La ricerca rappresenta la più nobile attività che un medico o uno scienziato possa svolgere. È un processo complesso che intreccia il bene dei pazienti, suo obiettivo primario, con lo sviluppo industriale ed economico della società. Tuttavia, la sensazione è che sempre più spesso essa sia percepita come uno strumento nelle mani dei ricercatori e che le persone abbiano progressivamente perso fiducia in essa. Gennaro Daniele, responsabile della ricerca di Fase 1 presso il Policlinico Gemelli di Roma, individua nella dimensione del “tempo” la risorsa critica da riscoprire per migliorare la ricerca di domani. È inoltre necessario invertire l’attuale tendenza quantitativa, che valuta la ricerca esclusivamente in base al numero di pubblicazioni, per concentrarsi invece sulla qualità dell’impatto e sulla capacità di rispondere a reali bisogni clinici. Il percorso proposto parte dall’educazione precoce dei futuri ricercatori, chiamati a interpretare la ricerca non come un obbligo burocratico o come un semplice strumento di carriera, ma come un metodo di pensiero fondamentale nel rapporto con il paziente. In un panorama che guarda con crescente fascino alle nuove tecnologie, la sfida resta quella di garantire un dibattito scientifico libero da interessi e orientato esclusivamente al progresso della conoscenza.
Il tempo è emerso come la dimensione strategica per la ricerca di domani. Come si è arrivati a questo cambio di prospettiva?
Si è arrivati prendendo consapevolezza che la ricerca non è solo un’attività intellettuale di ricercatori che cercano risposte a domande fondamentali per il bene dei pazienti, per la loro salute o per l’avanzamento della scienza, ma anche un processo di sviluppo della società industriale e della componente economico-finanziaria di una società. Da un lato c’è l’attività speculativa che necessita di un tempo per il suo svolgimento, per la sedimentazione e metabolizzazione dei risultati; dall’altro c’è la pressione di ottenere rapidamente risultati necessari ma spesso parziali e insufficienti. Il rischio è misurare l’efficienza della ricerca con il tempo in cui produce i risultati, piuttosto che la sua capacità di produrre risultati veramente utili in un tempo ragionevole.
Il rischio è misurare l’efficienza della ricerca con il tempo in cui produce i risultati, piuttosto che la sua capacità di produrre risultati veramente utili in un tempo ragionevole.
Come invertire questa tendenza, per far sì che si produca ricerca utile?
Il punto critico è la relazione molto delicata tra la ricerca e la produzione di valore a favore dei pazienti, certo, ma anche di chi la ricerca la fa. Basti pensare alla carriera promossa dalle pubblicazioni o dai progetti finanziati. La domanda è come si può invertire la estremizzazione di questo aspetto rispetto alla volontà di dare risposte ai bisogni della scienza? Secondo me bisogna invertirla partendo dal basso, educando alla ricerca intesa come attività che insegue una risposta a determinati bisogni clinici o scientifici reali. Educando i giovani che si affacciano al nostro mondo, i futuri ricercatori.
Quando dovrebbe essere avviato alla ricerca un giovane professionista sanitario?
Più precocemente possibile. È parte fondamentale dell’attività di un medico, di uno scienziato. Volendo usare un’analogia, solo dopo che avrà imparato a camminare stabilmente, il bambino imparerà ad andare in bici o a guidare l’auto. Così, dobbiamo educare i giovani medici prima a ragionare con metodo (quello scientifico) e quindi a comprendere e fare ricerca, e poi ad usare la tecnologia per produrla o applicarne i frutti. In altri termini, per me la ricerca rappresenta la dimensione fondamentale sia del lavoro di produzione di innovazione sia del modo con cui applichiamo le conoscenze, ogni giorno con i pazienti. Questo è un aspetto trascurato dell’educazione medica e scientifica in genere. Bisogna che si introduca sin dai primi anni della formazione dei medici e degli scienziati l’insegnamento dell’interpretazione dei risultati degli studi, del loro corretto disegno.
La ricerca rappresenta la dimensione fondamentale sia del lavoro di produzione di innovazione sia del modo con cui applichiamo le conoscenze, ogni giorno con i pazienti.
Non solo in Italia, si investe poco sulla ricerca indipendente…
Questa affermazione corrisponde, secondo me, a due problemi. Il primo è che non ci sono abbastanza fondi pubblici, strutturali, per la ricerca indipendente. Viviamo in un mondo in cui gli Stati non intendono investire in progresso intellettuale più di quanto non investano in innovazione tecnologica. Sebbene il nostro Paese sia un esempio importante di tutto ciò, non siamo i soli al mondo. Il secondo, forse più grave, è che temo che negli anni siano diminuite anche le idee, indipendenti, che vale la pena portare avanti e che lo scarso finanziamento sia in parte reazionario a questo e sicuramente motore di un circolo vizioso inesorabile. Sicuramente la burocrazia non aiuta. Promuovere ricerca indipendente innovativa oggi è costoso, a causa della burocrazia, quanto la ricerca industriale e non è sostenibile con i fondi delle università o dei centri di ricerca. La collaborazione sana con l’industria può essere una chiave. La distinzione tra ricerca indipendente e quella industriale non dovrebbe essere nei contenuti, ma negli usi che la seconda fa dei risultati, che possono rispondere anche a legittimi interessi commerciali. Nel caso della ricerca clinica si può e si deve cercare convergenza tra la volontà di innovare dei ricercatori e quella di sviluppo delle aziende, e il punto di convergenza è la salute dei cittadini.
Nel caso della ricerca clinica si può e si deve cercare convergenza tra la volontà di innovare dei ricercatori e quella di sviluppo delle aziende, e il punto di convergenza è la salute dei cittadini.
Quali sono gli ambiti su cui faremo più ricerca domani?
Sicuramente l’avvento delle nuove tecnologie, pensiamo all’intelligenza artificiale o agli strumenti di raccolta degli outcome direttamente dai pazienti, è un ambito che affascina moltissimi di noi. In questo ambito, i quesiti aperti sono: come possiamo integrare questi strumenti negli studi per rendere efficienti i trial? E, soprattutto, come possiamo migliorarne la robustezza e trasparenza metodologica? Poi, spero che finalmente faremo un salto in avanti nella valutazione della ricerca. Oggi siamo ancora schiacciati dal peso delle metriche volte a valutare il singolo (numero di lavori pubblicati e metriche legate alla citazione). Spero che in futuro la pubblicazione diventi sempre di più lo strumento per condividere conoscenza e nutrire il dibattito intorno ad argomenti rilevanti per i pazienti e per l’avanzamento delle conoscenze.

