Professoressa Lorusso, come si sono evolute le strategie di prevenzione per il tumore della cervice uterina?
Il tumore della cervice uterina rappresenta uno dei pochi tumori in oncologia per cui esiste una prevenzione primaria, cioè una strategia per evitare completamente l’insorgenza della malattia. Questo è possibile perché se ne conosce la causa: nel 90 per cento dei casi infatti il tumore è legato all’infezione da papilloma virus, trasmesso prevalentemente per via sessuale. Questa conoscenza eziologica ci ha permesso di sviluppare strategie preventive estremamente efficaci su due fronti. Per quanto riguarda la prevenzione primaria, disponiamo di un vaccino sicuro ed efficace che contiene nove ceppi virali e protegge anche verso genotipi correlati grazie alla protezione crociata tra famiglie virali. L’efficacia del vaccino è inversamente proporzionale all’esposizione pregressa al virus: raggiunge il 100 per cento in assenza di contatto precedente, mentre si riduce in caso di esposizione pregressa pur mantenendo comunque livelli di protezione significativi. La protezione è massima nelle età più giovani, per questo il vaccino è offerto gratuitamente fino a 26 anni in tutte le regioni, anche nei maschi. Tuttavia, disponiamo di evidenze di protezione fino a 54 anni e non esistono ragioni scientifiche per ritenere che l’efficacia diminuisca oltre questa età.
La cervice uterina offre anche una seconda importante opportunità preventiva attraverso la prevenzione secondaria. Prima che si sviluppi il tumore vero e proprio, si verificano una serie di lesioni precancerose che rappresentano la trasformazione iniziale del tessuto cervicale causata dall’infezione virale. Queste trasformazioni progrediscono molto lentamente, nell’arco di anni, il che ci offre una finestra temporale preziosa per intercettarle attraverso test di screening. Disponiamo di due metodiche principali: il pap test, che si effettua ogni tre anni nella fascia di età 25-29 anni, e l’hpv test, utilizzato ogni cinque anni dai 30 ai 65 anni. L’implementazione di questi programmi ha determinato una riduzione significativa dell’incidenza della malattia e potremmo ottenere risultati ancora migliori favorendo l’adesione ai programmi vaccinali e di screening. Dobbiamo investire molto di più sulla prevenzione perché questo tumore potrebbe scomparire, oggi abbiamo gli strumenti per farlo.
Secondo i dati del Ministero della salute, in Italia la copertura vaccinale è in crescita, ma non raggiunge ancora gli standard europei, così come l’adesione ai programmi di screening. Come mai?
Il problema principale risiede nell’approccio comunicativo adottato all’inizio della campagna vaccinale. Quando abbiamo iniziato a proporre la vaccinazione, abbiamo commesso un errore strategico presentandola come prevenzione di infezioni sessualmente trasmissibili rivolta a bambine di dodici anni o anche più piccole. In realtà ci stavamo rivolgendo ai genitori, e risulta comprensibilmente difficile per un genitore accettare l’idea che la propria figlia dodicenne possa avere la necessità di prevenire una malattia sessualmente trasmessa in futuro. Se avessimo comunicato fin dall’inizio che si trattava di un vaccino anticancro – che è esattamente quello che è – probabilmente avremmo ottenuto un successo molto maggiore in termini di adesione. Oggi è fondamentale lavorare su questa consapevolezza: non stiamo prevenendo infezioni comuni come la candida o la sifilide, ma uno dei tumori femminili più aggressivi, caratterizzato da una sintomatologia severa che compromette gravemente la qualità di vita delle pazienti.
Su questo aspetto dovremmo intensificare l’informazione e la sensibilizzazione. Tuttavia, sono moderatamente ottimista grazie all’allargamento dell’età vaccinale: pur essendo vero che il vaccino risulta meno efficace dopo una probabile esposizione pregressa al virus, è anche vero che oggi si rivolge non più solo alle bambine, ma alle donne adulte, più consapevoli della propria vita sessuale e delle implicazioni per la salute. I dati mostrano già segnali incoraggianti: dopo il calo registrato durante la pandemia, i tassi di adesione vaccinale stanno progressivamente migliorando.

LO SCREENING PER IL TUMORE DEL COLLO DELL’UTERO IN ITALIA
Secondo il Rapporto “I numeri del cancro in Italia” del 2024, si sono stimate circa 2400 nuove diagnosi di tumore della cervice uterina. La maggior parte di questi casi è attribuibile all’infezione da parte del papilloma virus umano. Nel 2024 i programmi di screening per il tumore della cervice hanno raggiunto una copertura del 51%. Si tratta di risultati positivi, dato che il valore minimo per l’efficacia dell’intervento è del 50%. Tuttavia, restano marcate le differenze territoriali, con uno scarto tra Nord e Sud-Isole di 27,5 punti percentuali.
Quali sono ad oggi le terapie per questo tipo di tumore?
Per tumori sotto i 4 centimetri si ricorre alla chirurgia, che non deve essere fatta in laparoscopia perché le tecniche mini invasive, secondo i dati a disposizione, aumentano il rischio di recidiva, forse per una manipolazione del collo dell’utero durante l’intervento. Quindi si procede con un intervento classico in laparotomia e con l’asportazione del linfonodo sentinella, il primo linfonodo che drena la malattia, se è negativo siamo ragionevolmente convinti che tutti gli altri saranno negativi. Per tumori un po’ più avanzati, si utilizza la radio-chemioterapia concomitante, oggi potenziata dalle tecniche conformazionali, più efficaci e che riducono maggiormente gli effetti collaterali. Negli stadi localmente avanzati ad alto rischio, l’aggiunta dell’immunoterapia ha dimostrato di ridurre del 30-50 per cento il rischio di morte. Questo rappresenta un progresso considerevole nel trattamento delle forme localmente avanzate dove aumentare la sopravvivenza vuol dire guarire una quota maggiore di pazienti.
Qual è l’importanza dei centri di riferimento?
La presa in carico nei centri specializzati è fondamentale. I tumori della cervice non devono recidivare perché nello scenario migliore la paziente ha solo due anni di sopravvivenza con un tumore altamente doloroso e sintomatico. Il primo trattamento è cruciale e richiede un team multidisciplinare composto da chirurgo, radioterapista oncologo, ginecologo oncologo, medico oncologo e tante altre figure importanti nel percorso. La paziente deve essere inquadrata a 360 gradi per definire il miglior programma di trattamento. Per concludere, l’immunoterapia ha rappresentato un progresso significativo nella malattia localmente avanzata, ma dobbiamo investire molto di più sulla prevenzione perché questo tumore potrebbe scomparire, oggi abbiamo gli strumenti per farlo.
A cura di Giada Savini

