Strategie sanitarie per il futuro

L’impegno della Asl Roma 1 nella sostenibilità e innovazione

Intervista a Giuseppe Quintavalle

Commissario straordinario Asl Roma 1

By Novembre 2024Novembre 12th, 2024Nessun commento

L’emergenza climatica, così come altre sfide del mondo di oggi tra cui l’antibiotico resistenza, ci impongono un cambio di passo. Cosa può fare a livello locale un’azienda sanitaria?

La prima cosa che stiamo facendo, come Asl Roma 1, è sensibilizzare l’opinione pubblica sull’emergenza climatica. Non si tratta solo di affrontare un problema ambientale, ma di mettere in atto nuove strategie per contrastare il surriscaldamento e gestire le piogge sempre più violente. La tropicalizzazione del nostro clima non è più solo una notizia che apprendiamo dai media, ma una realtà tangibile che ha un impatto diretto sulla salute, provocando un aumento delle malattie legate allo stress e favorendo l’insorgere di forme di depressione. Attraverso il Dipartimento di prevenzione, abbiamo quindi cercato di unire la prevenzione primaria con l’azione di tutti gli attori coinvolti, adottando un approccio One health.

Sapevamo già anni fa che il cambiamento climatico ci avrebbe portato a questo punto critico e, nonostante fosse possibile agire per prevenirlo, a livello globale si è fatto troppo poco. Il risultato è il rapido scioglimento dei ghiacciai, la desertificazione progressiva e gli incendi boschivi, che non danneggiano solo gli alberi o l’aria che respiriamo, ma distruggono interi ecosistemi. In questo contesto siamo chiamati a vigilare costantemente, nell’interesse non solo dell’ambiente e del bene pubblico, ma di tutti noi.

Prevenzione delle malattie trasmissibili, contrasto all’antibiotico resistenza, sorveglianza epidemiologica, ma anche educazione della cittadinanza: quali sono gli aspetti su cui la Asl Roma 1 sta lavorando maggiormente?

Qualche anno fa ci siamo trovati tutti in prima linea contro una pandemia che ha cambiato la vita di milioni di persone in Italia e nel mondo. Questo evento ha trasformato le nostre abitudini e messo in luce che, dopo il covid-19, potrebbero emergere altre epidemie che potrebbero influenzare o stravolgere il nostro quotidiano. Nel corso della crisi sanitaria globale, abbiamo organizzato massicce campagne di vaccinazione agendo in risposta alle emergenze. Ora però possiamo adottare strategie di prevenzione più mirate, per evitare che future epidemie impattino sulla salute pubblica in modo così rapido.

Quando parliamo di malattie trasmissibili, la prevenzione primaria è fondamentale. Dobbiamo agire tempestivamente in base alla natura del microrganismo o del virus, isolando ceppi e implementando cure adeguate. Ma è altrettanto importante adottare azioni proattive e promuovere l’educazione alla salute, iniziando dalle scuole e coinvolgendo pediatri di libera scelta e medici di medicina generale. In Asl Roma 1, stiamo lavorando su un progetto per contrastare l’antibiotico resistenza, che rappresenta una sfida attuale e futura per la nostra popolazione.

Per anni, infatti, l’uso eccessivo diretto e indiretto di antibiotici – in adolescenza e, in molti casi, anche in età infantile – ha aggravato questo fenomeno. Inoltre, l’uso di antibiotici negli allevamenti e nei fertilizzanti, insieme ad altre sostanze chimiche, ha un impatto negativo diretto sul sistema immunitario umano.

La sfida è quindi quella di educare i cittadini a non utilizzare gli antibiotici quando non sono necessari, soprattutto contro le malattie virali. È essenziale inserire nei piani di prevenzione un capitolo specifico sull’antibiotico resistenza, che abbia una forte componente informativa e formativa rivolta ai cittadini, ai medici e alle scuole. Dobbiamo iniziare dai bambini, fornendo loro le conoscenze necessarie per diventare adulti consapevoli. Questa formazione, ovviamente, non riguarda solo la prevenzione delle malattie o l’antibiotico resistenza, ma anche questioni sociali più ampie come i femminicidi e le violenze di genere. Investire nell’educazione dei giovani è cruciale non solo per proteggere la salute della nostra comunità, ma anche per costruire una società migliore.

A proposito di educazione alla cittadinanza, secondo un recente sondaggio otto italiani su dieci non hanno mai sentito parlare di One health. Come può lavorare la Asl?

La Asl ha recentemente abbracciato il concetto di One health, grazie anche all’interesse della professoressa Rossana Berardi. Abbiamo lanciato un’iniziativa itinerante in Italia, utilizzando i camper per raggiungere la popolazione e informarla su One health, un approccio che riconosce l’insieme delle interazioni tra salute umana, animale e ambientale che influenzano l’uomo contemporaneo, e che mira a sviluppare strategie cruciali che includono anche la lotta all’inquinamento. Il problema dell’inquinamento globale è complesso: quando alcuni Paesi non rispettano gli accordi internazionali, le conseguenze si riflettono su tutti. Malattie trasmesse da altri Paesi possono diffondersi facilmente, come abbiamo visto in passato. È importante che finalmente si inizi a parlare di questi temi, perché anche la medicina e la genetica di precisione devono adottare un approccio sistemico piuttosto che organico. Se vogliamo migliorare lo stato immunitario della popolazione, dobbiamo puntare su strategie mirate come i vaccini. Il vaccino contro l’herpes zoster per gli anziani e il papilloma virus per i giovani, ad esempio, sono strumenti importantissimi. Tutte queste strategie sono essenziali per migliorare la salute pubblica nell’ambito del concetto di One health.

Perché sia efficace, però, un approccio One health deve essere adottato a livello globale. Come si concilia questo aspetto in un Paese come l’Italia in cui la sanità è governata a livello regionale? Come fare in modo che ci sia una collaborazione a diversi livelli?

Anche se le competenze specifiche sono suddivise tra le diverse Regioni, abbiamo creato un gruppo di lavoro con la Regione Marche e la professoressa Berardi per stabilire un parallelismo tra il concetto di One health e il miglioramento della salute. Le Regioni, pur nella loro autonomia, possono contribuire in vari modi. È vero che il servizio sanitario italiano può apparire disomogeneo, ma garantisce equità nei trattamenti e offre servizi gratuiti, distinguendosi da altri Paesi.

Il livello centrale, rappresentato dal Ministero della salute, dall’Istituto superiore di sanità e da Agenas, svolge un ruolo cruciale. Questi enti lavorano alla definizione dei piani nazionali di prevenzione, che ora includono anche l’approccio One health. Questi piani vengono poi trasmessi ai tavoli regionali e adottati a livello locale: nella Regione Lazio, ad esempio, il direttore dell’area regionale si sta concentrando su One health attraverso i nuovi atti aziendali e le linee guida, prestando attenzione ai dipartimenti di prevenzione e al lavoro di formazione necessario.

Iniziare la formazione sin dalla tenera età può portare a risultati migliori, poiché l’educazione al rispetto della natura e dei parametri igienico-sanitari contribuisce a un miglioramento complessivo sul lungo termine. Il lavoro è vasto ma sono ottimista: vedo il bicchiere sempre mezzo pieno. Dobbiamo lavorare per migliorare la qualità della vita, specialmente considerando l’incremento della popolazione over 80. È fondamentale lavorare su un invecchiamento sano e attivo, non solo sull’allungamento degli anni di vita.

Quanto possono essere utili il digitale e l’intelligenza artificiale?

L’intelligenza artificiale (Ia) ha un potenziale straordinario, ma deve essere integrata con l’intelligenza umana. L’Ia può facilitare diagnosi e trattamenti, accelerare i processi e migliorare l’efficienza, ma non può sostituire il giudizio umano. È fondamentale avere parametri rigorosi e norme stringenti, e una carta etica per l’Ia è essenziale per garantirne un uso sicuro e responsabile. La telemedicina, invece, è una risorsa preziosa che però utilizziamo ancora poco. Sebbene ci siano stati progressi – come il Piano nazionale di ripresa e resilienza e le iniziative di Agenas – ci sono ancora diverse sfide da affrontare, come l’interconnessione tra i sistemi digitali e la protezione della privacy. È inoltre importante implementare norme stringenti sulla cyber security.

La telemedicina può migliorare l’accesso alle cure, come dimostra l’aumento del 23 per cento degli accessi per malattie rare grazie al teleconsulto. Tuttavia, siamo ancora lontani dall’integrare completamente questi strumenti nella pratica medica quotidiana. La telemedicina può ridurre visite inappropriate e semplificare il trattamento di condizioni come il diabete o l’uso di anticoagulanti, ma la visita diretta rimane essenziale. Il medico quindi deve scegliere come e quando utilizzare la telemedicina, integrandola con le visite in presenza per garantire un’assistenza completa e personalizzata.

A cura di Giada Savini