L’intimità è già “artificiale”

Desiderio, immaginario e corpo nell'era delle relazioni sintetiche: dai chatbot e avatar ai metaversi e sexbot

Intervista a Davide Bennato

Sociologo dei media, Dipartimento di scienze umanistiche, Università di Catania

Nel suo libro “Amanti sintetici” analizza come il desiderio umano stia attraversando una metamorfosi profonda in un contesto di intelligenza artificiale, simulacri digitali e tecnologie immersive. Quali sono i segnali più evidenti che indicano come l’intimità del “domani” sarà sempre più negoziata tra ciò che è corporeo e ciò che è artificiale?

Per rispondere a questa domanda nella giusta prospettiva bisogna concentrarsi su cosa intendiamo per “artificiale” e quali sono le componenti sociali di una relazione intima. Sociologicamente, artificiale è da intendersi tutto quanto viene costruito in un contesto sociale, quindi sia dal punto di vista artefattuale – oggetti, tecnologie – sia dal punto di vista simbolico – il linguaggio, per esempio.
Mentre dal mio punto di vista, che è fondato sulla riflessione sociologica più recente, possiamo considerare la relazione intima come formata da tre componenti. La prima è il desiderio, ovvero quella componente che spinge alla ricerca dell’altro, la componente teleologica della relazione. La seconda è l’immaginario, la dimensione culturale con cui noi diamo forma ai nostri desideri e che consente di distinguere il sesso (l’atto fisico) dall’erotismo (l’aspetto simbolico). La terza componente è ovviamente il corpo: ciò che realizza la spinta del desiderio mediata dalla costruzione culturale dell’immaginario. Così strutturata, la relazione intima è il risultato di un processo di costruzione sociale. Il desiderio è espressione del modo con cui diventiamo persone, l’immaginario è legato al nostro essere soggetti sociali (scuola, amici, media), il corpo è espressione della nostra appartenenza culturale (genere, educazione, famiglia, classe sociale). In questo senso, la tecnologia digitale può intervenire in ogni aspetto modificandolo. Può intervenire sul desiderio, ovvero su cosa consideriamo spinta delle nostre pulsioni. Può avere effetto sull’immaginario, pensiamo all’erotismo dei sexbot di Sorayama. Può avere conseguenze sul corpo, come nel caso dei sex toy. L’intimità del domani è frutto di un mondo in cui le tecnologie digitali, essendo usate come strumenti relazionali, interrogano noi stessi sui confini dei nostri desideri, della nostra immaginazione, del nostro corpo. Da un lato qualcosa che esiste già, pensiamo per esempio al feticismo, dall’altro è un territorio tutto da comprendere, come il sesso nei metaversi.

L’intimità del domani è frutto di un mondo in cui le tecnologie digitali, usate come strumenti relazionali, interrogano noi stessi sui confini dei nostri desideri, della nostra immaginazione, del nostro corpo.

Fenomeni come fictofilia, virtual influencer, sexbot o relazioni con agenti conversazionali mostrano che attribuiamo valore emotivo a entità non umane. In che misura queste forme di connessione modificano il nostro modo di costruire legami e identità, e cosa ci rivelano sulla dimensione simbolica delle relazioni nella società digitale?

La prima cosa che queste forme di connessione ci dicono è quanto la nostra natura sia profondamente umana. Ovvero, poca importa la consapevolezza che queste entità digitali non esistano nel mondo reale – qualunque cosa voglia dire “reale”: ciò che noi consideriamo reale è l’atteggiamento emotivo (amicale, sentimentale, intimo) che esse esprimono.  Una lettura sintomatica di questi comportamenti rivela il fatto che noi siamo già pronti ad interagire con entità sintetiche: se permettiamo a queste entità di accedere alla nostra vita intima, allora possono entrare in ogni ambito della nostra vita relazionale, dalla famiglia al lavoro, fino alle amicizie. C’è una sorta di continuità antropologica fra innamorarsi di una persona attraverso uno scambio di lettere – penso a un topos tipico della letteratura romantica dell’Ottocento – e innamorarsi di un chatbot che esprime un comportamento linguistico emotivamente connotato. Il vero problema sarà come contestualizzare queste interazioni: se nel tempo abbiamo imparato a interagire con gli esseri umani – pensiamo per esempio alla decodifica di un gesto come l’occhiolino – e abbiamo anche imparato a interagire con animali domestici che scodinzolano o fanno le fusa, oggi dobbiamo cominciare a imparare a interagire con entità digitali: è una questione che ci riguarda come società e non come singole persone.

Noi siamo già pronti ad interagire con entità sintetiche: se le stiamo facendo entrare nella nostra vita intima, allora possono entrare in ogni aspetto della nostra vita relazionale.

Nel libro affronta anche zone d’ombra: dall’effetto Eliza alla Uncanny Valley, fino alle forme di violenza simbolica nei mondi virtuali. Guardando al futuro, quali ritiene siano le principali vulnerabilità sociali e culturali che dovremo imparare a riconoscere e gestire in un mondo in cui l’intimità diventa sempre più “co-costruita” con sistemi intelligenti?

Al momento vedo due vulnerabilità chiave che dovrebbero essere affrontate da un dibattito pubblico e condiviso. La prima è la resistenza culturale, ovvero creare una forma di accettazione sociale nei confronti di coloro i quali decidono consapevolmente di costruire legami emotivi con entità sintetiche, siano esse chatbot interattive o sexbot.  Ogni volta che la tecnologia è entrata nelle relazioni affettive, c’è sempre stata una forma di ostilità culturale, figlia del pregiudizio della presunta naturalità dei rapporti sessuali considerati normali. La cinematografia ci ha aiutato molto a percepire questa condizione. David Cronenberg con “Videodrome” ha ricordato le conseguenze della pornografia televisiva, Nora Ephron con “C’è posta per te” ci ha raccontato la possibilità di innamorarsi attraverso uno scambio di e-mail, mentre Spike Jonze con “Her” ha mostrato la plausibilità di una relazione con un sistema operativo senziente. Il problema rimane lo stesso: c’è bisogno di una riflessione collettiva per affrontare i cambiamenti relazionali, e l’affettività in questo non è diversa da altre componenti.
La seconda vulnerabilità è la riflessione sul concetto di consenso. Il sesso è un’attività consensuale, altrimenti alcune forme potrebbero essere di difficile interpretazione, pensiamo alle relazioni sadomaso. Il problema adesso si pone su nuove forme di consenso: come interpretare una relazione sessuale all’interno di un metaverso fra avatar che sono animati da persone reali? Come reagire quando una società commerciale cancella un profilo di un chatbot facendo sì che le persone che si erano affidate ad esso emotivamente si trovano di colpo a non avere più l’oggetto dei propri sentimenti? Le questioni sono complesse e delicate, c’è bisogno di una riflessione collettiva.

C’è bisogno di una riflessione collettiva per affrontare i cambiamenti relazionali, e l’affettività in questo non è diversa da altre componenti.

Molti osservatori parlano di una nuova antropologia emotiva: un’umanità aumentata che esplora il desiderio attraverso avatar, metaversi e intelligenze artificiali. Quali competenze – individuali e collettive – ritiene fondamentali per orientarsi in questo scenario e per immaginare forme di relazione che restino autenticamente umane pur dialogando con il digitale?

Secondo me servono essenzialmente tre cose sia a livello individuale che collettivo: ascolto, confronto e cultura. L’ascolto serve per comprendere ciò che spinge qualcuno a costruire un qualsiasi legame con queste entità, le risposte a questa domanda non sono mai semplici. Il confronto serve per mettere in relazione i propri valori: si può tranquillamente avere delle idee incrollabili su cosa debba considerarsi una relazione affettiva senza necessariamente pensare che sia l’unica interpretazione possibile. Ognuno ha le proprie idee su cosa sia una relazione, e questa diversità non solo è auspicabile ma è anche necessaria.
La cultura serve per mettere nella giusta prospettiva le incrollabili certezze che ognuno di noi ha sul mondo, ma bisognerebbe averle sapendo che esistono mondi sociali altri per cui quello che è certezza per qualcuno è questionabile per qualcun altro. Bisogna ricordare il monologo finale di Spencer Tracy in “Indovina chi viene a cena”: “Non importa un corno quello che ne pensiamo, la sola cosa che conta è ciò che loro sentono, e quanto sentono. Ed anche se è la metà di quello che sentivamo noi, è già tutto”.

 

Davide Bennato
Amanti sintetici
Sesso, relazioni e intimità nell’epoca dell’intelligenza artificiale
Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2025