Che ne sarà del nostro cervello?

Il cognitive offloading e come la tecnologia ridisegna la mente

Fabio Ambrosino

Il Pensiero Scientifico Editore

By Marzo 2026Marzo 11th, 2026Nessun commento

Sempre più spesso attività che un tempo richiedevano attenzione, memoria, calcolo e ragionamento vengono delegate a dispositivi digitali. In psicologia cognitiva si parla di “cognitive offloading”: lo spostamento all’esterno di parti del lavoro mentale verso supporti tecnologici. Se un tempo erano taccuini e strumenti semplici, oggi sono smartphone, navigatori gps, motori di ricerca e, più recentemente, large language models. È un’espressione della naturale economia cognitiva: quando esiste una scorciatoia affidabile, il cervello tende a minimizzare lo sforzo.

Un esempio emblematico di recente adattamento delle nostre funzioni cognitive è l’effetto Google.

Questa delega si intreccia con il meccanismo della neuroplasticità: il cervello si adatta all’uso che ne facciamo. Circuiti rinforzati dall’esercizio diventano più efficienti, mentre quelli trascurati si indeboliscono. È il cosiddetto principio del “use it or lose it”, una forma di redistribuzione delle risorse in base a ciò che continuiamo a praticare. Fabio Del Missier, professore associato all’Università di Trieste e coordinatore del Laboratorio di memoria e decisione, lo spiega in questi termini: “Le nostre strutture neurali si adattano alle richieste che noi poniamo. In genere si tratta di modifiche che tendono a normalizzarsi con il passare del tempo. Perché ci siano modificazioni permanenti l’adattamento deve essere costante e protratto nel tempo”.

Un esempio emblematico di recente adattamento delle nostre funzioni cognitive è l’effetto Google. La possibilità di cercare una risposta nell’istante stesso in cui nasce una domanda ha trasformato il web in una sorta di memoria esterna. Già nel 2011 uno studio su Science mostrava che, sapendo di poter recuperare facilmente un’informazione online, le persone erano meno inclini a memorizzarla, mentre ricordavano con maggiore precisione dove trovarla [1]. In pratica, si sposta l’oggetto della memoria: meno contenuto, più strategia. È una differenza rilevante, perché la co­noscenza interna non è solo un archivio: è ciò che consente inferenze rapide, controllo critico e riconoscimento di incongruenze.

Anche l’uso dei navigatori gps rappresenta un caso paradigmatico. Alcuni studi mostrano che durante una navigazione passiva si riduce l’attività neurale a livello dell’ippocampo, area cerebrale cruciale per la costruzione di mappe mentali e la memoria spaziale, con un possibile effetto negativo sulla quantità di materia grigia nella struttura e, in termini funzionali, sulla capacità di orientarsi [2-4]. Il pensiero va subito alla malattia di Alzheimer, patologia che in molti casi causa proprio atrofia ippocampale e difficoltà di orientamento. Usare quotidianamente i navigatori gps può avere un effetto negativo? E al contrario, rinunciare all’uso di questi strumenti, mantenendo attivo il proprio ippocampo, potrebbe avere un effetto protettivo? Apparentemente in linea con questa ipotesi, uno studio osservazionale retrospettivo pubblicato nel 2024 ha individuato tassi inferiori di mortalità attribuibili alla malattia di Alzheimer tra i tassisti e gli autisti di ambulanze, professioni che richiedono un uso frequente della memoria spaziale e delle capacità di navigazione [5].

La performance può restare intatta (arriviamo comunque), mentre la strategia può impoverirsi.

Per Del Missier il punto è definire con precisione che cosa intendiamo per effetto negativo: “Un aspetto è la performance: la capacità di arrivare a destinazione. Un altro è la strategia che ci permette di arrivare alla performance”. La performance può restare intatta (arriviamo comunque), mentre la strategia può impoverirsi: alcune ricerche mostrano che chi pianifica e segue un percorso affidandosi alla tecnologia per esempio, tende a ricordare peggio i luoghi incontrati lungo la strada. Effetti simili sono stati dimostrati anche in altri contesti: fare delle fotografie durante una visi­ta museale sembra avere un impatto negativo sulla capacità di ricordare i dettagli degli oggetti osservati [6].

Anche il ragionamento, poi, potrebbe non essere immune al fenomeno. Con la diffusione dei large language models, sempre più compiti analitici e creativi vengono esternalizzati. L’intelligenza artificiale è in grado di sintetizzare testi, generare ipotesi o risolvere problemi: funzioni utili, ma che potrebbero indurre una progressiva disabitudine all’elaborazione personale. Uno studio dell’Mit di Boston, pubblicato quest’anno su un database di pre-print (e in seguito criticato da un punto di vista metodologico), mostrava dati che andavano in questa direzione: in un gruppo ridotto di studenti, l’uso di large language models durante la scrittura di saggi aveva facilitato la produzione dei testi, a scapito però dell’attivazione cerebrale, della connettività fronto-parietale e della profondità anali­tica [7,8]. “Se un giovane studente si affida sempre a Chat-GPT può finire per non sviluppare una sua strategia per fare riassunti. Non sa quali sono i passi che deve fare: leggere il testo, evidenziare gli elementi centrali, capire quali sono i punti concettuali importanti, qual è la loro sequenza. Se la tecnologia non fosse più disponibile potrebbe trovarsi in serie difficoltà, non perché le sue abilità cognitive di base o le sue strutture neurali siano state danneggiate, modificate, ma semplicemente perché non ha sviluppato delle strategie che sono indispensabili per svolgere dei compiti cognitivi complessi”.

Qui entra in gioco il concetto di riserva cognitiva: la capacità del cervello di compensare danni o cambiamenti legati all’età grazie a reti più efficienti e flessibili, costruite nel tempo attraverso esperienze cognitive stimolanti, attività intellettuali, relazioni sociali e allenamento mentale. Sulla possibilità che la delega sistematica ci impedisca di costruirci una riserva cognitiva ricca, esponendoci quindi a un rischio maggiore di decadimento cognitivo precoce, la risposta onesta è però che mancano dati definitivi. “Oggi non abbiamo ancora gli elementi per dare una risposta: non sappiamo se effettivamente l’utilizzo massivo e quasi esclusivo di tecnologie possa portare a lungo termine a un indebolimento delle abilità o delle basi neurali stesse”, spiega Del Missier. “È un’ipotesi che andrebbe testata con studi longitudinali molto prolungati nel tempo. Ci sono però degli elementi di preoccupazione, ovviamente. Io sono più preoccupato dall’aspetto strategico che dell’indebolimento delle capacità, perché è un effetto più immediato. Però non si può escludere che ci siano anche degli effetti a lungo termine sulle abilità di base o le strutture neurali. È una questione aperta che richiede delle risposte empiriche”.

Se demonizzarlo è miope, ignorarlo potrebbe però essere irresponsabile.

I dati attualmente disponibili, inoltre, sono complessi. Una recente meta-analisi ha rilevato che l’uso frequente e attivo di tecnologie digitali si associa a un minor rischio di declino cognitivo, verosimilmente per effetto della varietà di stimoli e della maggiore connessione sociale che questi strumenti possono offrire [9]. La differenza, ancora una volta, sembra risiedere nell’uso che ne facciamo: passivo o attivo, delegato o integrato. Inoltre, non è detto che gli eventuali effetti negativi o positivi siano gli stessi per tutte le funzioni cognitive e tutti gli strumenti a cui decidiamo di delegare tali funzioni.

Un aspetto centrale è che al giorno d’oggi l’offloading non avviene in un contesto neutrale: si realizza dentro infrastrutture proprietarie e modelli di business che dipendono dalla raccolta di dati e dall’ottimizzazione dei comportamenti. La dipendenza, quindi, non riguarda solo l’abitudine individuale a delegare memoria o ragionamento, ma l’affidamento strutturale a sistemi opachi, governati da incentivi economici che possono entrare in tensione con privacy, autonomia e sicurezza informativa. In questo quadro, i rischi non sono remoti: la possibilità di sorveglianza, manipolazione e orientamento dell’attenzione è incorporata nell’architettura stessa delle piattaforme. “Dovremmo riappropriarci delle tecnologie”, sostiene Del Missier. “È sempre più evidente la necessità di un controllo serio, pubblico, da parte di chi ha il dovere di farlo, con la finalità di supportare le persone e non di controllarle e manipolarle per estrarre valore”.

Il punto è: saremo davvero liberi di scegliere?

Le ipotesi, al momento, sono tutte valide. Alcune tecnologie esistono da troppo poco tempo per studiarne gli effetti a lungo termine. Forse il nostro cervello non si sta degradando, ma si sta semplicemente adattando. La diffidenza verso gli strumenti innovativi ha accompagnato ogni trasformazione cognitiva nel corso della storia, ma l’essere umano ha sempre saputo integrare nuove tecnologie per estendere le proprie capacità mentali. In quest’ottica il moderno cognitive offloading potrebbe non essere un fattore di rischio ma l’ennesimo cambiamento funzionale frutto dell’interazione tra mente, corpo e ambiente. Se demonizzarlo è miope, ignorarlo potrebbe però essere irresponsabile. Verosimilmente, l’equilibrio tra delega e allenamento sarà cruciale per mantenere una mente efficiente. Il futuro della nostra cognizione potrebbe dipendere da quanto sceglieremo di esercitare attivamente le funzioni che la tecnologia ci consente di sospendere. Il punto è: saremo davvero liberi di scegliere?

Bibliografia
1. Sparrow B, Liu J, Wegner DM. Google effects on memory: cognitive consequences of having information at our fingertips. Sci 2011;333:776-78.
2. Bohbot VD, Lerch J, Thorndycraft B, et al. Gray matter differences correlate with spontaneous strategies in a human virtual navigation task. J Neurosci 2007;27:10078-83.
3. Howard LR, Javadi AH, Yu Y, et al. The hippocampus and entorhinal cortex encode the path and Euclidean distances to goals during navigation. Curr Biol 2014;24:1331-40.
4. Dahmani L & Bohbot VD. Habitual use of GPS negatively impacts spatial memory duringself guided navigation. Sci Rep 2020;10:6310.
5. Patel V, Liu M, Worsham C, Jena A. Alzheimer’s disease mortality among taxi and ambulance drivers: population based cross sectional study. BMJ 2024;387:e082194.
6. Henkel LA. Point-and-shoot memories: the influence of taking photos on memory for a museum tour. Psychol Sci 2014;25:396-402.
7. Kosmyna N, Hauptmann E, Yuan YT, et al. Your brain on ChatGPT: accumulation of cognitive debt when using an AI assistant for essay writing task. arXiv 2025; arXiv:2506.08872.
8. Kovanovic K, Marrone R. Mit researchers say using Chat¬GPT can rot your brain. The truth is a little more complicated. The Conversation, 23 giugno 2025.
9. Benge JF, Scullin MK. A meta-analysis of technology use and cognitive aging. Nat Hum Behav 2025;9:1405 19.