Prima di riflettere sul futuro vorrei fare una constatazione relativa al presente. Mentre scrivo queste righe non devo temere bombardamenti e i miei figli non vengono costretti ad arruolarsi nell’esercito. Vivere in pace è per noi la normalità, in un Paese che costituzionalmente ripudia la guerra.
Per contro il militarismo promuove l’idea che, data la natura umana violenta, la normalità sia la guerra considerando la pace un obiettivo da costruire (attraverso la deterrenza militare o la guerra stessa), sottolinea Tommaso Greco, che invece ritiene fondamentale partire dalla normalità della pace, in quanto elemento strutturale delle nostre convivenze. La pace è quindi da custodire e va considerata il principio guida dei nostri ragionamenti e azioni (che di conseguenza non potranno che essere pacifici). La natura umana comprende non solo le pulsioni violente, ma anche la tendenza alla cooperazione (senza la quale la specie umana non si sarebbe mai evoluta), ed emerge quindi per Greco la necessità di prendere sul serio il diritto al fine di mantenere una società che rafforzi strutturalmente la cooperazione e che reprima le pulsioni violente, sia a livello dei singoli stati sia a livello internazionale (connessi in maniera circolare) [1].
Vivere in pace è per noi la normalità, in un Paese che costituzionalmente ripudia la guerra.
Tuttavia, mentre noi non abbiamo da temere bombardamenti, per molte altre persone la realtà è molto diversa. Nel 2024 i conflitti armati tra Stati erano 61, il numero più alto registrato dal 1946 [2]. E, per fare un esempio, gli adolescenti di Gaza avevano già diversi conflitti alle spalle [3] quando, dopo l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre, si è scatenata la ritorsione israeliana genocida. Non va neppure dimenticato che negli ultimi decenni l’Italia, nonostante il ripudio costituzionale, ha partecipato direttamente a varie guerre ed è oggi coinvolta, indirettamente, in alcuni dei più sanguinosi conflitti, fornendo armi e supporto economico e politico ai belligeranti.
Da tenere a mente inoltre che il capitalismo si basa sulla competizione, innesca una perenne lotta, tra lavoratori per i posti di lavoro, tra capitalisti per la conquista dei mercati e tra le classi sociali. La concorrenza è l’esecutrice delle leggi interne del capitale e il potere economico esercita una “muta costrizione” [4] sull’intera società al fine del mantenimento e della naturalizzazione dello status quo, guerre comprese. “La vostra società violenta e caotica, anche quando vuole la pace, anche quando si trova in uno stato di calma apparente, porta sempre in sé la guerra come la nuvola porta in sé la pioggia”, nelle parole del politico Jean Jaurès [5].
Una nube sempre più nera e minacciosa, viste le ingenti spese militari (2718 miliardi di dollari nel 2024 a livello globale), destinate ad aumentare, dato l’obiettivo della Nato di raggiungere almeno il 2 per cento del pil (per l’Italia si prevede una spesa aggiuntiva di circa 23 miliardi nei prossimi anni [6]). Le spese a favore del settore militare, oltre a rappresentare una minaccia alla pace, drenano anche risorse che potrebbero essere utilizzate per sanità o istruzione [7].
Gli obiettivi e le logiche militari non sono confinati nelle caserme, ma si estendono sempre di più alla vita civile, alla cultura, alla politica, all’economia, alla sanità, già in tempo di pace. Si prenda come esempio il Polo strategico nazionale, una società partecipata da TIM (45 per cento), Leonardo (25 per cento), CDP Equity (20 per cento) e Sogei (10 per cento) con la mission della “realizzazione e la gestione di un’infrastruttura cloud (…), per garantire la sicurezza e la sostenibilità (…) nella gestione di dati e applicazioni della Pubblica Amministrazione italiana”. Al 30 novembre di quest’anno hanno aderito a questa società complessivamente 576 pubbliche amministrazioni, tra quelle centrali, locali e le aziende sanitarie [8].
In assenza di azioni di contrasto, industria militare e politici bellicisti hanno gioco facile a far apparire il sistema e la logica militari come “super partes”, “una risorsa per il Paese” e a diffondere la fiducia nel potere militare. Così, la presenza dei militari e la preparazione alla guerra vengono accettate sempre di più come aspetti normali, necessari e in qualche maniera desiderabili.
In assenza di azioni di contrasto, industria militare e politici bellicisti hanno gioco facile a far apparire il sistema e la logica militari come “una risorsa per il Paese”.
Quindi, il domani come sarà? La politica bellicista potrà essere contrastata efficacemente? Ci sarà un domani di pace? Penso che a queste domande si possa dare una risposta analoga a quella che Theodor Adorno dette alla domanda su cosa pensava del futuro del radicalismo di destra. “Credo che questa sia una domanda sbagliata perché eccessivamente contemplativa. In quel modo di pensare (…) si cela una forma di rassegnazione che ci mette in realtà fuori gioco come soggetti politici; vi si cela, cioè, un comportamento da cattivi spettatori di fronte alla realtà. Come queste cose proseguiranno e la responsabilità per come andranno avanti ricade, in ultima istanza, su di noi” [9].
Bibliografia
[1] Tommaso Greco. Critica della ragion bellica. Bari: Laterza, 2025.
[2] PRIO Paper. Conflict trends: a global overview, 1946–2025. Oslo (Norway): Peace Research Institute Oslo, 2025.
[3] www.visualizingpalestine.org/visual/six-wars-old/
[4]Søren Mau. Stummer Zwang. Berlin (Germany): Berlin Dietz Berlin, 2023.
[5] Jean Jaurès, Kapitalismus und Krieg, in: Jean-Numa Ducange, Jean Jaurès oder: Sozialismus wider die Kriegsgefahr. Berlin (Germany): Dietz Berlin, 2024.
[6] Francesco Vignarca. Spesa militare previsionale “pura” in crescita di un miliardo nel 2026 per l’Italia. Milex.org, 28 ottobre 2025.
[7] Istat. Rapporto SDGs 2023. Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia.
[8] www.polostrategiconazionale.it
[9] Theodor W. Adorno, Aspetti del nuovo radicalismo di destra. Venezia: Marsilio Editori, 2020.

