In Europa si registrano circa 500mila casi di demenza e fino a 700mila di disturbi cognitivi lievi tra persone nate all’estero, di cui circa 50mila in Italia. Si tratta di numeri ancora contenuti, ma verosimilmente sottostimati e destinati a crescere, a causa dell’invecchiamento della popolazione e dell’aumento dei flussi migratori. Il Progetto Immidem, promosso dall’Istituto superiore di sanità, ha posto le basi per un approccio innovativo alla cura dei disturbi cognitivi nelle comunità migranti, puntando su inclusione, formazione del personale e strumenti di valutazione cross-culturale. In queste pagine raccontiamo l’esperienza dell’Ausl di Modena e il ruolo dell’Ospedale Sacco di Milano.
Modena e l’inclusione: ponti verso le comunità migranti
Negli ultimi anni, i Centri per i disturbi cognitivi e le demenze (Cdcd) della provincia di Modena hanno iniziato a registrare un fenomeno nuovo: un numero crescente di persone migranti, spesso con scarsa familiarità con la lingua italiana e con il sistema sanitario italiano, si rivolge ai servizi per disturbi cognitivi e cambiamenti del comportamento. Come garantire anche a loro un accesso equo alla diagnosi e alle cure?
È da questa domanda che nasce l’idea di sviluppare, a livello locale, i temi promossi da Immidem, il primo progetto dedicato a caratterizzare la questione dei disturbi cognitivi nella popolazione migrante in Italia, con l’obiettivo di promuovere un cambiamento concreto nei servizi di diagnosi, cura e riabilitazione della demenza, unendo formazione, mediazione culturale e sensibilizzazione sul territorio.
Formazione, mediazione e incontri sul territorio
Il progetto è partito nel febbraio 2023, con il coinvolgimento dei sette Cdcd provinciali dell’Ausl di Modena e di una rete di mediatori culturali della cooperativa Gulliver. Il primo passo è stato quello di offrire una formazione rivolta al personale sanitario – medici, psicologi, terapisti, infermieri e terapisti occupazionali – sul tema dei disturbi cognitivi nella popolazione migrante e sugli strumenti di screening per disturbi cognitivi cross-culturali, tra cui la scala Rudas, che è entrata nella pratica quotidiana ambulatoriale.
Successivamente, sei mediatori culturali della cooperativa che collabora con l’Azienda sanitaria locale – di lingua araba, albanese, russo-ucraino e punjabi – sono stati formati su tematiche specifiche legate alle valutazioni cognitive e alla rete dei servizi a supporto delle persone con demenza presenti nella provincia di Modena. Questo intervento ha permesso la creazione di un pool di mediatori culturali specializzati, con la finalità ultima di renderli parte integrante dell’équipe multidisciplinare dei Cdcd e potenzialmente attivabili in qualsiasi momento e setting in cui si possa trovare la persona con demenza (per esempio, dimissioni protette da ospedale, pianificazione di interventi specialistici, interventi di terapia occupazionale a domicilio).
Ma il cuore del progetto è stato il territorio, con l’organizzazione di incontri diretti con le comunità di persone migranti. A febbraio 2025, a conclusione di un percorso di conoscenza diretta di alcune comunità – tra cui quella filippina di Modena, araba di Pavullo e sikh di Castelfranco Emilia – è stato possibile organizzare con loro eventi di formazione sul tema della prevenzione dei disturbi cognitivi e offrire screening gratuiti. Gli eventi hanno previsto brevi relazioni frontali, l’allestimento di spazi accoglienti e informali, con giochi di memoria, corner tematici su alimentazione e attività fisica, e test cognitivi aperti a tutti.
L’iniziativa ha permesso di parlare di demenza senza paura: le persone hanno iniziato a fare domande, a raccontare le proprie esperienze e a confrontarsi con noi esperti. Ogni comunità ha certamente risposto in modo diverso alla proposta, e il percorso di conoscenza reciproca tra comunità e servizio sanitario è stato unico per ciascuna di esse.
Con la comunità araba, il dialogo è nato grazie al loro progetto “Moschee Aperte”, che ci ha offerto l’opportunità di presentarci all’Imam e di iniziare con la somministrazione di un questionario per comprendere cosa si sapesse della demenza, quale fosse il loro specifico interesse e in che modalità preferissero ricevere informazioni. Dall’indagine è emerso un grande bisogno di informazione, accompagnato da una forte disponibilità ad ascoltare.
Con la comunità sikh di Castelfranco Emilia, una delle più numerose della Regione, il punto di svolta è stata la figura della mediatrice culturale Kaur Narinder, che ha permesso di superare la diffidenza iniziale. Molte persone non sapevano nemmeno dell’esistenza di un centro specializzato per disturbi cognitivi e, una volta compresa appieno la nostra disponibilità ad ascoltarli, sono nate domande concrete e urgenti.
La comunità filippina è stata coinvolta grazie alla conoscenza diretta di alcuni membri dell’équipe del Centro per i disturbi cognitivi e le demenze con il parroco don Valentino, loro figura di riferimento presso il luogo di culto dove si riuniscono ogni domenica. L’evento è stato molto apprezzato e, al termine, è partita la richiesta di organizzare incontri simili, con l’obiettivo di offrire una formazione specifica ai membri della comunità che attualmente svolgono la professione di assistenti privati a persone con demenza.
Un modello replicabile
Abbiamo scelto una strada pratica per avvicinare i servizi specialistici per le demenze presenti sul nostro territorio alle comunità migranti: ascoltare prima di agire. Il progetto Immidem è una buona pratica che mette al centro il cittadino migrante, promuovendo una sanità territoriale che intercetta attivamente i bisogni e favorisce l’inclusione sanitaria. L’intento per il futuro è mantenere e sviluppare percorsi per migranti sempre più sostenibili, misurabili e replicabili su tutto il territorio italiano.
Valentina Guerzoni e Rossella Tozzi
L’Ospedale Sacco di Milano e la sfida della valutazione cross-culturale
In un mondo sempre più globalizzato, la migrazione internazionale è diventata una realtà diffusa e in costante crescita. Nel 2017, in Italia, si stimava una popolazione di circa 680mila migranti con più di 60 anni, tra i quali si registravano circa 24mila casi di demenza e 35mila di mild cognitive impairment [1,2]. In linea con quanto riportato dalla letteratura, anche presso il Centro per i disturbi cognitivi e le demenze (Cdcd) dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano si è osservato nel tempo un progressivo aumento dei primi accessi da parte di persone migranti: da 6 nel 2014 (pari all’1,8 per cento delle visite totali) a 33 nel 2024 (5,9 per cento).
Variabili socioculturali e acculturazione
Diventa quindi sempre più necessario sviluppare percorsi di diagnosi e cura che siano sensibili alle differenze culturali. In quest’ottica, nel 2020 è stato avviato il progetto Immidem, in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità [3], proprio con la finalità di approfondire come le barriere culturali possano influenzare il processo di diagnosi di decadimento cognitivo e di individuare strategie efficaci per superarle. Da allora, presso il Cdcd dell’Ospedale Sacco, sono stati valutati 151 pazienti migranti, a 49 dei quali – dal 2022 – è stata effettuata una valutazione neuropsicologica di secondo livello.
Attraverso una revisione della letteratura integrata all’esperienza clinica ci siamo focalizzati sulle molteplici variabili che dovrebbero essere tenute in considerazione nel corso della valutazione del profilo cognitivo dei pazienti migranti. La maggior parte dei test neuropsicologici utilizzati nasce in un contesto occidentale e riflette quindi, inevitabilmente, dei valori, delle credenze e delle attitudini di tali culture. È quindi fondamentale indagare quanto il Paese di origine del paziente si differenzi da tale contesto e/o quanto il paziente abbia interiorizzato i valori della società ospitante – un processo noto come “acculturazione”. Vanno inoltre considerate altre variabili rilevanti, come la lingua madre del paziente e il livello di conoscenza dell’italiano, il grado e la qualità dell’istruzione ricevuta, lo stile comunicativo, il background socioeconomico e le ragioni sottostanti il percorso migratorio [4].
Strumenti per superare le barriere culturali
Per affrontare le possibili difficoltà legate a queste variabili, diverse sono le strategie che si possono adottare. Innanzitutto, anche quando il paziente dichiari una buona fluenza in italiano, è importante valutare la possibilità di effettuare la valutazione nella sua lingua madre. Sappiamo infatti che, nelle malattie neurodegenerative, la seconda lingua appresa tende a essere persa più precocemente rispetto alla lingua madre. Inoltre, una competenza sufficiente in italiano per sostenere conversazioni quotidiane non garantisce necessariamente la capacità di completare test di memoria o comprendere istruzioni complesse.
A questo scopo, ci avvaliamo di mediatori culturali: professionisti appartenenti alla stessa cultura del paziente e specificamente formati per facilitare il processo comunicativo. Il loro ruolo non si limita alla semplice traduzione, ma include anche la trasmissione di informazioni culturali fondamentali per pianificare la valutazione e interpretare i risultati in modo più efficace e sensibile [5].
È inoltre necessario adottare un approccio flessibile nell’utilizzo degli strumenti diagnostici, integrando valutazioni qualitative, test adattati e validati per la popolazione di riferimento e test cross-culturali [6]. Questi ultimi costituiscono una nuova generazione di strumenti sviluppati per essere equamente applicabili in molteplici culture. Tra gli esempi più significativi vi sono la Rowland universal dementia assessment scale [7], un test di screening sviluppato con il contributo di esperti provenienti da 22 culture differenti, e la Cross-cultural neuropsychological test battery [8], una batteria composta da 11 test neuropsicologici di secondo livello poco influenzati da variabili culturali.
Purtroppo, tali strumenti sono ancora poco conosciuti nei centri italiani; la loro traduzione e diffusione costituiscono uno degli obiettivi principali del progetto Immidem, che ne pubblica periodicamente le versioni aggiornate sul sito web (https://immidem.it/).
La valutazione neuropsicologica cross-culturale nell’ambito delle demenze costituisce quindi un ambito di ricerca e pratica clinica relativamente recente. Considerata la sua crescente importanza, nei prossimi anni richiederà un impegno congiunto da parte dei professionisti sanitari, volto a garantire una presa in carico del paziente sempre più attenta e sensibile alle differenze culturali.
Giorgia Maestri
Bibliografia
[1] Canevelli M, Lacorte E, Cova I, et al. Estimating dementia cases amongst migrants living in Europe. Eur J Neurol 2019;26:119199.
[2] Canevelli M, Zaccaria V, Lacorte E, et al. Mild cognitive impairment in the migrant population living in Europe: an epidemiological estimation of the phenomenon. J Alzheimers Dis 2020;73:715-21.
[3] Canevelli M, Lacorte E, Cova I, et al. Dementia among migrants and ethnic minorities in Italy: rationale and study protocol of the Immidem project. BMJ Open 2020;10:e032765.
[4] Fujii DEM. Developing a cultural context for conducting a neuropsychological evaluation with a culturally diverse client: the Ecletic framework. Clin Neuropsychol 2018;32:1356-92.
[5] Nielsen TR, Franzen S, Watermeyer T, et al. Interpreter-mediated neuropsychological assessment: clinical considerations and recommendations from the European consortium on cross-cultural neuropsychology (Eccron). Clin Neuropsychol 2024;38:1775-805.
[6] Fernández AL, Abe J, et al. Bias in cross-cultural neuropsychological testing: problems and possible solutions. Cult Brain 2018;6:1-35.
[7] Storey JE, Rowland JTJ, Conforti DA, et al. The Rowland Universal Dementia Assessment Scale (RUDAS): a multicultural cognitive assessment scale. Int Psychogeriatr 2004;16:13-31.
[8] Nielsen TR, Segers K, Vanderaspoilden V, et al. Performance of middle-aged and elderly European minority and majority populations on a cross-cultural neuropsychological test battery (Cntb). Clin Neuropsychol 2018;32:1411-30.

