Come si rende visibile il futuro invisibile dei cambiamenti climatici? Giulia Piermartiri ed Edoardo Delille hanno trovato una risposta attraverso “Atlas of the New World”, progetto fotografico che fonde paesaggi presenti e scenari futuri. Con una tecnica analogica, i due fotografi – vincitori del Premio Ponchielli 2024 – ritraggono luoghi destinati a trasformarsi radicalmente: dalle Maldive al Monte Bianco, dalla California al Mozambico. Un atlante del nuovo mondo che invita a riflettere sul futuro.
Nel progetto “Atlas of the New World” utilizzate proiezioni fotografiche per rendere visibile oggi ciò che i dati climatici prevedono per domani. Come siete riusciti a trasformare scenari scientifici complessi in un linguaggio visivo comprensibile senza semplificarne la gravità?
Quando abbiamo iniziato questo progetto era il 2019 e nelle piazze si stavano riversando centinaia di ragazzi che protestavano per riuscire a preservare il futuro del pianeta. Così ci siamo chiesti: “Cosa possiamo fare per rendere immediato questo problema?”. Solitamente lavoriamo su temi di attualità e questo è uno di quelli, ma invece di utilizzare la fotografia per raccontare il presente, come sempre, abbiamo cercato un modo per rappresentare il futuro.
La ricerca è partita dai dati delle Nazioni unite, che avevano già stilato una lista dei Paesi maggiormente vulnerabili ai cambiamenti climatici. Da qui siamo andati ad analizzare le varie problematiche di ogni Paese e a cercare in delle banche immagini online tutte quelle foto che rappresentavano esattamente il paesaggio futuro. Per esempio: le Maldive saranno il primo Paese al mondo a scomparire per l’innalzamento del livello dei mari. Così siamo andati a cercare foto subacquee fatte dai turisti, le abbiamo portate in diapositiva e, con una speciale tecnica analogica, inserite all’interno di un flash, sincronizzato con la fotocamera, che illumina la scena fotografata. Nel momento dello scatto la fotocamera registra simultaneamente la scena reale e la sua proiezione futura, rivelata in un lampo. L’effetto finale, nel caso delle Maldive, è una serie di ritratti di maldiviani immersi tra pesci e sub. Chi è nella foto non percepisce la scena che gli viene proiettata addosso proprio perché è un flash, così come noi tutti non ci rendiamo conto del futuro che stiamo costruendo.
Risultano così immagini complesse, quasi oniriche, in cui presente e futuro si sovrappongono, trasmettendo immediatamente la portata del cambiamento climatico.
Chi è nella foto non percepisce la scena che gli viene proiettata addosso proprio perché è un flash, così come noi tutti non ci rendiamo conto del futuro che stiamo costruendo.
- Urban Fields, Jaulane, Mozambique
- Paradise, California
- Ukulhas, Alif Alif Atoll, Maldives island
Avete scelto territori molto diversi, appunto le Maldive, ma anche il Monte Bianco, la California, il Mozambico. Quali elementi hanno guidato questa selezione e, una volta sul campo, quali incontri o situazioni vi hanno fatto percepire con maggiore chiarezza il legame tra trasformazioni ambientali, salute delle comunità e fragilità dei sistemi sociali?
Il desiderio era quello di coprire più continenti possibile, cercando aree climatiche diverse, individuando in ogni posto le problematiche legate al clima, che diventeranno insostenibili alla fine del secolo. Le persone ritratte appartengono sempre a classi sociali diverse, con un equilibrio tra generi ed età diverse in ogni luogo dove abbiamo lavorato, così da far uscire un campione della società più o meno eterogeneo. Le testimonianze più forti sulle conseguenze, sicuramente, le abbiamo raccolte in Africa, in alcune situazioni abbiamo capito che l’impatto del cambiamento del clima sull’agricoltura stava portando realmente problemi alla sussistenza di intere famiglie.
Parlare del futuro non serve troppo, mostrarlo è scioccante.
Le vostre immagini creano un cortocircuito temporale: mostrano paesaggi reali su cui si innesta la loro possibile evoluzione futura. Questa strategia può contribuire a modificare l’immaginario collettivo sul cambiamento climatico e influenzare il modo in cui istituzioni, professionisti sanitari e cittadini percepiscono i rischi?
Abbiamo usato questo stratagemma tecnico proprio per questo. Parlare del futuro non serve troppo, mostrarlo è scioccante. Immaginare i propri figli o nipoti che abiteranno in posti trasformati dai cambiamenti climatici, come li abbiamo mostrati noi con le nostre immagini, speriamo che possa servire a cambiare qualcosa.
La fotografia è spesso intesa come registrazione del presente. In “Atlas of the New World” diventa invece uno strumento per interrogare ciò che sta arrivando. Quale ruolo immaginate per il linguaggio visivo nella costruzione del “domani” e nella capacità, individuale e collettiva, di anticipare e mitigare le conseguenze della crisi climatica?
Con il “trucco” che abbiamo usato, totalmente analogico, riusciamo a smuovere l’immaginazione delle persone. Lo scontro tra l’estetica ammaliante di alcune delle nostre immagini, che lo spettatore percepisce ad un primo livello di lettura, e quello sul significato che l’immagine rivela aiuta a porsi delle domande. Il nostro obbiettivo è sempre stato quello. Non dare risposte, né mostrare il presente, ma far fare domande sul futuro. Speriamo di esserci riusciti.




