L’abitudine è parte integrante della nostra quotidianità. È interessante anche l’etimologia della parola “abitudine”: deriva dal latino habitus, che significa “abito”, qualcosa che si indossa, una sorta di seconda pelle da cui è difficile separarsi. Dove si forma a livello cerebrale?
Il cervello, pur essendo un organo molto dispendioso dal punto di vista energetico, è fondamentale per la nostra sopravvivenza grazie alla sua capacità di prevedere ciò che accadrà. Questa capacità è essenziale non solo per regolare i movimenti, ma anche per interagire con il mondo in modo efficace. Le abitudini nascono proprio da questa necessità di risparmiare risorse cognitive: una volta trovata una strategia efficace, tendiamo a ripeterla. Dal punto di vista neuroscientifico, le abitudini coinvolgono i nuclei della base (o corpo striato), antiche strutture cerebrali situate in profondità, in stretta connessione con i lobi frontali. Questo dialogo tra striato e corteccia frontale è cruciale sia per consolidare le abitudini sia per modificarle quando necessario. Quando queste aree subiscono lesioni, come nei pazienti con danni ai lobi frontali, può verificarsi il fenomeno della “perseverazione”: la ripetizione di comportamenti non più adeguati alla situazione. In sintesi, il cervello ci permette di sviluppare abitudini per ottimizzare le risorse, ma anche di essere flessibili per adattarci a contesti nuovi.
Cambiare un’abitudine radicata è complesso, nonostante apprendiamo nuove informazioni che potrebbero renderci più efficienti. Perché è così difficile?
Perché richiede rompere uno schema consolidato, un circuito ben collaudato, per abbracciare l’ignoto. Questo processo necessita di energia cognitiva, legata al lavoro della corteccia frontale. Quando siamo stanchi, ubriachi o addormentati, la corteccia frontale è meno attiva, rendendo più difficile contrastare le abitudini. Ad esempio, durante il sonno rem, anche se il cervello è molto attivo e viviamo esperienze vivide nei sogni, la corteccia frontale è meno coinvolta, motivo per cui accettiamo situazioni assurde che nella veglia ci sembrerebbero inaccettabili. Un processo cognitivo che aiuta a rompere uno schema ormai radicato che limita il nostro potenziale è l’immaginazione mentale che ci consente di simulare sensazioni e azioni senza viverle direttamente. Per esempio possiamo immaginare di vedere un’opera d’arte come la Gioconda o simulare un movimento senza compierlo fisicamente. Questo processo attiva regioni cerebrali in parte sovrapponibili a quelle che utilizziamo rispettivamente per la percezione visiva o il movimento reale. L’immaginazione mentale ci permette di astrarci dalla realtà immediata, grazie all’attivazione di regioni cerebrali “di alto livello”, come le reti fronto-parietali. Studi dimostrano che in pazienti con lesioni della corteccia visiva primaria nel lobo occipitale l’immaginazione rimane intatta, perché coinvolge aree visive di più alto livello nel lobo temporale del cervello. Questa capacità di staccarsi dalla realtà esterna è ciò che ci dà flessibilità per uscire da schemi abitudinari e di astrarci dall’immediato. Questo ci permette di riuscire a fare cose che altrimenti non saremmo capaci di fare. Ad esempio, nelle pratiche sportive come lo sci gli atleti visualizzano mentalmente la discesa prima di affrontarla, anticipando le difficoltà e potendo così rispondere ad esse nel momento in cui si presentassero con delle soluzioni più creative.
Dal punto di vista evolutivo, qual è il vantaggio di queste capacità rispetto ad altri organismi?
Un esempio interessante è il giro fusiforme, una regione in basso nel cervello (corteccia occipito-temporale) che negli esseri umani è molto sviluppata rispetto agli altri animali. Questa struttura, coinvolta nella lettura e nel riconoscimento dei volti e dei colori, è anche cruciale per immaginare ciò che non è presente nella realtà. Nel corso dell’evoluzione è cresciuta in dimensioni nell’uomo, a dimostrazione del bisogno di maggiore superficie corticale per elaborare informazioni complesse e immaginarie, non solo per percepire ciò che ci circonda ma anche per immaginare nuove possibilità.
Nella modifica delle abitudini, soprattutto in contesti come la prevenzione sanitaria, è più efficace una ricompensa o una motivazione?
La motivazione intrinseca è decisamente più efficace della ricompensa immediata. La ricompensa riguarda un futuro prossimo, ma spesso non basta a modificare un’abitudine in modo profondo. La motivazione, invece, specie se legata a un obiettivo progettuale e al senso del perché cambiare, risulta più potente sia dal punto di vista psicologico sia da quello neurobiologico. Questo è particolarmente vero per abitudini complesse, come scelte alimentari o stili di vita.
Perché il cervello degli anziani è più abitudinario rispetto a quello dei giovani?
Con l’età, i circuiti cerebrali, in particolare quelli che coinvolgono la corteccia frontale, diventano meno efficienti. Questo è dovuto a una riduzione delle connessioni neuronali, soprattutto quelle di lunga portata che collegano la corteccia frontale con altre aree come la corteccia parietale. Di conseguenza, la flessibilità cognitiva diminuisce, rendendo più difficile affrontare novità o cambiamenti ambientali. Ad esempio, un anziano si trova a suo agio e si muove bene nel suo ambiente domestico abituale, ma in un contesto nuovo, come un ricovero ospedaliero, può disorientarsi e manifestare temporaneamente sintomi di demenza. Questo riflette la difficoltà, legata all’invecchiamento, di adattarsi a situazioni nuove, confermando il ruolo cruciale delle abitudini nella loro vita quotidiana.
Anche i sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono abitudinari oppure sono inclini al cambiamento?
Uso modelli di large language model, come chatGPT, per migliorare la forma (non il contenuto!) dei miei articoli scientifici, e sono estremamente efficaci. Tuttavia, funzionano completando testi in modo abitudinario, basandosi su miliardi di dati esistenti. È come se mancassero di una corteccia frontale: non sono in grado di inibire risposte prevedibili per produrne di inaspettate o creative. Ad esempio, in un test delle funzioni frontali, si chiede al paziente di completare una frase con una parola insolita: nella frase “sono andato alla posta per spedire una…” può aggiungere una qualsiasi parola inappropriata (“casa”, “ferrovia”, “amministrazione”) tranne che “lettera”, che è la risposta sbagliata spesso fornita dai pazienti frontali. Inibire la risposta automatica e scegliere un’alternativa richiede uno sforzo cognitivo che coinvolge la corteccia frontale. Gli attuali large language model completano invece sempre in modo abitudinario, proprio come un paziente frontale.
A cura di Laura Tonon
Paolo Bartolomeo
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Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2024

