Il termine contrasto, come sostantivo, indica ciò che si oppone tra due corpi, creando resistenza al loro avvicinamento. Può anche riferirsi a impedimento, inconciliabilità, contrapposizione e conflitto. Derivando dal verbo contrastare, composto da “contro” e “stare”, implica l’idea di “stare contro”, cioè opporsi, ma anche combattere. In questo senso, il verbo può aiutarci a esprimere la spinta per ripensare le città come luoghi che non solo si oppongono, ma che riescono a convivere con la natura.
CONTRASTI. Le città nascono dai contrasti, che possono essere duri o generativi. C’è un’opposizione fondativa tra città e campagna, tra dentro e fuori, tra privato e pubblico, tra interno ed esterno. La città, così come l’abbiamo ereditata dall’Ottocento, separa e crea contrasti netti tra edifici con funzioni differenti: alla scuola viene attribuita l’educazione, all’ospedale la salute, al parco il tempo libero e la natura, alla piazza la circolazione di persone e veicoli, al museo l’arte e la cultura. Oggi, questa visione di separazione per funzioni è superata, è fuori tempo. Non possiamo più permetterci di dividere rigidamente gli spazi. Prendiamo ad esempio il contrasto fondativo tra città e campagna: la città è storicamente il luogo da cui la natura è stata esclusa, relegata all’esterno perché la natura sta nella campagna, sta nel paesaggio. Ma oggi le città non possono sopravvivere senza reintegrare la natura al loro interno. Città fatte solo di cemento e asfalto non sono più sostenibili di fronte alla crisi climatica e, soprattutto, non sono più spazi accoglienti per la vita delle persone.
L’innovazione urbana contemporanea si gioca sulla capacità di rielaborare questi contrasti, sfumando le distanze e le separazioni rigide tra le funzioni. Gli ospedali e le scuole possono uscire dai propri confini tradizionali, perché la salute non si esaurisce negli ospedali, ma riguarda la qualità della vita, l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo. Questa logica di sconfinamento inteso come superamento dei contrasti e della dialettica diventa cruciale per il nostro tempo.
Le città avrebbero la potenzialità di superare le rigidità che le rendono più dure e inabitabili, ma manca la volontà politica per farlo.
Le città avrebbero la potenzialità di superare le rigidità che le rendono più dure e inabitabili, ma manca la volontà politica per farlo. Conservare le separazioni, quelle linee di demarcazione che definiscono la distanza fra le parti che compongono la città e con essa la società, è più semplice che ripensarle. Pensiamo per esempio alla distinzione tra interno ed esterno: in alcune culture, questa separazione è più sfumata, il passaggio da un interno all’esterno avviene in maniera più aperta più fluida, con cortili aperti e spazi pubblici più porosi. Questo non riguarda solo l’architettura, ma anche il tipo di società che vogliamo costruire: una società basata su opposizioni e confini netti, oppure che promuove attraversamenti e connessioni?
Un altro esempio è la separazione tra pubblico e privato. La crescente privatizzazione degli spazi pubblici riduce le aree destinate alla condivisione e alla comunità, sostituendole con spazi commerciali. I contrasti sono fondanti nella vita urbana, ma oggi è necessario un progetto politico e sociale che li rielabori in chiave più fluida e aperta.
CONTRASTARE. Se la parola “contrasti” assume una connotazione negativa, il verbo “contrastare” ha una forza trasformativa. Oggi dobbiamo contrastare la crisi climatica, una questione strettamente legata a tutto ciò di cui abbiamo parlato finora.
Ancora una volta, la soluzione sta nel superare il contrasto tra città e campagna: la natura deve tornare a essere parte integrante della città.
Oggi le città devono sapersi adattare per poter sopravvivere a loro stesse. Se non vogliamo che diventino luoghi inospitali e insalubri, con fenomeni come l’aumento delle isole di calore, delle alluvioni, delle piogge torrenziali, degli allagamenti e della siccità, è fondamentale agire. Questi sono problemi che ormai vediamo anche negli spazi urbani, come nel caso di Valencia o degli incendi in California. Per poter affrontare la crisi climatica, le città devono adottare progetti di adattamento. La sfida più grande non è resistere al cambiamento climatico, ma trasformarsi per affrontarlo. E questo passa proprio dalla capacità di modificare la “pelle” delle città.
Una città fatta di asfalto e materiali non drenanti è la meno adatta a contrastare la crisi climatica. Serve aumentare la permeabilità del suolo, integrare più alberi e spazi verdi, ripensare i parchi non come aree isolate, ma come elementi diffusi all’interno del tessuto urbano. Ancora una volta, la soluzione sta nel superare il contrasto tra città e campagna: la natura deve tornare a essere parte integrante della città. Le città del futuro non potranno che essere un ibrido tra urbano e naturale, un sistema capace di adattarsi e rispondere ai mutamenti in corso.

