I bambini nati nel 2020 che avranno ottant’anni nel 2100 vivranno un’esposizione senza precedenti a eventi climatici estremi, con temperature quasi doppie e fenomeni sette volte più frequenti rispetto alle generazioni passate. In uno scenario di riscaldamento globale non mitigato (+4-5°C in Italia), l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle malattie croniche porteranno a più anni vissuti in cattive condizioni di salute [1].
Crisi climatica e salute pubblica
Salute pubblica e crisi climatica sono oggi più che mai strettamente connesse. Il cambiamento climatico agisce come un “threat multiplier”, esacerbando le vulnerabilità sociali, economiche e ambientali preesistenti, con un impatto rilevante sulla salute umana. Questo si manifesta attraverso l’aumento dei rischi sanitari legati a eventi meteorologici estremi, inquinamento atmosferico, malnutrizione e maggior probabilità di epidemie. Le temperature elevate, per esempio, sono associate a un incremento della mortalità per cause respiratorie, cardiovascolari, all’esacerbazione delle patologie mentali, mentre le ampie escursioni termiche giornaliere influenzano i decessi per ictus. L’inquinamento atmosferico nelle città è responsabile si stima dell’11 per cento della mortalità per cause naturali, dovuta all’esposizione a livelli superiori a quanto indicato nelle linee guida sulla qualità dell’aria dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) del 2023 [2]. La perdita di biodiversità e lo stress da calore stanno avendo un impatto sulla nostra dieta influenzando la disponibilità di frutta e verdura fresche e di qualità [3].
Il cambiamento climatico è anche un amplificatore delle disuguaglianze socioeconomiche e, di conseguenza, delle disuguaglianze di salute: le regioni del mondo e le fasce di popolazione più povere, con minori risorse economiche e minore capacità di adattamento, sono destinate a subire le conseguenze più gravi della crisi climatica a causa della maggiore vulnerabilità associata alle loro condizioni di salute (maggiore prevalenza di malattie croniche) e socioeconomiche. Dunque una priorità fondamentale per la salute pubblica, oggi e per le future generazioni, è la promozione di “politiche dei co-benefici” [4] che creino sinergie tra interventi sanitari e ambientali. In questa prospettiva, l’approccio One health, che riconosce le interconnessioni tra la salute umana, animale e del pianeta, offre un quadro di riferimento fondamentale: promuovendo la collaborazione tra settori e una visione integrata dei determinanti della salute, rafforzando la capacità di prevenire e gestire le malattie in un mondo sempre più interdipendente e, allo stesso tempo, mitigando i cambiamenti climatici.
Se da un lato la promozione di stili di vita salutari è fondamentale per prevenire e gestire le malattie croniche, dall’altro può contribuire in modo significativo alla costruzione di un’economia e di una società a basse emissioni di carbonio [5]. Viceversa, un numero crescente di studi evidenzia come le azioni mirate alla mitigazione climatica apportino importanti benefici per la salute e il benessere, in particolare attraverso l’adozione di diete sostenibili e salutari, e la transizione dall’uso dell’auto privata a forme di mobilità attiva, come la bicicletta e il camminare. Anche la riduzione del consumo di carne rappresenta una strategia efficace sia per mitigare il cambiamento climatico sia per prevenire le malattie croniche. Gli allevamenti intensivi sono una fonte rilevante di gas serra – la sola fermentazione enterica genera circa il 45 per cento delle emissioni agricole – e rilasciano sostanze inquinanti come ammoniaca, nitrati e pm 2,5. Inoltre, il consumo di carne rossa è associato a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari e di tumori [6].

I fattori che influenzano le disuguaglianze di salute in Italia. Il rapporto dell’Oms sullo stato dell’equità in salute nel nostro Paese analizza quali fattori ambientali, sociali ed economici e in quali misura incidono sulle disuguaglianze di salute nel Paese. Ne emerge che le differenze di salute e benessere dipendono soprattutto dalle condizioni di vita (22%) ed economiche (43%) più che dall’accesso ai servizi sanitari (9%). Le disuguaglianze sono quindi influenzate da determinanti su cui è possibile agire con politiche mirate.
Una questione di giustizia sociale
La transizione ecologica implica un cambiamento verso modelli di sviluppo sostenibile, capaci di ridurre l’impatto ambientale grazie all’abbandono dei combustibili fossili e alla promozione delle fonti rinnovabili. Questo processo comporta anche profondi cambiamenti socioeconomici, che devono essere affrontati attraverso politiche di giustizia sociale, orientate all’equità e all’inclusione. Negli ultimi decenni, la ricerca ha dedicato crescente attenzione all’interconnessione tra le dimensioni ambientale e sociale, e al ruolo del welfare nella crisi ecologica, sottolineando la necessità di un approccio di welfare sostenibile a supporto delle politiche di transizione. Il concetto di “just transition” definisce principi fondamentali per garantire che il passaggio a un’economia sostenibile avvenga in modo equo, assicurando che i benefici della transizione siano distribuiti in maniera giusta tra tutti i gruppi sociali, con particolare attenzione ai più vulnerabili [7].
Come epidemiologi, medici e professionisti della salute, abbiamo il dovere di rimettere al centro del nostro impegno la prevenzione primaria e l’equità, promuovendo azioni volte a modificare gli stili di vita per contrastare l’epidemia di malattie croniche nei Paesi industrializzati. Si stima che il 30-40 per cento delle malattie, tra cui tumori, diabete, malattie cardiovascolari, respiratorie e neurologiche, sia attribuibile a stili di vita nocivi per la salute, che hanno anche un impatto significativo sul cambiamento climatico e sull’ambiente [4]. Intervenire sugli stili di vita significa anche affrontare alla radice le disuguaglianze nella salute. Secondo l’ultimo rapporto dell’Oms sullo stato dell’equità in salute in Italia, solo il 9 per cento di tali disuguaglianze dipende dall’accesso alle cure, mentre la parte restante è influenzata da fattori ambientali, sociali, economici e dai nostri stili di vita. È importante soffermarci su queste tematiche anche in periodi di conflitti e crisi; come professionisti della salute siamo chiamati a giocare un ruolo cruciale nel contribuire alla transizione climatica e nel contrastare le disuguaglianze, attraverso attività di advocacy, approcci multisettoriali basati su evidenze scientifiche, programmi di educazione e formazione, e il coinvolgimento attivo delle comunità.
Bibliografia
[1] Kivimäki M, et al. Nat Med 2025;31:1635-43.
[2] Stafoggia M, et al. Epidemiol Prev 2023;47:22-31.
[3] Fao. Climate change, biodiversity and nutrition nexus: evidence and emerging policy and programming opportunities. Rome: Fao of the United Nations, 2020.
[4] Ministero della salute. Consiglio superiore di sanità. Politica dei co-benefici sanitari della mitigazione del cambiamento climatico (coordinatore Paolo Vineis). 12 ottobre 2022.
[5] Creutzig F, et al. Demand, services and social aspects of mitigation. In Ipcc, 2022: Climate change 2022. Mitigation of climate change.
[6] Liu D, et al. Arch Med Sci 2022;19:1-15.
[7] International labour organization. Guidelines for a just transition towards environmentally sustainable economies and societies for all, 2015.

