Se dovessi descrivere in poche righe il senso del mio lavoro sceglierei questa parafrasi di Charles Morris fatta da Eugenio Turri nel volume “Il territorio come teatro. Dal paesaggio vissuto al paesaggio rappresentato”: “Guardare il paesaggio non è mai mera contemplazione, ma è un processo altamente selettivo nel quale l’attore raccoglie indicazioni sul modo in cui, nel suo rapporto con il mondo, deve agire per soddisfare i suoi bisogni o interessi. [1]”
Il paesaggio può essere infatti interpretato come un teatro, un luogo di continua interazione tra mondo naturale e mondo antropico, uno spazio in cui l’essere umano si confronta costantemente con ciò che lo circonda, talvolta traendone risorse in modo equilibrato, talvolta abusandone o vivendone in modo improprio le ricchezze. In quest’ottica, l’architettura del paesaggio si configura come una disciplina che richiede una visione ampia e integrata, nella quale attività professionale e approccio alla vita risultano strettamente connessi. Si tratta di un processo continuo di osservazione e apprendimento, in cui la natura diviene fonte costante di conoscenza.
Solo osservando attentamente il paesaggio incontaminato è possibile evidenziare come la sua bellezza derivi dalla purezza dei suoi elementi.
Solo osservando attentamente il paesaggio incontaminato è possibile evidenziare come la sua bellezza derivi dalla purezza dei suoi elementi. Da questa consapevolezza nasce la capacità di leggere il territorio e identificare materiali locali, a chilometro zero, con cui costruire in modo rispettoso, senza alterare gli equilibri ambientali. Questo approccio permette di creare spazi pubblici e privati in sinergia con la natura, diffondendo una cultura progettuale che integra materiali naturali e processi ecocompatibili. Su questi principi si posa la biocostruzione, fatta di tecniche ancestrali riscoperte e metodi tradizionali riconsiderati in chiave contemporanea.
Questo tipo di approccio può fare la differenza, soprattutto in questo specifico periodo storico in cui fenomeni come cambiamento climatico, perdita di biodiversità, inquinamento urbano ed eventi atmosferici estremi, per anni raccontati come futuri, fanno ormai parte della realtà di tutti i giorni e rappresentano delle sfide urgenti a livello globale, in modo particolare nel domani delle giovani generazioni. La biocostruzione può fornire un’alternativa concreta al classico approccio più tradizionale dell’edilizia ad alto impatto che utilizza materiali energivori (cemento, acciaio, plastiche), spesso non riciclabili o non locali, con scarsa attenzione ai consumi energetici, alle emissioni e alla qualità dell’aria interna.
Tra i metodi riconducibili alla biocostruzione che utilizzo quotidianamente cito il metodo Canyaviva, sviluppato osservando la canna mediterranea Arundo donax, spesso definita infestante ma caratterizzata da un’elevata duttilità strutturale. A questa tecnica si affianca anche l’impiego del bambù, utilizzato per molteplici tipologie costruttive e la terra cruda, uno dei materiali più antichi e sostenibili utilizzati nella biocostruzione. Si tratta di terra non cotta, composta generalmente da una miscela naturale di argilla, sabbia, limo e a volte fibre vegetali, che viene modellata e lasciata asciugare all’aria invece che cotta in forno.
Leggere il paesaggio e costruire in armonia con esso significa riconoscere il valore dei materiali naturali, dei saperi antichi e delle relazioni che uniscono persone e luoghi.
Come architetta del paesaggio che si occupa di biocostruzione credo fortemente nell’importanza di creare reti di collaborazione tra persone e realtà interessate alla costruzione naturale, affinché la conoscenza condivisa contribuisca alla sensibilizzazione verso queste tematiche e diffonda metodi costruttivi rispettosi del paesaggio. Favorire sinergie tra collettivi e associazioni accomunati dall’uso degli elementi naturali può essere un punto di partenza, personalmente mi trovo spesso coinvolta nella realizzazione di workshop rivolti a tutte le età, dedicati all’apprendimento di diverse tecniche di biocostruzione, e incentrati sulla realizzazione ad esempio di forni in terra cruda, cupole geodetiche in legno o bambù. Queste pratiche messe in atto in contesti educativi come la scuola possono davvero fare la differenza, perché permettono di trasmettere lavorando sul campo il valore dell’impiego di materiali naturali e del riciclo creativo, promuovendo un rapporto più consapevole e rispettoso con il paesaggio. Leggere il paesaggio e costruire in armonia con esso significa riconoscere il valore dei materiali naturali, dei saperi antichi e delle relazioni che uniscono persone e luoghi. La biocostruzione non è solo una pratica tecnica, ma un modo di abitare il mondo con maggiore consapevolezza, restituendo al territorio rispetto, cura e continuità. È in questa visione condivisa che il paesaggio può tornare a essere un teatro vivo, in cui l’interazione tra natura e comunità diventa occasione di rigenerazione e di futuro sostenibile.
[1] Turri E. Il territorio come teatro. Dal paesaggio vissuto al paesaggio rappresentato. Venezia: Marsilio, 1998.

