Educazione affettiva e sessuale nelle scuole

Per costruire una cultura della non violenza

Antonella Inverno

Responsabile Ricerca e analisi dati, Save the Children

By Ottobre 2025Nessun commento

Perché oggi è importante parlare di educazione affettiva e sessuale nelle scuole come strumento di prevenzione della violenza di genere?

La cronaca quotidiana ci restituisce episodi di violenza di genere e di violenza tra pari a età sempre più precoci. È essenziale fermarsi e riflettere su quanto poco i giovani vengano educati e accompagnati nel loro percorso di crescita: nel riconoscimento e nella gestione delle proprie emozioni, nella conoscenza del proprio corpo e dei suoi confini, così come di quelli altrui. Questa necessità diventa ancora più urgente di fronte al crescente numero di casi di violenza in età giovanissima, spesso anche gratuita.

Dal dossier “L’educazione affettiva e sessuale in adolescenza: a che punto siamo?” emerge che molti adolescenti faticano a riconoscere comportamenti violenti o discriminatori, arrivando talvolta a giustificarli. Cosa rivelano questi segnali sulla cultura relazionale che stanno interiorizzando?

I dati evidenziano che i modelli ispirati al patriarcato sono ancora profondamente radicati nel nostro Paese, con una presenza particolarmente marcata tra i giovani. Il confronto con i dati Istat sugli stessi pregiudizi negli adulti mostra infatti che i giovani sono ancora più radicali in queste posizioni. Persistono forti pregiudizi di genere su chi sia più emotivo, chi sappia gestire meglio le relazioni o chi si sacrifichi di più per la coppia. Dal nostro punto di vista, questi stereotipi ingabbiano non solo le ragazze, ma anche i ragazzi in ruoli di genere che impediscono loro di esprimere, accettare e gestire le proprie emozioni. Ancora più inquietante è la normalizzazione della violenza all’interno delle relazioni adolescenziali. Molti ritengono che sia normale uno schiaffo ogni tanto, che sia accettabile geolocalizzare il partner per controllarne i movimenti, che la gelosia sia un segno d’amore o che condividere le password sia una prova della solidità del rapporto. Tutto questo rivela una percezione distorta della coppia e di ciò che costituisce un legame solido: la fiducia, prima di tutto. Questi dati ci impongono una riflessione sui modelli che noi adulti stiamo trasmettendo e su quanto facciamo – ma soprattutto non facciamo – in termini di educazione ai sentimenti.

È possibile pensare a un’educazione sessuale e affettiva che parta dalla scuola dell’infanzia, iniziando a parlare del proprio corpo e delle emozioni con bambini e bambine.

Nel dossier avete analizzato il progetto EduForIST del Ministero della salute, volto a creare linee guida e strumenti didattici per l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Quali insegnamenti possiamo trarne per rendere l’educazione sessuale strutturale e accessibile?

La nostra ricerca ha rilevato che solo la metà dei ragazzi ha partecipato a percorsi di educazione alla sessualità e all’affettività. Di questi, pochissimi hanno seguito percorsi completi condotti da personale esterno specializzato e svolti durante tutto l’anno scolastico. Spesso le scuole classificano come percorsi di educazione sessuale e affettiva anche incontri di un’ora che, evidentemente, non possono risolvere la situazione. La sperimentazione del Ministero della salute dimostra invece che è possibile pensare a un’educazione sessuale e affettiva che parta dalla scuola dell’infanzia, iniziando a parlare del proprio corpo e delle emozioni con bambini e bambine, per arrivare gradualmente a introdurre il tema della sessualità nelle età successive. Questo approccio eviterebbe di lasciare il primato educativo ai contenuti pornografici online. La ricerca evidenzia infatti che, in assenza di alternative valide, i giovani cercano informazioni online. Anche in famiglia se ne parla, certo, ma limitandosi agli aspetti preventivi – malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze indesiderate – senza affrontare emozioni e pratiche sessuali.

Le ricerche internazionali dimostrano gli effetti benefici di programmi strutturati: innalzamento dell’età del primo rapporto sessuale, che indica una maggiore consapevolezza delle implicazioni emotive oltre a quelle fisiche, e riduzione dei comportamenti a rischio. Nella nostra ricerca abbiamo rilevato comportamenti preoccupanti come le abbuffate di alcol seguite da rapporti con persone anche sconosciute, o il ricorso sempre più frequente alle piattaforme online per adulti per vendere materiale intimo da parte delle adolescenti. Questi elementi ci devono preoccupare e indicare la necessità di maggiore attenzione a questi temi, anche a scuola.

È fondamentale adottare in famiglia pratiche di educazione non violenta e rimanere aperti all’ascolto e al dialogo.

Cosa possono fare concretamente gli adulti – genitori, insegnanti, operatori sociosanitari – per contribuire a un cambiamento culturale che renda centrale l’educazione alla non violenza?

Innanzitutto dare il buon esempio. I comportamenti violenti, soprattutto da parte di partner maschi nei confronti delle donne, sono all’ordine del giorno e rappresentano sicuramente un pessimo messaggio per i giovani. È fondamentale adottare in famiglia pratiche di educazione non violenta e rimanere aperti all’ascolto e al dialogo. Questi ragazzi spesso si sentono invisibili e soli e hanno meno opportunità rispetto al passato di confrontarsi con fratelli o sorelle su questi argomenti, considerando l’aumento delle famiglie con figli unici in Italia.

Oggi i genitori hanno accorciato le distanze rispetto alle generazioni passate, molti ragazzi segnalano un dialogo più aperto in famiglia, dovrebbero quindi essere più pronti a parlare di ciò che sessualità e affettività comportano in termini di gestione sana delle proprie emozioni.

A cura di Giada Savini