Riparare l’errore

Una giustizia che costruisce

Fabio De Iaco

Già Presidente Società italiana di medicina d’emergenza urgenza

Secondo la direttiva europea 29/ 2012, recepita anche dalla riforma del processo penale italiano del 2022 (riforma Cartabia), per giustizia riparativa si intende “qualsiasi procedimento che permette alla vittima e all’autore del reato di partecipare attivamente, se vi acconsentono liberamente, alla risoluzione delle questioni risultanti dal reato con l’aiuto di un terzo imparziale”. Rileggete la definizione, sostituendo la parola “reato” con la parola “danno”, e comprenderete perché la giustizia riparativa possa essere candidata alla gestione dei contrasti in sanità.

“Risolvere le questioni derivanti dal danno” significa “ristorare” (restorative justice), ovvero consegnare alla vittima e alla comunità una prospettiva ri-costruttiva, totale o parziale, che supera una logica meramente punitiva. L’esito del processo riparativo può essere la spiegazione partecipata dell’accaduto, l’interruzione di un conflitto altrimenti perdurante, la prevenzione di futuri danni consimili [1].

Il più immediato campo di applicazione della giustizia riparativa in sanità è quello del danno conseguente a errore medico, in cui essa si pone come alternativa alla penalizzazione della colpa, in piena sintonia con la cultura dell’errore: non si può chiedere al responsabile di segnalare il proprio errore e partecipare al processo di rimozione del rischio mentre lo si espone a un processo penalmente punitivo. Invece, la sua partecipazione attiva e volontaria, come previsto dalla giustizia riparativa, diviene essa stessa parte integrante di quell’approccio proattivo all’errore che, da James Reason in poi, dovrebbe essere l’unico previsto in sanità. Questa forma di giustizia, inoltre, coinvolge la vittima del danno nel processo riparativo, offrendole un ruolo attivo e non più quello di ininfluente spettatore, lasciato solo in attesa della definizione di una pena: un valore aggiunto nelle dinamiche di gestione dei conflitti [2].

I meccanismi della giustizia riparativa si rivelano utili anche in situazioni che vanno oltre la dimensione del singolo evento. È accaduto, per esempio, in Nuova Zelanda con le complicanze indotte dal “surgical mesh”, l’applicazione di particolari protesi in chirurgia uro-ginecologica che, a lungo termine, ha causato seri effetti invalidanti su una vasta coorte di pazienti. Il Ministero della salute locale ha realizzato uno specifico progetto di giustizia riparativa ‒ con incontri individuali, circoli di ascolto, raccolta di storie ‒ che ha coinvolto circa 600 vittime e ha portato all’emanazione di nuovi standard e alla revisione delle richieste di risarcimento.

Ragionando sui contrasti in medicina, quel che di nuovo offre la giustizia riparativa è il coinvolgimento attivo, volontario e paritario di entrambi i poli del contrasto (danneggiato e responsabile) ma anche di altri soggetti come istituzioni e comunità. L’intento riparativo (ristorativo, ricostruttivo ‒ è difficile trovare il termine più adatto), ben differente da un esercizio meramente risarcitorio, ha lo scopo di rispondere ad alcune domande: in cosa consiste il danno, chi è stato danneggiato e chi ne è responsabile, ma anche chi ha la responsabilità di riparare il danno ‒ inteso come ferita nelle relazioni sociali e non come semplice violazione di una norma ‒ e, infine, quali percorsi intraprendere per suturare quella ferita [3].

Per questi motivi, negli ultimi anni la giustizia riparativa viene sempre più proposta per un’applicazione in sanità: nei conflitti in ambiente accademico, nei contenziosi da malpractice, nelle aggressioni ai sanitari e nei casi di burn out, così come nelle controversie legate a situazioni di possibile razzismo, gender gap e stigma [4].

Il posto della giustizia riparativa in sanità dovrebbe essere al cuore del movimento per la sicurezza delle cure. Ma anche per l’equità e l’universalità.

L’ampio coinvolgimento di diversi soggetti proietta, inoltre, le potenzialità della giustizia riparativa a un livello più ampio: quello della gestione dei contrasti all’interno di intere comunità. C’è un esempio storico: Nelson Mandela, divenuto presidente del Sudafrica, la utilizzò per contribuire a ricucire il tessuto sociale sudafricano devastato dall’apartheid, in un processo affidato a Desmond Tutu. Gli stessi principi possono essere impiegati per ricollegare le parti separate da lacerazioni anche in altri contesti: inevitabile pensare alle fratture sociali prodotte dalla pandemia, o all’attuale sfaldamento del patto sociale tra cittadini e servizio sanitario pubblico. Com’è stato ben scritto, il posto della giustizia riparativa in sanità dovrebbe essere al cuore del movimento per la sicurezza delle cure [5]. Ma anche per l’equità e l’universalità.

Bibliografia
[1] Bortolato M, Vigna E. Oltre la vendetta: la giustizia riparativa in Italia. Bari: Laterza, 2025
[2] Acmt, Aact, Aaem. Joint statement against criminalization of medical errors 2022 | www.acmt.net/wp-content/uploads/2022/06/PS_220502_Joint-Statement-Against-Criminalization-of-Medical-Errors.pdf
[3] Zehr H. The Little book of restorative justice: revised and updated. Skyhorse Publishing Company, Incorporated; 2015.
[4] Sawin G, Klasson CL, Kaplan S, et al. Scoping review of restorative justice in academics and medicine: a powerful tool for justice equity diversity and inclusion. Health Equity 2023;7:663-75.
[5] Amin D, Bajaj K, Giuntoli A. A need to embrace restorative justice at the heart of the patient safety movement. J Med Toxicol 2022;18:183-4.