Quando la malattia è rara

Il pediatra e la ricerca, il paziente e le famiglie

Luigi Memo

Pediatra e genetista clinico, professore a contratto di Genetica medica, Università di Trieste

Giuseppe Zampino

Pediatra e genetista clinico, coordinatore del Centro per le malattie rare e i difetti congeniti, Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs, Roma. Professore associato di Clinica pediatrica, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma

Le malattie rare se considerate singolarmente hanno una prevalenza molto bassa, ma nel complesso sono oltre settemila e interessano circa il 6 per cento della popolazione mondiale. Nella quasi totalità dei casi si tratta di condizioni croniche, che coinvolgono non solo i pazienti ma anche le loro famiglie, costrette a convivere con bisogni assistenziali complessi e mutevoli. Affrontarle richiede un approccio integrato, che combini competenze cliniche, genetiche e sociali, e un progetto di cura personalizzato: ogni paziente è unico, e le scelte terapeutiche devono considerare sia la biologia sia il contesto di vita.

Il nodo della diagnosi. Circa l’80 per cento delle malattie rare ha un’origine genetica e il 70 per cento si manifesta in età pediatrica, rappresentando una delle principali cause di morbilità e mortalità infantile. Una diagnosi eziologica alla base di una malattia rara in età pediatrica assume un’importanza centrale, perché consente, nella gran parte dei casi, di fornire informazioni dettagliate sul decorso della malattia, su eventuali opzioni terapeutiche disponibili, di avviare trattamenti o interventi riabilitativi più appropriati e specifici, di anticipare i problemi di salute prevedibili, che potrebbero manifestarsi successivamente nella vita, di definire il rischio riproduttivo in vista di future gravidanze e di potersi confrontare con altre famiglie che condividono la stessa condizione ed esperienza. Tuttavia, i sintomi spesso sfumati e sovrapponibili rendono queste malattie difficili da riconoscere e trattare. Il tempo medio per arrivare a una diagnosi supera i quattro anni, e almeno il 6 per cento dei pazienti resta senza una diagnosi precisa, percentuale che può salire fino al 50 per cento nei casi di disabilità intellettiva o sindromi malformative.

Negli ultimi vent’anni, i progressi compiuti nell’ambito della genomica hanno rivoluzionato la pratica clinica pediatrica, rendendo disponibili test genetici sempre più sensibili e specifici. In particolare, il next generation sequencing ha migliorato i tempi per la diagnosi e il sequenziamento dell’esoma è divenuto strategia di prima scelta nel processo diagnostico con un tasso di successo che mediamente è stimato attorno al 50 per cento. La progressiva diffusione del sequenziamento dell’intero genoma come test di prima linea è destinata ad incrementare ulteriormente la proporzione di pazienti che raggiungono una diagnosi.

Dalla storia naturale ai registri. La diagnosi, però, è solo il primo passo: per migliorare la cura e la qualità della vita delle persone con malattia rara è fondamentale conoscere l’evoluzione nel tempo di queste patologie. La cosiddetta “storia naturale” – ovvero il decorso clinico in assenza di trattamenti – è spesso invece poco nota, proprio per la scarsità di casi documentati. Disporre di una quantità sufficiente di dati longitudinali è fondamentale per aiutare i ricercatori a comprendere meglio come queste malattie si sviluppano e il loro progresso nel corso del tempo: la necessità di mettere in comune i dati tra centri esperti europei ha indotto la creazione di reti di riferimento (European network references – Ern). Questi strumenti permettono non solo di delineare l’evoluzione delle singole malattie, ma anche di correlare dati genetici e clinici, valutare l’efficacia dei trattamenti e promuovere una ricerca più mirata. Ogni storia clinica contribuisce così a costruire una conoscenza condivisa, fondamentale per offrire ai pazienti cure sempre più appropriate.

La cronicità caratterizza la maggior parte delle malattie rare, che richiedono un’assistenza continua, integrata e competente.

Una presa in carico personalizzata e integrata. La cronicità caratterizza la maggior parte delle malattie rare, che richiedono un’assistenza continua, integrata e competente. È fondamentale l’individuazione di un centro o un medico di riferimento che coordini specialisti, pediatri, ospedali e servizi territoriali e riabilitativi, anche perché altra caratteristica delle malattie rare è la multisistemicità, ovvero il coinvolgimento di più organi, che impone un approccio multidisciplinare e flessibile. La presa in carico dovrebbe però andare oltre la scelta della terapia più efficace, includendo il supporto emotivo e sociale per il paziente e la famiglia. Tuttavia, spesso il coordinamento manca e grava sulle famiglie, con notevoli implicazioni emotive, organizzative ed economiche. Fondamentale allora il ruolo delle associazioni di pazienti, che offrono supporto e favoriscono la condivisione delle esperienze, aiutando a gestire le disabilità e le conseguenze che influenzano lavoro, relazioni e benessere psicologico di tutta la famiglia. Un momento critico per il paziente è il passaggio dall’età pediatrica a quella adulta: mentre la pediatria ha competenze specifiche per il bambino fragile, nella medicina dell’adulto manca spesso un referente dedicato. In questo vuoto assistenziale, il geriatra, con la sua esperienza nella gestione della fragilità, può rappresentare un modello utile anche per i giovani adulti con malattie rare.

Dal bisogno di cura all’innovazione terapeutica. Solo poco più del 5 per cento delle malattie rare dispone di un trattamento approvato, con ricadute cliniche, umane, etiche e socioeconomiche. Per i pazienti, la fine del lungo percorso verso la diagnosi in molti casi segna l’inizio di un nuovo viaggio, altrettanto incerto, verso terapie spesso inesistenti o inaccessibili. Le difficoltà nello sviluppo di trattamenti derivano sia dalla scarsità di pazienti su cui condurre studi clinici, sia dalla limitata attrattività economica di investire in farmaci destinati a mercati molto ristretti. Per incentivare la ricerca, le agenzie regolatorie come Ema e Fda hanno introdotto misure a sostegno dello sviluppo dei cosiddetti farmaci orfani, offrendo alle aziende vantaggi economici e normativi per compensare il basso ritorno sugli investimenti. La ricerca in ambito terapeutico si muove su più fronti: si va dall’uso off-label di farmaci già approvati per altre patologie più comuni, utili a controllare i sintomi o rallentare la progressione della malattia, al drug repositioning, che permette di riorientare farmaci esistenti in base a nuove conoscenze sul loro meccanismo d’azione. Il vantaggio è poter contare su dati già consolidati in termini di efficacia e sicurezza.

Proprio per la loro complessità, le malattie rare rappresentano un laboratorio straordinario per l’innovazione medica.

Le terapie avanzate puntano a modificare il decorso della patologia, spesso di origine genetica, intervenendo direttamente sul difetto molecolare. Già negli anni Settanta si era affermata l’idea di correggere la base genetica della malattia introducendo una copia funzionante del gene o un gene capace di compensarne il malfunzionamento. L’ingegneria genetica ha reso questa possibilità sempre più concreta: un esempio emblematico è rappresentato dall’atrofia muscolare spinale, per la quale sono oggi disponibili trattamenti in grado di correggere i difetti genetici alla base della malattia. L’utilizzo delle cellule staminali pluripotenti e le tecnologie di genome editing, come Crispr/Cas, stanno aprendo prospettive concrete per affrontare malattie finora non curabili.

Anche se, negli ultimi anni, le scienze “omiche” e la bioinformatica hanno rivoluzionato le nostre conoscenze per queste patologie, offrendo possibilità concrete di trattamento, le sfide da affrontare restano molte: scientifiche, cliniche, regolatorie e anche etiche. Tuttavia, proprio per la loro complessità, le malattie rare rappresentano un laboratorio straordinario per l’innovazione medica. Ogni passo avanti, ogni diagnosi, ogni terapia nuova può cambiare radicalmente la vita di una persona. E, in fondo, di questo si tratta: non di numeri, ma di storie. Rare e profondamente umane.