L’equilibrio tra bianco e nero

Giocare con l’equilibrio tra il nero e il bianco può essere un esercizio per fotografare le cose e vedersele restituire come fossero qualcos’altro

Una conversazione con Roberto Koch

Editore, curatore, fotografo e organizzatore di eventi culturali intorno alla fotografia

By Aprile 2025Maggio 13th, 2025Nessun commento

Cos’è, per un fotografo, il contrasto?

Il contrasto è una caratteristica di un certo tipo di fotografia. Ovviamente, parlo di una fotografia che viaggia verso i margini estremi della composizione vera e propria. Poi, il contrasto ha anche un significato sociale e politico, se parliamo di reportage. Intendo dire una fotografia che, in qualche modo, si propone di essere di ispirazione di una visione diversa. Tant’è che, quando chiamammo Contrasto la nostra struttura, inizialmente eravamo molto dubbiosi, perché non c’era una volontà di rompere le scatole a qualcuno o di identificare ideologicamente una visione a cui dovevano ispirarci. Però, il nome era forte perché funzionava ed era facilmente riproducibile, nel senso che si applicava a un’idea di fotografia, una fotografia che rende visibile, che si presta ad essere discussa. Però, era il periodo in cui la fotografia aveva le proprie regole, determinate dalla tecnica analogica e dalla capacità di poter trasformare nella stampa, che solo successivamente ha potuto utilizzare carta diventata a contrasto variabile.

C’è stato un periodo, infatti, in cui la carta poteva avere delle diverse gradazioni di contrasto, da quella a contrasto 3 o 4 molto più contrastata a quella a contrasto zero che invece permetteva delle sfumature più morbide. La carta a contrasto variabile aveva nello stesso foglio zone che reagivano in maniera più forte al contrasto puntuale e altre zone che erano più morbide. Quindi, il contrasto era certamente una caratteristica molto importante della fotografia. Tutto questo, poi, nella fotografia digitale è diventato una caratteristica precisa del linguaggio di postproduzione, di elaborazione delle immagini.

Un fotografo come Gianni Berengo Gardin ha sempre avuto un rapporto di grande consuetudine e vicinanza con Leica, per cui ha potuto sperimentare delle nuove macchine, compresa una digitale. La sua prima reazione fu: ma stiamo scherzando? In realtà, molti fotografi che l’avevano sperimentata prima cominciavano a dire “lo sfocato della Leica digitale è meraviglioso”, perché è una cosa che non ha niente di paragonabile e al tempo stesso ti arricchisce con una percezione che non si può spiegare: devi solo vederla per capirla. Lui diceva “a me la fotografia digitale non interessa e non la faccio” ma da un rifiuto immediato è passato a fare foto diventate anche importanti nel suo lavoro.

Il contrasto in un’immagine è qualcosa già presente nella realtà o è l’occhio del fotografo o la postproduzione che lo svelano?

Tendenzialmente direi la seconda risposta. Specificamente, se pensiamo a Mario Giacomelli, lui interpretava da visionario una scena che gli si poneva davanti e di cui lui vedeva soltanto dei contorni. Lui, per esempio, della foto famosa del bambino di Scanno – quello che esce dalla chiesa che sembra un fantasma che si aggira quasi levitando in un paesaggio in cui ci sono signore tutte vestite di nero – aveva tre o quattro varianti all’interno delle quali aveva aggiunto a matita delle cose. Perché per lui era la stessa cosa avere il contrasto più forte o aggiungere una croce sulla chiesetta che non c’era perché gli dava un senso di maggiore compiutezza. Oppure penso a Richard Avedon, al quale una resa molto morbida consentiva di esprimere con la stampa un ritratto che era pieno di tenerezza e di sfumature, mentre col contrasto le cose sono molto, molto nette.

Giacomelli ha di continuo dato forma, lavorando su grafica e contrasto, a una visione del paesaggio che non voleva essere descrittiva ma poetica. –  Christian Caujolle [1]

Giacomelli lo otteneva con dei passaggi nella tecnica di stampa per aumentare il contrasto; esponeva il negativo in bianco e nero a contatto con la cosiddetta pellicola fotomeccanica, così da produrre un positivo in bianco e nero per poi ripetere questo processo quattro o cinque volte, così che alla fine restavano solo i neri e i bianchi. Fondamentalmente, era disegno annotato e basta. E per lui era importantissimo poter trasformare queste cose usando appieno la tecnica che gli permetteva di rendere più visibile solo gli aspetti che davano un impatto poetico a quella fotografia. Oggi tutto si decide attraverso la tecnologia digitale e la post-produzione, al punto che qualunque fotografo incaricato di una commissione tende a non mostrarla quando ancora è in fase di lavorazione perché nel lavoro di post-produzione si può fare di tutto. Nel caso di Mimmo Jodice, per esempio, è il mosso che ha determinato la sua interpretazione di un determinato soggetto perché si può ottenere in ripresa ma anche in fase di stampa. Jodice fa moltissime fotografie di paesaggi di mare e a volte muove il foglio di carta nella camera oscura tradizionale, creando questo aspetto di mosso e di dinamismo particolare che in qualche modo rende più vera la fotografia. Anche nel suo caso il vero originale non è il negativo.

Mercoledì delle ceneri. Qui quasi nessuno beve l’acqua: molti credono che sia contaminata e faccia diventare ciechi. Roosevelt e Katherine invece la bevono; Roosevelt è già cieco. –  Matt Black [2]

Oggi, riguardo le immagini, c’è una voracità nel produrre, vedere, consumare, fare che limita poi l’arricchimento che ti può dare un’immagine. D’altro canto, è anche vero che la fotografia come l’avevamo intesa fino all’altro ieri oggi è diventata una cosa diversa. Ci sono stati dei fotografi che tra il 1970 e il 2000 sono stati dei grandissimi maestri. Parliamo di Cartier-Bresson, di Robert Frank, di Joseph Koudelka. Personaggi di grande rilievo che hanno informato il panorama fotografico mondiale in una maniera così ricca che poi sono diventati bestseller sia con i libri sia con le mostre. Oggi non è più tanto chiaro chi lo sia. Una mostra di Elliott Erwitt che sarebbe stata un tempo molto di successo oggi comincia a esserlo un po’ meno e quelli che sono oggi considerati dei nuovi fotografi hanno bisogno di più tempo per lasciare un segno. Penso al lavoro di Matt Black e alla sua fotografia molto espressionistica, molto intensa e coinvolgente, una fotografia straordinariamente importante sul piano dell’interpretazione.

Matt Black è un autore particolarmente significativo. Durante il suo viaggio di documentazione sistematica degli Stati Uniti ha esplorato la Cancer alley, la strada che collega Baton Rouge a New Orleans, lungo la quale, in 85 miglia, ci sono 150 raffinerie e impianti petroliferi. Con il suo reportage, Black è riuscito a mettere in luce i danni alla salute di queste industrie supplendo alla mancanza di un registro tumori. È una conferma della possibilità che lo sguardo di un fotografo possa venire in soccorso anche della documentazione tecnica per contribuire alla conoscenza scientifica.

Il rapporto tra la fotografia e la scienza è un rapporto fondamentale perché tutte le prove fornite da milioni di fotografi in tutto il mondo partono comunque dal prelievo di una parte della realtà attraverso un’inquadratura, una composizione con cui vogliono sottolineare un determinato significato. Certamente, raccontare qualcosa dipende anche dalla determinazione con cui si fa, si rifà, si studia e si cerca di raggiungere un livello ancora superiore con maggiore intensità. Mi viene in mente, per esempio, una cosa che diceva Koudelka: “Il mio modo di lavorare è molto semplice: vado in un posto, devo fare una determinata cosa. Mentre sto lì, la esploro in tutte le modalità. Poi, quando torno, seleziono le foto da fare sulla base di quali sono più riuscite. E quindi, con questa selezione in testa, torno e ne faccio delle altre che non avevo fatto prima o cerco di rifare alcune che avevo già fatto. A volte, quelle che rifaccio sono meglio di quelle che avevo già fatto e a volte no. Alla fine, quando torno in quel posto e non c’è nessuna fotografia migliore di quelle che ho già fatto, penso che il lavoro sia finito”. Insomma, è proprio uno sviscerare fino al midollo le cose per esser sicuro che niente sia sfuggito. E in fondo, se vogliamo, può somigliare anche a un’ossessione, tipica dell’artista.

A cura di Luca De Fiore

Guarda l’intervista completa a Roberto Koch.
[1] Giacomelli M. La figura nera aspetta il bianco. A cura di Alessandra Mauro. Roma: Contrasto, 2009.
[2] Black M. American geography. Roma: Contrasto, 2021.