“Il mio impegno per la sicurezza stradale nasce da una tragedia: l’omicidio stradale di mio figlio Francesco, che aveva 18 anni. A ottobre saranno passati tre anni. Perdere un figlio è il dolore più grande e insopportabile. Da allora, insieme a mia moglie Paola e a mia figlia Daria, abbiamo deciso di dedicare le nostre energie all’educazione stradale, coinvolgendo i ragazzi in modo diretto, rendendoli protagonisti del cambiamento”.
Prevenzione significa anticipare i problemi per impedirli. In ambito stradale, su cosa dovremmo concentrarci per prevenire gli incidenti? Come tradurre concretamente il principio della prevenzione nella sicurezza stradale?
In Italia muoiono sulle strade oltre 3000 persone l’anno, più migliaia di feriti e danni economici enormi: gli incidenti costano 18 miliardi di euro, circa l’1 per cento del pil. Però queste cifre vengono considerate come un “prezzo da pagare” alla modernità e alla velocità. Come le morti sul lavoro, anche quelle per violenza stradale sono morti di serie B. Nel caso di Francesco si è detto che era “nel posto sbagliato al momento sbagliato”. Non è vero: era sul marciapiede e tornava a casa dopo essere stato al cinema con gli amici. La ragazza alla guida, semmai, era nel posto sbagliato, visto che in quelle condizioni non doveva essere al volante. La sentenza è stata chiara: tutto fu causato da comportamenti sbagliati di chi guidava. Attribuire la responsabilità al caso alimenta quel fatalismo che continua a uccidere sulle strade. La prevenzione richiede prima di tutto un cambiamento culturale: acquisire una reale percezione del rischio e sentirci responsabili in prima persona. Per questo una delle prime battaglie riguarda il linguaggio: non parliamo di “incidenti”, ma di “scontri” o “omicidi stradali”. “Incidente” fa pensare a qualcosa di casuale: se rovesci un bicchiere di vino sulla tavola pulita, quello è un incidente. Ma investire una persona implica sempre una responsabilità precisa. L’idea di fatalità attenua la colpa individuale.
Attribuire la responsabilità al caso alimenta quel fatalismo che continua a uccidere sulle strade.
Perché secondo lei c’è così poca percezione del rischio stradale?
Perché ne abbiamo una percezione distorta. Se qualcuno dice di aver visto uno squalo, nessuno entra in mare. Eppure, nel mondo muoiono quattro o cinque persone all’anno per attacchi di squalo. Invece non abbiamo paura dell’auto, che causa migliaia di feriti e morti. Al volante siamo convinti di controllare tutto. Uno studio della Sapienza ha chiesto agli intervistati di darsi un voto alla guida: la maggioranza si attribuisce 8/8,5, mentre agli altri dà 4/4,5. Pensiamo sempre che sia colpa degli altri e diciamo: “so guidare benissimo”, “a me non succede”, “ho bevuto ma devo fare solo un chilometro”. Così le stragi continueranno.
Come sensibilizzare i giovani alla guida sicura? L’educazione stradale non dovrebbe partire dalla scuola?
Sì, ma introdurre l’educazione stradale nei programmi didattici richiede scelte e investimenti costosi per formare gli insegnanti. Non si fa dall’oggi al domani. E poi conta come si educa. Dopo la morte di Francesco, in famiglia abbiamo deciso di organizzare incontri nelle scuole. Ci siamo però accorti che i tempi di attenzione dei ragazzi sono brevi: una lezione frontale rischia di essere poco efficace, mentre il coinvolgimento attivo può fare la differenza. Francesco suonava in una band e studiava cinema: da questa sua passione è nata l’idea di lanciare concorsi cinematografici per under 25 e concerti, per rendere i ragazzi protagonisti del cambiamento. Il messaggio è: “La vita è una: usate bene il tempo facendo cose belle. Divertitevi, uscite, ballate, andate ai concerti, ma senza mettere in pericolo la vita vostra e altrui”.
Le cose cambiano quando un comportamento diventa socialmente inaccettabile.
La prevenzione spesso incontra le resistenze al cambiamento: cittadini che protestano contro i limiti di velocità, commercianti contrari alle zone pedonali. Ma la politica può anteporre la sicurezza al consenso?
Serve coraggio politico. A Bologna il sindaco Matteo Lepore ha avviato il progetto “Città 30”. C’è chi lo avvertiva: “Rischi di perdere voti”. Ma lui ha risposto: “Pazienza!”. I risultati già si vedono: i morti sono calati del 41 per cento. Molti ancora protestano: “a 30 all’ora si va troppo piano”. Ma i calcoli dicono che a 50 all’ora, in una giornata di traffico normale, si guadagnano appena due minuti. Due minuti contro una vita. La sicurezza stradale richiede un’evoluzione culturale. Le cose cambiano quando un comportamento diventa socialmente inaccettabile. Una volta si fumava nei cinema, sui treni, sugli aerei. Oggi è impensabile. Negli anni Settanta, nei Paesi Bassi, le proteste per la morte di molti giovani ciclisti rivoluzionarono la mobilità urbana. Oggi in Olanda le città a due ruote sono la normalità. In Inghilterra, il Taylor act pose fine alla violenza hooligans negli stadi dopo i massacri dell’Heysel e di Hillsborough. Le leggi sono necessarie, ma per un cambiamento duraturo serve investire sulla consapevolezza sociale: è un dovere di cittadinanza far notare comportamenti pericolosi come guidare ubriachi o a velocità folli. Dobbiamo investire in educazione, infrastrutture, controlli e cambiare mentalità. La sicurezza stradale non è un costo, è un diritto di tutti.
A cura di Laura Tonon

