La parola “comunità” sembra essere il baricentro del Dm 77 che presenta la riforma dell’assistenza sanitaria territoriale in Italia, nonostante l’assenza di definizioni chiare e di modalità di coinvolgimento definite. Per questo la responsabilità che il decreto affida alla comunità ha una geometria variabile che si rimodella in base al soggetto che la pratica.
Da anni due quartieri romani, Quarticciolo e Rebibbia, stanno offrendo un esempio convincente di assistenza mostrando che la medicina di prossimità, se ben radicata in un territorio, può generare conoscenza e partecipazione attraverso reti comunitarie. Sono realtà nate dal basso che hanno già fatto ciò che è nelle intenzioni della riforma della medicina territoriale: una casa della comunità come esito di una campagna portata avanti da un’assemblea civica e un’esperienza di ricerca partecipata, capaci di dare una forma concreta alla sanità di prossimità.
Rebibbia: dal basso, un modello per le istituzioni
Il quadrante est di Roma racconta una storia in cui l’esperienza dal basso ha prodotto una proposta istituzionale articolata, capace di mettere a terra il linguaggio del Dm 77 insieme a chi ci vive, chi ha dei parenti in zona, chi porta i figli al doposcuola.
Era novembre 2020, in piena emergenza covid-19, quando un’assemblea di quartiere metteva a fuoco l’assenza di un presidio di prossimità nel quadrante. Per una qualsiasi prestazione medica gli abitanti erano costretti ad attraversare viale Palmiro Togliatti per raggiungere Tiburtino III, rivolgersi a strutture private o rinunciare alle cure. Al centro del dibattito c’era Villa Tiburtina, ex struttura ospedaliera in via di Casal dei Pazzi 16. Da quell’assemblea nasceva la campagna “Riapriamo Villa Tiburtina”, una vertenza collettiva costruita giorno dopo giorno dallo Sportello sociosanitario Mammut e dalla Comunità territoriale Rebibbia-Ponte Mammolo-Casal de Pazzi. La rete, oggi, conta diciassette realtà locali.
Il quadrante est di Roma racconta una storia in cui l’esperienza dal basso ha prodotto una proposta istituzionale articolata, capace di mettere a terra il linguaggio del Dm 77 insieme a chi ci vive.
Sara Vallerani, sociologa dell’Università di Ginevra, si interroga da tempo sul rapporto tra territorio, partecipazione e cura. L’occasione per parlarne con lei è l’incontro “Dalle riforme sanitarie alle case di comunità: a che punto siamo?”, organizzato dalla Comunità territoriale presso la Biblioteca Fabrizio Giovenale di Roma. Nello spirito del coinvolgimento della popolazione, l’incontro si pone l’obiettivo di condividere con la cittadinanza un’analisi sullo stato dell’arte e le prospettive sulla gestione pubblica della salute a livello territoriale. Secondo Vallerani, dare importanza al territorio significa metterlo al centro non solo in senso amministrativo ma come spazio relazionale, attraversato da soggetti diversi e animato da alleanze e conflitti. A proposito della sua partecipazione alla campagna “Riapriamo Villa Tiburtina”, ci racconta anche della costruzione nel 2021, insieme all’assemblea civica, di un questionario per mappare i bisogni delle persone che abitano o attraversano il quartiere, in particolare quali servizi volessero vedere all’interno della futura casa di comunità. “Non era importante solamente la riapertura, ma il modo in cui sarebbe stata portata avanti. Una distinzione centrale per capire la natura profondamente democratica di questa esperienza”.
Chi vive al Quarticciolo?
Non partiamo tutti dagli stessi blocchi di partenza: al Quarticciolo la bassa scolarizzazione e la fragilità economica sono ostacoli che pesano sulla salute ancora prima di ammalarci.
Al Quarticciolo il 97% della popolazione ha uno status socioeconomico basso e il 75% non ha completato le scuole medie superiori: una concentrazione di vulnerabilità senza eguali nei quartieri vicini. Fonte: Dati da Open Salute Lazio.
A febbraio 2026 il risultato arriva. A Villa Tiburtina viene destinato un investimento di oltre 2 milioni di euro (di cui 1,6 milioni di fonte europea). Lo spazio, completamente ristrutturato, è ora un polo sanitario pubblico di prossimità al servizio del IV Municipio: una casa della comunità come esito di un processo partecipativo, il risultato di un coordinamento virtuoso tra le istituzioni e la popolazione.
Nello stesso periodo viene istituito un tavolo permanente interistituzionale tra Municipio IV, Asl Roma 2 e le realtà sociali legate alla comunità territoriale. L’obiettivo è semplice ma ambizioso: renderlo uno strumento capace di incidere sulla qualità dei servizi, per fare di questo quadrante un progetto pilota nella costruzione dal basso delle politiche sociosanitarie.
Sara Vallerani è dello stesso avviso. Il Comitato “Riapriamo Villa Tiburtina” può indicare la via, grazie alla capacità di generare interrogativi sui concetti di territorio, partecipazione, comunità che provengono da una prospettiva differente. “Le domande hanno una qualità che le risposte spesso non hanno: tengono alto lo sguardo, creano spazio per voci diverse e impediscono risposte frettolose. In un campo come questo, dove i rischi di retorica e di partecipazione di facciata sono sempre presenti, arieggiare il dibattito non è solo utile, ma necessario”.
In un campo dove i rischi di retorica e di partecipazione di facciata sono sempre presenti, arieggiare il dibattito non è solo utile ma necessario.
Contratti, personale, finanziamenti: i nodi strutturali nella Regione Lazio
Nel testo del Dm 77 del 2022, la parola “comunità” è frequente. Case della comunità, medicina di comunità, infermieri di comunità: sono il perno attorno a cui ruota l’architettura della riforma. Eppure quella parola rischia di restare priva di significato se non viene ancorata a pratiche concrete, a luoghi precisi, a relazioni reali. Ma il decreto, oltre ad alcune definizioni semantiche, tiene altre questioni aperte, soprattutto sul piano attuativo. I dati del rapporto Agenas, aggiornati a dicembre 2025, mostrano pochi passi avanti rispetto al primo semestre dello stesso anno. Il Lazio, se guardiamo alle strutture che dichiarano attivo almeno un servizio, è una Regione virtuosa: la percentuale sale fino al 66 per cento del totale programmato, contro il 45 per cento che è il valore a livello nazionale. Rimane invece inchiodata alla media nazionale del 4 per cento quando consideriamo le case della comunità con tutti i servizi attivi, incluso il popolamento con medici e infermieri. Secondo Francesco Rocca, presidente della Regione Lazio, a Roma la situazione non è poi così male: la Asl Roma 2, a cui afferiscono anche Rebibbia e il Quarticciolo e che con circa un milione e trecentomila utenti è la più affollata della città, è stata la prima a completare tutte le 22 strutture previste sul territorio, e l’unica a farlo entro le scadenze previste dal decreto.
Per gli addetti ai lavori rimane importante capire come verrà gestito il popolamento delle strutture, visto che il tetto rigido sulla spesa per il personale potrebbe non garantire i medici necessari al loro funzionamento. Su questo punto, Rocca ha confermato l’autorizzazione di circa 370 nuove assunzioni dedicate esclusivamente al rafforzamento delle case della comunità, in particolare nell’Asl Roma 2, ma senza specificare se saranno internalizzazioni nell’organico aziendale o nuove convenzioni con liberi professionisti. E non è una distinzione di dettaglio, perché è proprio quella continuità di relazione tra medico, paziente e territorio a costituire il presupposto della medicina di prossimità.
La riforma ha bisogno di persone, di contratti. Uno dei nodi centrali per il Lazio è la necessità di un accordo integrativo regionale che definisca compiti e compensi per i medici nelle nuove strutture: senza quell’accordo, è difficile che i medici di medicina generale accettino di spostarsi stabilmente dal proprio studio privato a una casa della comunità. La transizione verso il ruolo unico di assistenza primaria – il nuovo inquadramento contrattuale che vincolerebbe i medici a una presenza fisica nelle strutture – resta di fatto bloccata nel Lazio, aggravata dalla criticità nelle trattative sulle cosiddette “aggregazioni funzionali territoriali”.
Restano poi senza risposta le domande più concrete: chi presiederà le unità di continuità assistenziale, i team mobili previsti per seguire a domicilio i pazienti fragili? Come verranno garantiti i punti unici di accesso? Senza un accordo sui compensi per le visite domiciliari complesse, e senza medici fisicamente presenti nelle strutture, anche la continuità assistenziale h24 promessa dal decreto rischia di restare una promessa sulla carta.
A livello nazionale, l’obiettivo del ministro della salute, Orazio Schillaci, era rendere pienamente operative le strutture entro la fine di giugno. Tuttavia, la proposta di decreto legge volta a integrare il ruolo dei medici di medicina generale nelle case della comunità si è arenata di fronte all’opposizione dei sindacati. Un rallentamento che ha reso ancora più incerta la prospettiva di completare il popolamento delle strutture nei tempi programmati.
Quarticciolo: curare è un atto politico
Poco distante da Rebibbia, attraversando l’Aniene, c’è il Quarticciolo, un quartiere di edilizia popolare nel Municipio V dove la salute è distribuita in modo diseguale, con la stessa logica con cui sono distribuiti i servizi. Per fare un esempio, nel quartiere operano solo due medici di base per l’intera popolazione. È in questo contesto che durante il lockdown del 2020 nasce l’Ambulatorio popolare Roma Est.
Salute mentale e benessere: depressione, ansia e consumo di farmaci
La casa e il quartiere curano la mente: vivere nell’incertezza e nel degrado aumenta l’ansia e la depressione?
Al Quarticciolo il rischio relativo di depressione è il 68% superiore rispetto a Roma (RR=1,68), mentre a Centocelle risulta inferiore alla media cittadina (RR=0,89). Confrontando i due territori, il rischio di depressione al Quarticciolo è circa il doppio di quello osservato a Centocelle. Fonte: Dati da Open Salute Lazio.
L’Ambulatorio, in collaborazione con le altre realtà del Polo civico Quarticciolo e con il Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio, ha avviato un’inchiesta di sorveglianza epidemiologica della popolazione residente. La ricerca si articola attorno a tre assi – vulnerabilità ambientale (inquinamento, calore, verde), vulnerabilità sociale (precarietà abitativa, reddito, isolamento) e multicronicità – per costruire assieme alla popolazione residente uno sguardo sulle fragilità del territorio.
Secondo i dati disponibili su Open Salute Lazio (vedi pagina 30), il 97 per cento della popolazione residente al Quarticciolo ha uno status socioeconomico basso e il 75 per cento non ha completato le scuole superiori. E su questo substrato si innestano esposizioni ambientali cumulative – inquinanti dentro e fuori le case, isole di calore, scarsità di verde – che nel quadrante est di Roma raggiungono la loro massima concentrazione.
Malattie metaboliche: il peso del diabete
Il diabete non è solo una questione di dieta, ma di possibilità di accesso a cibo sano, sport e prevenzione.
Chi vive al Quarticciolo ha un rischio relativo di sviluppare il diabete del 21% maggiore rispetto alla media romana (RR=1,21) — superiore anche a Centocelle (RR=1,10), nonostante la vicinanza geografica. Fonte: Dati da Open Salute Lazio.
I dati sulla salute colpiscono in modo netto. La broncopneumopatia cronico-ostruttiva riguarda quasi il 3,78 per cento degli adulti del Quarticciolo, contro il 2,24 per cento della media romana e il 2,28 per cento del vicino quartiere di Centocelle. Il rischio di diabete è del 21 per cento superiore rispetto alla media della città di Roma. Non si tratta solo di dieta o stile di vita: è anche una questione di possibilità di accesso a cibo sano, attività fisica, prevenzione.
Il dato più allarmante riguarda il disagio psichico. Il rischio di depressione al Quarticciolo è del 68 per cento più elevato rispetto alla media romana e il consumo di antipsicotici del 73 per cento superiore, mentre del 20 per cento in più quello di antidepressivi. Lo sportello di ascolto ha registrato 70 nuovi accessi in pochi mesi: un numero che supera quello di molti centri pubblici.
C’è un gradiente di ingiustizia distribuito lungo i binari della Metro C: allontanandosi dal centro verso la periferia, i servizi si diradano, le condizioni abitative si degradano e il carico di malattia (respiratoria, metabolica, mentale) cresce. Il sistema sanitario che regge sull’urgenza fallisce sulla cronicità.
La medicina di prossimità, quando si radica davvero in un territorio e in una comunità, produce conoscenza, costruisce reti, genera partecipazione.
La riforma della medicina territoriale può imparare dalle periferie?
L’attuazione del Dm 77 dovrebbe colmare un vuoto nell’assistenza territoriale, soprattutto in territori che presentano maggiore vulnerabilità sociale, ambientale e sanitaria. Riempirlo davvero dipenderà dalla capacità delle istituzioni di riconoscere degli interlocutori anche nei quartieri in cui le comunità partecipano alla costruzione del cambiamento. Cosa succederebbe se la partecipazione smettesse di essere una buona pratica facoltativa e diventasse un requisito strutturale, con risorse dedicate e responsabilità chiare? I poli civici hanno costruito in pochi anni una conoscenza del territorio radicata: conoscono le condizioni di chi li abita, quali reti informali di cura esistono, chi ha di bisogno di sostegno.
Quarticciolo e Rebibbia non sono casi isolati: sono la prova che la medicina di prossimità, quando si radica davvero in un territorio e in una comunità, produce conoscenza, costruisce reti, genera partecipazione.
Andrea Calignano e Norina Di Blasio
Il Pensiero Scientifico Editore
Questo articolo si basa sul percorso di reportage condotto dagli autori per la rivista Care. Il progetto di ricerca partecipata al Quarticciolo è stato presentato il 14 marzo 2026 nel Festival “Antidoti. La casa che ammala, la casa che cura”, presso l’Ambulatorio popolare Roma Est. I dati epidemiologici da Open Salute Lazio sono stati presentati alla popolazione dal Gruppo di lavoro sullo stato di salute delle periferie urbane del Dep Lazio.




