I giovani, l’incertezza, il futuro

Quando il cinema restituisce speranza al futuro

Intervista a Giorgio Caporali

Regista del film “L’Arca”

By Febbraio 2026Marzo 10th, 2026Nessun commento

I lettori di Forward studiano le popolazioni giovanili attraverso i determinanti di salute o i fattori di rischio. In che modo la macchina da presa può catturare quel “domani” che sfugge alle tabelle e ai dati? Cosa può raccontare lo sguardo di un giovane regista sul futuro che un’analisi sociologica o clinica non riesce a vedere?

È una domanda abbastanza complessa, ma molto bella. Credo — ma è un mio pensiero — che ciò che il cinema può catturare e che una ricerca sociologica o scientifica non può fare sia l’anima di un individuo, i suoi sogni… Ciò che un giovane regista può cogliere attraverso la sua macchina da presa, più di qualsiasi altro regista, è uno sguardo interno: non solo su sé stesso, ma anche sulla propria generazione. Spesso nel cinema ci sono film su ragazzi realizzati da cinquantenni che ragazzi lo sono stati trent’anni fa, quando il mondo era diverso. Per questo credo che bisognerebbe lasciare più spazio ai giovani per esprimersi, perché ciò che io posso raccontare adesso tra qualche anno non potrò più farlo. Per tornare alla domanda, conosco giovani nati in situazioni di degrado che hanno fatto, o stanno facendo, cose straordinarie nel mondo lavorativo e non solo, e che farebbero saltare le statistiche di qualsiasi dato sociologico o scientifico. Ecco, il cinema racconta questo: parla di queste persone, le mette sul grande schermo e le rende accessibili e comprensibili a tutti. Ed è, a mio parere, proprio da un esempio che può nascere un cambiamento. Il cinema mostra senza giudicare, ma soprattutto infonde speranza, e la speranza è il motore della vita.

Il cinema mostra senza giudicare, ma soprattutto infonde speranza, e la speranza è il motore della vita.

L’incertezza del futuro spesso può spaventare. Per Martin e Ryan, protagonisti del film, l’incertezza è invece il punto di partenza. Nel girare “L’Arca”, come ha cercato di trasformare questa “mancanza di futuro” da una condanna a un’opportunità di libertà assoluta? Il cinema può aiutare i giovani a smettere di temere l’incertezza e a iniziare ad abitarla?

Kierkegaard diceva che la maggior parte degli uomini insegue il piacere, inteso come felicità, con così tanta fretta da superarlo senza rendersene conto. Partendo da questo precetto mi sono domandato: “E se non dovessimo più arrivare da qualche parte? Cosa succederebbe?”. La risposta che mi sono dato è stata: “Forse smetteremmo tutti di correre”. Così facendo, ci fermeremmo per un attimo, ci guarderemmo intorno e forse ci renderemmo conto che ciò che ci circonda, ciò che abbiamo, anche se poco, è bello. E che forse, come diceva Kierkegaard, la verità è che ciò che ci rende felici magari già ce l’abbiamo, ma non ce ne siamo mai resi conto. Per citare il mio film: “A volte siamo seduti sopra ciò che stiamo cercando, ma siamo talmente impegnati a cercarlo intorno a noi che neanche ce ne accorgiamo”. Sono dell’idea che questa spasmodica ricerca di un qualcosa faccia venire l’ansia: molto spesso non si sa neanche cosa si stia cercando, e questo perché il mondo in cui viviamo va di corsa senza lasciarti il tempo di fermarti e riflettere. Il cinema in un certo senso è questo, una pausa di un’ora, un’ora e mezza all’interno di una corsa frenetica. Una pausa che ci intrattiene e a volte, come spero nel mio caso, ti fa riflettere e pensare.

Detto ciò, credo che l’assenza di un futuro certo (e in un certo senso questa incertezza appartiene a tutti noi) sia una liberazione e non una condanna. Perché, se non hai una direzione certa, allora puoi andare dove vuoi, e questo vale per ogni ambito. Ad esempio, la precarietà nel mondo lavorativo ci ha insegnato che si può fallire facendo ciò che non ti piace; allora tanto vale fallire facendo ciò che ami, inseguendo un tuo sogno. E credo che il cinema – in quanto testimonianza di storie e di vite – sia il miglior mezzo per smettere di temere l’incertezza e iniziare ad abitarla. A volte, guardando un film, ci si rende conto di non essere così soli nelle proprie paure e che c’è chi è riuscito là dove molti dicevano che non sarebbe stato possibile. Io, nel cinema, trovo la forza e la speranza nel domani.

L’assenza di un futuro certo è una liberazione e non una condanna: se non hai una direzione, puoi andare dove vuoi.

Spesso i media e la letteratura scientifica descrivono i giovani di oggi come una generazione fragile o “ansiosa” nei confronti del domani. Martin però non è fragile: è furioso, visionario, attivo. Crede che il cinema abbia la responsabilità di ribaltare lo stereotipo della fragilità giovanile, mostrando che dietro l’incertezza del domani non c’è solo ansia, ma una spinta vitale che la società (e forse anche la medicina) fatica a decodificare?

Penso che i media e la letteratura scientifica dovrebbero parlare con più giovani, perché sì, è vero che esistono giovani ansiosi, fragili e terrorizzati dal futuro, ma così come esistono anziani ansiosi, fragili e spaventati dal domani. Questo, però, non vuol dire che siamo tutti così. Ci sono anche tantissimi giovani che, nonostante le proprie fragilità e ansie (perché siamo esseri umani), si danno da fare, investono su sé stessi, prendono le proprie paure e le trasformano in un punto di forza. Io, per esempio, l’ho fatto attraverso il cinema.

La cosa più importante che insegna Martin è che se hai un sogno e ci metti tutto te stesso per realizzarlo, allora non fallirai mai. Perché in una società in cui la paura di fallire è più grande della voglia di riuscire, il fatto stesso che tu ci stia provando, riprovando, per me significa che hai già vinto.

Martin è l’incarnazione della libertà, perché quando sai di avere i giorni contati il futuro smette di essere così centrale. Ma questa consapevolezza dovrebbe diventare anche la nostra. Ed è ciò che lui insegna ai suoi compagni di viaggio, Beatrice e Ryan: non aspettate il futuro con ansia, ma vivete il presente con gioia. Il futuro è solo una conseguenza del presente, e non è neanche detto che esista.

In una società in cui la paura di fallire è più grande della voglia di riuscire, il fatto stesso che tu ci stia provando significa che hai già vinto.

Qual è il messaggio che il tuo cinema vuole lanciare a quei coetanei che vedono il domani come un muro invalicabile piuttosto che come un orizzonte?

In un certo senso, di già in parte risposto a questa domanda. Ciò che vorrei comunicare attraverso il mio cinema, e in particolare attraverso “L’Arca”, è che noi giovani viviamo come se fossimo immortali. Pensiamo che le cose atroci che accadono nel mondo capitino sempre agli altri e mai a noi; poi, quando accadono a noi, il mondo ci crolla addosso. Dobbiamo prendere consapevolezza di questo: che del domani non c’è certezza, non solo del nostro, ma anche di quello di chi ci sta intorno. Forse così inizieremmo a comportarci meglio, a esprimere di più i nostri sentimenti, a essere sinceri prima di tutto con noi stessi e, di conseguenza, con gli altri. Perché non c’è tempo per mentire.

Se una persona realizza davvero che il domani non è certo, allora non può avere paura di qualcosa che non esiste. Tanto vale concentrarsi su ciò che è reale, cioè il presente, e fare e dare tutto adesso. Perché nella vita si raccoglie ciò che si semina, ma per seminare serve pazienza, e nel mondo di oggi la pazienza sta sparendo…

Detto ciò, credo che spesso quel muro di cui parliamo ce lo mettiamo da soli: “Questo non si può fare”, “È un rischio”, “E se fallisco?”, “Potrei deludere qualcuno”, “È troppo difficile”… Ci lasciamo influenzare troppo dal mondo che ci circonda, e questo è sbagliato, perché in fondo quel muro che ci auto-creiamo, in molti casi, ci è stato costruito dalle generazioni precedenti. Senza fare di tutta l’erba un fascio, spesso sono state loro a dirci cosa fosse giusto e cosa sbagliato, infondendoci il terrore di un futuro incerto. A volte lo capisco: è giusto che un genitore metta in guardia il proprio figlio sul futuro, ma senza terrorizzarlo.

Perché noi giovani siamo più forti di quanto molti vogliano ammettere. E purtroppo l’unica cosa che spesso ci costringe a rimettere tutto in discussione – scelte, paure, sogni, desideri, eccetera – è la morte. E allora prima ne prendiamo consapevolezza, meglio sarà. Non per vivere nel terrore che da un momento all’altro ce ne andremo, ma per vivere nella gioia che ogni momento potrebbe essere l’ultimo. E allora, in fondo, chissenefrega del futuro.