Gran parte dei casi di morte cardiaca improvvisa nello sport riguardano uomini: calciatori, pallavolisti, ciclisti. Discipline diverse, un denominatore comune: il sesso maschile. Ma perché? Questi eventi colpiscono davvero di più gli atleti uomini o semplicemente i riflettori restano meno puntati sullo sport femminile? Una parte della risposta può dipendere anche dal clamore mediatico che in questi casi si crea attorno agli sport e ai personaggi più seguiti. Come osserva Stefano Bordignon, elettrofisiologo del Cardioangiologisches Centrum Bethanien di Francoforte sul Meno [1], gli atleti sono da sempre percepiti come simboli di salute e quando vanno incontro a problemi cardiaci la reazione dei media e della società genera clamore, spesso a scapito di un’informazione accurata e fondata sulle evidenze.
Ricordate Davide Astori, Christian Eriksen, Edoardo Bove? Forse l’ordine con cui i loro nomi affiorano alla memoria dipende dall’età di chi risponde, qualcuno potrebbe pensare ad altri, magari a Piermario Morosini, ma sicuramente per gli appassionati di pallone non bisogna aggiungere altro. Cosa li accomuna? Sono atleti professionisti, che hanno sofferto di un arresto cardiaco improvviso. E sono tutti uomini. Quando storie del genere finiscono al centro delle cronache si fa fatica a credere che atleti giovani, controllati e apparentemente sani possano rischiare problemi cardiovascolari così gravi. Ma questi eventi sembrano accadere – se non spesso – comunque con una certa regolarità, e sempre ad atleti uomini. Ma davvero il sesso biologico influisce?
Facciamo un passo indietro. Lo screening per l’attività sportiva, introdotto in Italia più di quarant’anni fa, è lo strumento chiave per prevenire la morte improvvisa di atleti e atlete, e individua precocemente problemi cardiaci che potrebbero aumentare il rischio di complicazioni durante l’esercizio fisico. In Italia la definizione di idoneità o non idoneità all’attività sportiva si fonda su due pilastri: sul piano normativo il decreto ministeriale 18/2/1982 (e successive integrazioni); sul piano metodologico le linee guida Cocis, che traducono la normativa in linee guida per la valutazione medico sportiva di atleti e atlete [2]. Un atleta ritenuto non idoneo all’attività agonistica non può partecipare a competizioni sportive: temporaneamente, se la condizione diagnosticata è curabile, o in modo permanente.
Prima ancora di entrare nel merito delle differenze di genere vale la pena soffermarsi sull’aspetto metodologico, per capire se le attuali tecniche di screening garantiscano davvero risultati soddisfacenti. “Purtroppo, le prove scientifiche sull’efficacia dello screening medico-sportivo nel ridurre il rischio di eventi cardiaci gravi o di morte improvvisa non risultano univoche nei risultati e quindi non possono essere considerate solide” ha commentato Camilla Alderighi, cardiologa al Poliambulatorio della Misericordia di Sesto Fiorentino. “Gli studi svolti finora, infatti, hanno dato risultati contrastanti sulla reale capacità dello screening di identificare atleti e atlete effettivamente a rischio di morte improvvisa”.
Circa vent’anni fa sono stati pubblicati dati italiani molto favorevoli: in Veneto, dove è stato condotto lo studio, la riduzione della mortalità da sport è di circa il 90 per cento [3]. Secondo Alderighi, tali risultati non sono stati confermati nella stessa entità in studi svolti in altri Paesi e questa incertezza della letteratura scientifica si riflette nella mancanza di un consenso internazionale su un protocollo univoco di screening.
Per affrontare ora la questione di genere, una revisione sistematica recente ha evidenziato come gli atleti abbiano un rischio di morte improvvisa durante l’attività sportiva circa cinque volte superiore rispetto alle atlete [4]. Secondo Raffaele Rasoini, anche lui cardiologo del Misericordia di Firenze, dato che anche gli studi più recenti confermano lo stesso divario, questa differenza può essere attribuita solo in parte alla storica minore partecipazione femminile allo sport.
“Un altro elemento da tenere in considerazione sono le cause di morte improvvisa: nelle donne infatti prevalgono anomalie congenite coronariche, negli uomini la cardiomiopatia ipertrofica” ha aggiunto Rasoini. “Fattori biologici e ormonali potrebbero contribuire a queste differenze, ma una comprensione più approfondita aiuterebbe certamente a indirizzare meglio le valutazioni medico-sportive”.
Quindi la risposta non è univoca. D’altra parte, sempre a proposito di differenze di genere, dall’analisi di registri sugli arresti cardiaci testimoniati sul territorio – quindi non necessariamente durante attività sportiva – è stato osservato che le manovre di rianimazione sulle donne risultano meno efficaci che sugli uomini, anche a parità di tempo di intervento.
“Altre motivazioni possibili includono l’età più avanzata delle donne e una maggiore frequenza di ritmi cardiaci non defibrillabili alla presentazione, ma sono state descritte anche una sottostima iniziale della gravità, l’esitazione dei soccorritori a rimuovere i vestiti e la scarsa rappresentazione del corpo femminile nei materiali formativi della rianimazione cardio-polmonare”, ha continuato Rasoini. Insomma, la lista è lunga.
Con l’aumento significativo degli ultimi decenni della partecipazione femminile allo sport, sia in Italia che a livello internazionale, sarà fondamentale prestare attenzione a questi aspetti nei criteri di inclusione dei trial. C’è da dire che questo non è un tema che appartiene solo al mondo sportivo, ma alla cardiologia in generale: di recente, è stato valutato il rapporto donne/ uomini arruolati negli studi rispetto alla prevalenza della malattia nella popolazione. Nella review non sono stati analizzati nello specifico paper sulla morte cardiaca improvvisa, ma le conclusioni hanno sottolineato una sottorappresentazione persistente delle donne nel caso di trial sulle cardiopatie coronariche – proprio la causa prevalente di morte cardiaca improvvisa nelle donne – nelle sindromi coronariche acute e nelle aritmie. L’arruolamento è maggiore in studi su obesità e ipertensione polmonare [5].
Finora il privilegio maschile ha segnato profondamente il disegno dei trial e la ricerca. In attesa di studi più attenti alle differenze di genere, quando i media racconteranno casi come quelli di Astori, Eriksen e Bove, il loro compito sarà ricordare che la strada verso la parità è ancora lunga.
Andrea Calignano
Il Pensiero Scientifico Editore – Think2it
Bibliografia
[1] Bordignon S. Presentazione dell’edizione italiana. In: Case C, Mandrola J, Zinn L. Il cuore fuori controllo. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2018.
[2] Cocis – Protocolli cardiologici per il giudizio di idoneità allo sport agonistico. Società italiana di cardiologia sportiva e Federazione medico sportiva italiana, 2023.
[3] Corrado D, Basso C, Pavei A, et al. Trends in sudden cardiovascular death in young competitive athletes after implementation of a preparticipation screening program. JAMA 2006;296:1593-601.
[4] Li L, Le Douairon Lahaye S, Ding, S, et al. Sex differences in the incidence of sudden cardiac arrest/death in competitive athletes: a systematic review and meta-analysis. Sports Med 2025;55:697-712.
[5] Rivera FB, Magalong JV, Bantayan NRB, et al. Participation of women in cardiovascular trials from 2017 to 2023: a systematic review. JAMA Netw Open 2025;8:e2529104.

