il capoguardia come se fosse il suo cambio: “Come sta andando la notte?”; “Mi sembra affollato”; “C’è qualcosa di interessante?”. Finalmente l’altro gli chiede: “È sempre un piacere vederti, Paolo, ma cosa ci fai qui alle due di notte?”. “Questa sera ho portato mio padre al pronto soccorso di zona (che ovviamente non è il nostro), l’hanno appena ricoverato in reparto e tornando ho pensato… vorrei proprio un posto dove sentirmi a casa, e ho deciso che alle due di notte la cassaforte degli stupefacenti in sala emergenza fosse quel posto”.

Quando assistetti a questa scena ero in specialità e il dialogo mi colpì moltissimo, perché rinforzò in me quel senso di famiglia che percepivo nel pronto soccorso e che contribuiva a costituirne il fascino. Se lavori in pronto soccorso – pensai – avrai sempre qualcuno pronto ad accoglierti con un caffè e due parole, giorno e notte, magari non il tuo migliore amico e neanche il tuo collega preferito, ma qualcuno della tribù, disposto a riconoscere un suo simile e a tendergli la mano.

Qualche anno dopo, lavorandoci in pronto soccorso, ho scoperto che la vedevano così anche alcuni pazienti.

“Sono L, non ce la faccio più. Ho deciso che voglio morire”

“Hai bevuto di nuovo e ti senti triste?”

“Non mi sento triste, voglio morire!”

“Dai, passa da noi che ne parliamo”

“No, se mi metto in macchina mi viene voglia di schiantarmi contro un muro”

“Chiama il 118”

“No, quelli appena sentono che sono io mi sgridano e non vengono”

“Allora vieni a piedi, tanto sono 3 isolati”

“Ma chi c’è di psichiatra di guardia? Perché se c’è il dottor N. mi tratta male e non ci voglio venire”

“Dai, vieni che poi ne parliamo, tanto N. non c’è”.

L. ha quarant’anni e 230 accessi nel nostro pronto soccorso, quasi tutti chiusi come “abbandono spontaneo”, che è la formula diplomatica per “il paziente ha mandato tutti a quel paese, si è strappato l’accesso venoso dal braccio ed è uscito dalla porta senza attendere il verbale di dimissione”. Non ha una vera patologia psichiatrica, ha più una sindrome alcolica dell’abbandono. Non ha parenti, non ha amici. Al mattino esce di casa, va al lavoro all’officina a venti metri dal suo appartamento, quando finisce il turno va al bar sotto casa, beve qualche birra, torna a casa e quando va bene si addormenta, quando va male viene assalito da un’angoscia esistenziale che lo porta a chiamare il 118 e a dichiarare intenti anticonservativi. All’inizio la macchina dell’emergenza faceva il suo dovere: ambulanza, consulenza psichiatrica, ricovero. Poi qualcuno ha iniziato a inquadrare le minacce come richiesta di attenzioni e ora la reazione al palesarsi di L. per la terza volta in una settimana è più o meno questa:

“Ha telefonato L. Sta venendo qui”

“Di nuovo? Ma perché sempre quando faccio notte io?”

“Veramente era qui anche ieri, e due giorni fa” “Speriamo che almeno se ne stia buono in barella”

Già, perché ci sono sere in cui L. minaccia di uccidersi e di distruggere tutto e se il primo rimane un proposito, il secondo diventa spesso un agito fastidioso e pericoloso.

S. invece di anni ne ha 19 e se il venerdì sera anziché stare in piazza Vittorio con un gin tonic in mano o a casa di un amico per un po’ di Netflix and Chill sei nella sala d’attesa di un pronto soccorso per un dolore intercostale trafittivo sembrerebbe esserci un problema.

L., S. e R. non hanno un problema strettamente medico e non avrebbero bisogno di un ospedale più di quanto ne abbia bisogno Paolo, ma cercano la stessa cosa: una comunità accogliente e una nicchia in cui accomodarsi ed essere accuditi.

Un problema diverso da quello di R., l’ottantacinquenne che visito subito dopo e che mi chiede se possiamo ricoverarlo perché non sopporta più sua moglie che ha l’alzheimer con ideazioni paranoidi ed è convinta che lui la tradisca con la vicina trentenne e che insieme cerchino di avvelenarla. Quando la paranoia ha il sopravvento la moglie di R. grida, gli lancia dietro ciò che riesce ad afferrare e cerca sempre di chiuderlo fuori di casa. Lui ogni tanto dorme in auto, ma stasera ha pensato che una vera barella fosse un’idea migliore. Figli ovviamente non ne hanno, altre persone che li aiutino nemmeno.

La notte è lunga, e talvolta fa paura. Non ci sono molte cose aperte 24 ore. Come madre di un neonato drammaticamente insonne ricordo di aver scoperto con angoscia che perfino la stazione ferroviaria chiude i cancelli dopo l’ultimo treno. Se alle tre del mattino vuoi interfacciarti con un essere umano non c’è molta scelta: qualche raro supermercato, alcune farmacie, i chioschi dei panini che chiudono molto tardi e si danno il cambio con i bar che aprono molto presto… e gli ospedali.

Nel suo ultimo libro “Corsia d’emergenza” Daniele Coen scrive che “il pronto soccorso è spesso la prima porta a cui chi si sente male bussa, senza stare troppo a pensare se il proprio malessere sia di natura fisica, psichica o sociale, né se la porta a cui chiede aiuto sia quella giusta”.

L., S. e R. non hanno un problema strettamente medico e non avrebbero bisogno di un ospedale più di quanto ne abbia bisogno Paolo, ma cercano la stessa cosa: una comunità accogliente e una nicchia in cui accomodarsi ed essere accuditi.