Ambulatori popolari

La comunità c’è, la casa per ora no

Andrea Capocci

Fisico, insegnante e giornalista

Secondo l’ultimo rapporto Istat sullo stato dell’Italia, nel 2024 una persona su dieci ha rinunciato a curarsi. I motivi sono noti: le liste d’attesa e i costi della sanità che in maniera crescente ricadono sulle tasche private. Queste però sono le cause immediate dichiarate dagli stessi cittadini. A monte di queste ce ne sono altre, più profonde e meno visibili. Ad esempio, la lunghezza delle liste d’attesa e i costi elevati della medicina non si spiegano solo con la mancanza di personale e strumentazione diagnostica: molti esami effettuati sono inutili e ingolfano gli ambulatori. “Oggi, fino al 40 per cento degli esami di diagnostica per immagini, dalle tac alle risonanze magnetiche, è inappropriato” ha spiegato recentemente Nicoletta Gandolfo, presidente della Società italiana di radiologia medica e interventistica. A sua volta, all’origine dell’inappropriatezza c’è il cattivo rapporto tra cittadinanza e salute. Gli esami inappropriati vengono prescritti soprattutto su pressione di cittadini spaventati o per evitare futuri problemi giudiziari. E questa precarietà sanitaria è figlia, in ultima analisi, della disorganizzazione della sanità territoriale, non più in grado di accompagnare i cittadini più fragili nei percorsi di prevenzione e cura con il dialogo che sarebbe necessario. Troppo spesso questa catena finisce per riversare sugli ospedali una domanda di prestazioni che si potrebbero svolgere altrove o che potrebbero essere evitate del tutto.

La crisi della sanità territoriale è aggravata dai nuovi bisogni di salute insorti nella società italiana che spesso rimangono insoddisfatti.

La crisi della sanità territoriale è aggravata dai nuovi bisogni di salute insorti nella società italiana che spesso rimangono insoddisfatti. Da un lato, l’invecchiamento della popolazione comporta un aumento del peso delle patologie croniche. Dall’altro, emergono nuove fragilità sociali – in particolare la crescita della popolazione migrante in Italia con difficoltà linguistico-culturali e di reddito – che pongono una nuova questione per l’accesso e l’universalità delle cure, di cui il Servizio sanitario nazionale (Ssn) si è vantato sin dalla fondazione nel 1978. Secondo le stime della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg), quattro milioni di italiani non hanno un medico di base.

Chi cura dove lo Stato manca

Finora un abbozzo di risposta a queste nuove domande di salute è arrivato dai canali non istituzionali. Negli ultimi quindici anni in Italia si è diffusa una rete di sportelli e ambulatori popolari di diversa matrice che offrono un servizio sanitario territoriale di ultima istanza e che facilitano l’accesso al Ssn per quei gruppi sociali troppo spesso invisibili alle asl e ai distretti.

L’idea non è sostituirsi al Servizio sanitario nazionale, ma far entrare le persone nel sistema per proseguire i follow up.

Da nord a sud queste strutture rispondono alle sfide che il Ssn non riesce più a sostenere affidandosi al volontariato. In una certa parte si tratta di un’attività sussidiaria a quella istituzionale: organizzazioni religiose e ong laiche come Caritas, Misericordie, Comunità di S. Egidio, Emergency offrono sanità gratuita in molte città a migranti irregolari, persone senza fissa dimora e altre categorie vulnerabili. A Milano l’ambulatorio popolare Naga – attivo dal 1987 e una delle esperienze più longeve in Italia – riceve ogni anno circa duemila nuovi pazienti stranieri ed effettua circa diecimila visite. Attraverso i suoi report si può avere un identikit di chi si rivolge a queste strutture. Per un terzo, si tratta di persone che vivono in Italia da oltre 4 anni e che nonostante questo non sono state ancora intercettate dal Ssn. Per un quinto sono persone senza fissa dimora e per oltre la metà sono disoccupate. “I dati – si legge nell’ultimo rapporto – indicano chiaramente che i migranti non portano malattie esotiche: quando si ammalano, si ammalano per le condizioni di povertà in cui vivono, lavorano ed invecchiano”.

Molti ambulatori e sportelli popolari, tuttavia, non accettano questo ruolo suppletivo. Più che a sostituirsi alla sanità pubblica, puntano a facilitarne l’accesso a persone che ne sono escluse. Si tratta solitamente di esperienze di attivismo anche politico che, attraverso l’interazione con il territorio, conducono una battaglia per restituire centralità al Ssn.

Ambulatori popolari di questo tipo sono sorti soprattutto nelle periferie urbane di grandi città come Napoli, Roma o la stessa Milano. Nel capoluogo campano, per esempio, è nato un ambulatorio popolare nell’ex-ospedale psichiatrico giudiziario occupato nel quartiere di Materdei. Svolge attività ambulatoriali di base, con medici di medicina generale, un servizio di ecografia e negli anni ha ospitato persino una farmacia popolare basata su mutualismo e condivisione. Ma l’obiettivo è far fare al Ssn quello che oggi non fa: prevenzione e universalità del servizio. “La nostra idea – ha spiegato una delle fondatrici in un’intervista di un anno fa a il manifesto – non è sostituirsi al Ssn ma far entrare le persone nel sistema per proseguire i follow up. Quando facciamo le giornate di prevenzione c’è il pienone. Manca la medicina territoriale, i consultori sono pochi, meno di quanti ne preveda la legge”.

È simile l’approccio degli sportelli sanitari militanti nella Capitale. Molti hanno iniziato le loro attività dopo la pandemia, quando i limiti della sanità territoriale sono diventati visibili a tutti e nei quartieri più disagiati i cittadini hanno dovuto fare da soli.

Nel quartiere di Rebibbia è nato un comitato di quartiere che ha chiesto e ottenuto la riapertura di Villa Tiburtina, un ex-poliambulatorio pubblico chiuso da anni. La struttura è stata inserita tra le nuove case della comunità da realizzare con il Pnrr. Ma oltre alla battaglia per restituire alla cittadinanza un bene sanitario pubblico, il comitato ha attivato uno sportello che aiuta le persone a orientarsi nel labirintico Ssn. Per esempio, lo sportello aiuta a ottenere visite nel servizio pubblico nei tempi previsti, sfruttando alcune norme poco conosciute che obbligano la Asl ad agire contro le liste d’attesa. “Quando un appuntamento non rispetta la priorità stabilita dal medico – spiega uno degli attivisti – mandiamo una mail alla Asl facendo riferimento alla legge 124 del 1998, che prevede che in questi casi si effettui una visita in intramoenia a spese della sanità pubblica”. In vista della riapertura di Villa Tiburtina, il comitato ha elaborato un piano sanitario di zona fondato sul “microdistretto” di Rebibbia – circa trentamila abitanti – sulla base dei bisogni registrati attraverso lo sportello. È in corso un dialogo con la locale Asl Roma 2 (una delle più grandi d’Italia con 1,3 milioni di assistiti) per integrarlo nelle future attività della casa di comunità.

Un ambulatorio, una borgata, un piano

Sempre nella zona orientale di Roma, nella borgata del Quarticciolo è nato l’Ambulatorio popolare Roma Est. Anche in questo caso l’assistenza si accompagna a una battaglia per la difesa della sanità pubblica e per la sperimentazione di pratiche innovative. Oltre al consueto lavoro di advocacy e di diagnostica di base, l’ambulatorio organizza giornate dedicate alla prevenzione in un territorio piuttosto sguarnito di strutture sanitarie. “In queste occasioni registriamo un 30 per cento di prime diagnosi”, raccontano gli attivisti del Quarticciolo. Poi c’è lo sportello dedicato alla nutrizione, un servizio che solitamente è appaltato ai privati a prezzi che proprio chi ne ha più bisogno non si può permettere.

Ma l’ambulatorio è solo il nodo di una rete più ampia. Il Quarticciolo è un’area problematica della periferia romana per lungo tempo trascurata dalle istituzioni. Negli ultimi mesi ha guadagnato il dubbio onore della cronaca grazie all’inclusione nella ristretta lista di territori in cui verrà applicato il decreto “Emergenze”: sull’esempio del disastrato sobborgo napoletano di Caivano, anche al Quarticciolo lo Stato intende riportare l’ordine, con idee molto chiare sul piano della repressione e assai meno su quello dello sviluppo sociale. Il timore è che il decreto confligga con il progetto sviluppato già nel 2022 da una rete di comitati, associazioni e realtà locali come il teatro-biblioteca e la parrocchia. Il piano si intitola “Abbiamo un piano. Mappatura dal basso e rivendicazioni di una borgata”; è stato anche presentato in Parlamento e riguarda i vari aspetti del disagio del quartiere: casa, lavoro, disagio giovanile e, ovviamente, salute. Al centro delle rivendicazioni la lotta per mantenere un consultorio nel quartiere che “rischia la chiusura – si legge nel piano – in quanto le utenti non si rivolgono alla sede più vicina a loro perché non offre un servizio quotidiano ma saltuario”. Se invece di appoggiare queste richieste lo Stato si presenterà con il modello Caivano, la proposta di un rilancio del quartiere rischia di morire sul nascere. “I percorsi intrapresi da due anni a questa parte potrebbero subire dei rallentamenti o prendere completamente un’altra direzione”, spiegano gli attivisti.

“Vorremmo che degli ambulatori popolari non ci fosse più bisogno” è un’opinione condivisa da tutte le realtà.

Al posto del Pnrr che non c’è

“Vorremmo che degli ambulatori popolari non ci fosse più bisogno” è un’opinione condivisa da tutte le realtà. Il Pnrr in effetti offriva le risorse per riformare la sanità territoriale e metterla in grado di affrontare le nuove emergenze. I fondi europei per affrontare il post-pandemia nella proposta originale dovevano realizzare una casa di comunità ogni dodicimila abitanti, strutture con servizi di base aperte 24/7 a cui rivolgersi per le cure primarie, la prevenzione e l’integrazione tra servizi sociali e sanitari. Ma dopo le prime bozze e le successive rimodulazioni le case della comunità previste sono diventate appena un migliaio, cioè una ogni sessantamila abitanti, troppi per garantire un servizio di prossimità.

A un anno dalla conclusione del Pnrr, quelle che funzionano secondo i piani sono appena il 3 per cento, secondo l’ultimo monitoraggio periodico effettuato da Agenas, l’Agenzia nazionale per i sistemi sanitari regionali. È poco credibile che negli ultimi mesi di Piano si realizzi quel 97 per cento che finora non è stato fatto. Oltre ai ritardi nell’esecuzione dei progetti infrastrutturali, pesa la mancanza del personale che faccia funzionare le case della comunità nel modo previsto dalla legge, il dm 77/2022 in cui è dettagliata riforma della sanità territoriale.

Di ambulatori popolari ci sarà ancora molto bisogno.