Il domani della comunicazione scientifica?

Dipende (anche) da te

Luca De Fiore

Direttore de Il Pensiero Scientifico Editore, vice presidente della European association of science editors, past president della Associazione Alessandro Liberati – Cochrane affiliate centre

Il futuro della comunicazione scientifica? Un territorio in movimento dove certezze consolidate si mescolano a nuove possibilità. Gli editor cambiano ruolo, l’intelligenza artificiale affianca i referee, le riviste esplorano nuovi modelli. Tre scenari possibili, nessuno del tutto prevedibile. Ma una cosa è certa: ogni scelta che facciamo come ricercatori – dalla trasparenza sui limiti degli studi alla condivisione dei dati – contribuisce a disegnare il sistema che verrà. Il domani dipende anche da te.

Iniziò a lavorare nel 1924, Paul Renner, al disegno di quel carattere che avrebbe lasciato il segno. Il Futura nacque nel 1927 e fu presto accostato alla scuola del Bauhaus, anche se il suo autore si riconosceva di più in un’altra tendenza culturale, il Nuovo movimento tipografico. Un font senza grazie, ricchissimo di “pesi”, dal più esile all’extra bold. Il suo nome ne ha anticipato la storia: scelto come carattere del testo della targa lasciata sul suolo lunare nel giorno del primo allunaggio, ha prima caratterizzato la comunicazione del Partito comunista italiano (nel 1932), di Eisenhower, Nixon e JF Kennedy – per restare alla politica – e poi di Stanley Kubrick e Wes Anderson nel cinema, di Nike, Vuitton o Absolut Vodka…

Ma quindi associamo il futuro all’assenza di tratti decorativi, alla rinuncia alla grazia? Ci auguriamo una modernità asciutta, capace di rinunciare a quello che non è essenziale? Un domani disegnato per sottrazione anche per la comunicazione e, in particolare, per quella scientifica? Mentre qualcuno lavora in questa direzione, altri – molti – vanno nella direzione opposta. Anche per queste prospettive divergenti, hai voglia a preparare tutorial online o guide alla comunicazione scientifica: nel migliore dei casi sono mappe di un territorio che sta cambiando.

Pensa agli editor delle riviste. Per decenni sono stati i guardiani della qualità della conoscenza scientifica, clinici o ricercatori che si improvvisavano manager ma che incarnavano una missione culturale. Oggi non possiamo essere sicuri che sia ancora, per tutti, così: con oltre 30mila periodici variamente indicizzati, i direttori e i componenti dei comitati scientifici delle riviste sono talmente tanti che sembra difficile giurare sulle loro competenze e, forse, anche sull’integrità di ciascuno. Quando un editor di una delle più note riviste del mondo sosteneva che la Massachusetts medical society avrebbe messo su un “New England Journal of Medicine Fried Chicken” se solo avesse intravisto la possibilità di un business, non stava scherzando ma descrivendo un cambiamento già in atto. Editor al servizio di proprietari con pochi scrupoli, spesso senza volto; editor non più tanto giudici della qualità scientifica quanto amministratori di operazioni commerciali. Inconsapevoli, ingenui o complici attori di un’industria capace di enormi profitti. Questo non li rende necessariamente tuoi avversari, ma cambia radicalmente il tono della conversazione che – come autore o lettore – dovresti avere con loro.

Tra cinque anni – o cinque mesi o cinque giorni – quando sottoporrai un articolo, chi lo valuterà veramente? Un collega esperto o un algoritmo? E se fosse, più probabilmente, un auspicabile ibrido dei due?

Ora pensa ai referee. Quelle creature misteriose che giudicano il tuo lavoro nell’ombra stanno diventando sempre meno disponibili a dedicare tempo a una peer review accurata. Ma contemporaneamente stanno emergendo sistemi di intelligenza artificiale (Ia) che possono verificare la coerenza metodologica di un articolo, controllare statistiche, suggerire miglioramenti. Tra cinque anni – o cinque mesi o cinque giorni – quando sottoporrai un articolo, chi lo valuterà veramente? Un collega esperto o un algoritmo? E se fosse, più probabilmente, un auspicabile ibrido dei due?

Tu e i tuoi coautori – con cui hai negoziato l’ordine delle firme, discusso l’interpretazione dei risultati, condiviso la fatica della stesura – potreste presto avere un nuovo componente nel team: un sistema di Ia che scrive sezioni intere di un articolo, ottimizza la versione in lingua inglese, disegna graphical abstract impeccabili, genera discussioni sui social, prepara relazioni ai congressi a partire dal vostro paper appena pubblicato. Come cambierà la dinamica delle collaborazioni? Chi prenderà le decisioni quando parte del testo sarà generata automaticamente?

Gli editori – i grandi gruppi internazionali – stanno consolidando il loro potere attraverso acquisizioni, controllo dei database, creazione di repository di preprint, transformative agreement. Ma stanno anche diventando vulnerabili: se l’Ia potrà fare peer review, editing, impaginazione, quale sarà il valore aggiunto che potranno realisticamente apportare al sistema? Tra dieci anni potrebbero essere ancora più potenti o completamente irrilevanti. Non lo sappiamo.

Al solito, grande incertezza

Proviamo a immaginare tre direzioni in cui potrebbe andare il publishing scientifico. Non sono previsioni, ma ipotesi di lavoro per dare sollievo ai nostri dubbi, illudendoci di riuscire a prevedere il domani.

  • I grandi editori sopravvivono integrando massicciamente l’Ia nei loro processi. Elsevier, Springer Nature, Wiley diventano essenzialmente piattaforme tecnologiche. Submission, peer review, editing, pubblicazione: tutto viene mediato da algoritmi proprietari. Anche le banche dati che regolano le dinamiche citazionali e condizionano le carriere si confermano gestite dai grandi player editoriali. Le mega-riviste – quelle che già oggi pubblicano migliaia di articoli l’anno – diventano più numerose e ancora più grandi, e il processo di pubblicazione – dalla valutazione delle submission alla promozione dei contenuti sulle diverse piattaforme social multimediali – ancora più automatizzato. In questo scenario, voi autori interagite sempre meno con esseri umani e sempre più con sistemi. Un algoritmo valuta la vostra submission in ore, non in mesi. Suggerisce miglioramenti, segnala incongruenze, ottimizza la forma. Rapido, efficiente. Ma opaco e costoso, perché questi sistemi sono proprietari. Le università dei paesi ricchi o, comunque, quelle con adeguati finanziamenti possono permettersi di accedere a questi spazi. Le altre no.
  • Oppure: il sistema si divide. Da un lato, un circuito premium di riviste prestigiose che conservano un percorso di peer review eseguita da revisori esperti e competenti, con editing accurato, selezione rigorosa dei contenuti e cura nella loro presentazione; il tutto a costi sempre più elevati ma non necessariamente insostenibili. Dall’altro, un oceano di pubblicazioni assistite dall’IA, accessibili, rapide, ma di qualità estremamente variabile. Le mega-riviste crescono esponenzialmente. I paper mill diventano ancora più abili, usando l’Ia generativa per produrre articoli indistinguibili da quelli autentici. In questo scenario, gli autori dovranno scegliere: investire tempo e risorse per puntare al circuito premium, oppure accettare la pubblicazione più facile nel circuito ibrido, sapendo che il loro lavoro sarà difficilmente distinguibile da molti altri, ma non per questo meno utile ai fini della carriera se non cambieranno i sistemi di valutazione della ricerca.
  • Gli articoli scientifici cessano di essere pubblicati su riviste. I risultati della ricerca si svincolano dalle imprese private e sono condivisi dagli autori in repository pubblici dove l’Ia li indicizza, li valuta, li rende ricercabili. Le riviste sopravvivono come spazi di commento, dibattito, interpretazione. Non più contenitori di articoli originali ma piattaforme per la discussione, come accade oggi con Medium e Substack. In questo scenario, voi autori depositate i vostri studi in un archivio pubblico. La valutazione della qualità del vostro lavoro non deriva più da “dove” avete pubblicato ma da quanti altri ricercatori usano i vostri dati, replicano i vostri risultati, riprendono il vostro lavoro per orientare linee guida, documenti di politica sanitaria. L’impact factor diventa un ricordo del passato, sostituito da metriche dinamiche e trasparenti basate sull’utilità reale dei contenuti della letteratura scientifica.

Ogni volta che scegli di pubblicare risultati negativi invece di nasconderli in un cassetto, stai appoggiando un sistema più onesto. Ogni volta scegli di fare meno ricerca ma migliore, stai cambiando il sistema dall’interno.

Quale di questi scenari si realizzerà? Probabilmente nessuno dei tre esattamente così, o forse tutti e tre in qualche misura. Ma il punto è un altro: tu non sei spettatore passivo di questa trasformazione. Ogni volta che scegli di pubblicare risultati negativi invece di nasconderli in un cassetto, stai appoggiando un sistema più onesto. Ogni volta che dichiari trasparentemente i limiti del tuo studio invece di minimizzarli, stai resistendo al ricorso all’enfasi che caratterizza lo storytelling prevalente. Ogni volta che lasci le posizioni che contano alla firma di chi ha più contribuito allo studio, aiuti a far crescere un sistema di valutazione basato sulla competenza. Ogni volta che condividi dati e protocolli, stai contribuendo a fare spazio alla scienza aperta. Ogni volta che rifiuti la logica del “publish or perish” e scegli di fare meno ricerca ma migliore, stai cambiando il sistema dall’interno.

Per quanto riguarda l’Ia, sarà un’alleata per tutti: per le persone disoneste e per chi, invece, vorrà credere ancora in una comunicazione caratterizzata da integrità, accessibilità, inclusività. L’IA generativa potrebbe accrescere le nostre virtù o amplificare anche i nostri vizi. Liberare parte del nostro tempo o compromettere la nostra capacità creativa. Moltiplicare la produzione di letteratura scientifica di cattiva qualità e ridurne l’utilizzo e, forse, anche l’utilità.

Possiamo scegliere da che parte stare. Con ogni articolo che scriveremo, con ogni scelta che faremo nel processo di pubblicazione esprimeremo un voto – o quanto meno un auspicio – sul futuro del publishing scientifico.

L’unica certezza

In questo territorio in rapida trasformazione, c’è una sola cosa certa: la forma sta diventando sempre meno importante, l’integrità sempre più cruciale. Quando l’Ia può scrivere un abstract perfetto, dichiarare elegantemente i conflitti d’interesse, costruire una discussione formalmente impeccabile, l’unico valore distintivo che rimane è la tua – e la mia – onestà intellettuale. La decisione di condurre ricerca utile piuttosto che ricerca facile da pubblicare. La scelta di essere trasparenti sui limiti della ricerca invece che persuasivi sulle sue potenzialità. Il coraggio di dire “questo studio non ha funzionato” invece di nascondere i risultati negativi.

Le figure professionali che incontrerai nel tuo percorso – editor, referee, editori, coautori, documentalisti – stanno tutti navigando questa stessa incertezza. Alcuni cercheranno di mantenere lo status quo. Altri abbracceranno acriticamente ogni novità tecnologica. Altri ancora proveranno a orientare il cambiamento verso forme più giuste e sostenibili.

Possiamo scegliere da che parte stare. Con ogni articolo che scriveremo, con ogni scelta che faremo nel processo di pubblicazione esprimeremo un voto – o quanto meno un auspicio – sul futuro del publishing scientifico.