“Prevenire è meglio che curare” è ormai un concetto ampiamente accettato, ma quanto siamo effettivamente sulla strada giusta? Quali passi concreti dobbiamo ancora fare per garantire maggiori investimenti e risorse nella prevenzione sanitaria?
La sfida della prevenzione è cruciale per garantire la sostenibilità della sanità pubblica. In Italia, l’attenzione alla prevenzione e alla promozione della salute rappresenta un elemento cardine del Servizio sanitario nazionale (Ssn) sin dalla sua istituzione nel 1978. Il mandato istituzionale della prevenzione è stato recentemente rafforzato e in dettaglio declinato nel Dpcm del 2017 “Definizione e aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza” che ha posto una maggiore attenzione alle attività di prevenzione rivolte alle collettività e ai singoli. L’altro grande input è venuto dai piani nazionali della prevenzione che ormai hanno raggiunto un’esperienza quasi ventennale: dal primo del 2007 all’attuale 2020-2025 sono notevolmente cresciuti. La sfida oggi è riuscire ad assicurare che tutte le attività preventive siano supportate da un adeguato impegno. È poi necessario allargare lo sguardo oltre l’ambito sanitario, coinvolgendo la società civile, le agenzie informative, la scuola, il terzo settore. Serve, dunque, uno sforzo collettivo di reclutamento e sensibilizzazione che coinvolga tutti gli attori della prevenzione. In quest’ottica i dipartimenti di prevenzione devono assumere e svolgere un ruolo di leadership culturale.
Oggi il concetto di prevenzione va di pari passo con quello di One health. Quali sono le sfide principali che ci attendono?
Il concetto di One health ha radici lontane: la stessa legge 833/78 che istituì il Ssn si ispirava a principi di integrazione e di approccio globale ai problemi di salute. Oggi, la pandemia di covid-19 e il cambiamento climatico hanno riportato in primo piano l’importanza di un approccio unificato alla salute. Il cambiamento climatico è una delle emergenze planetarie attuali, che sta cambiando il modo di vedere, affrontare e contrastare le malattie infettive. In un mondo sempre più connesso, un problema sanitario che sorge in un Paese o continente può rapidamente diventare un problema di tutti. A questo proposito, trovo particolarmente significativa una frase di Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità: “La nostra forza è la forza del più debole”.
Sono diversi gli aspetti su cui è necessario informare la cittadinanza, utilizzando una comunicazione sobria e matura. Innanzitutto, la vaccinazione: l’esitazione vaccinale è un problema grave e rilevante, e non devono esserci incertezze o ambiguità nella posizione sui vaccini a tutti i livelli, poiché rappresentano il più potente strumento di sanità pubblica. Un altro tema cruciale è l’ambiente. L’emergenza attuale, che impegna tutti i dipartimenti di prevenzione, è quella delle arbovirosi. Qualche anno fa abbiamo forse sottovalutato il fenomeno dell’introduzione in Italia di nuove specie di vettori, come la massiccia diffusione della zanzara tigre, e oggi ci troviamo a fronteggiare patologie emergenti o riemergenti, con ripetuti episodi di trasmissione autoctona di dengue e chikungunya. Le arbovirosi costituiscono un rilevante problema di sanità pubblica a livello planetario: basti pensare a malattie come dengue, chikungunya, zika e, soprattutto, la malaria che causa centinaia di migliaia di decessi tra i bambini nel mondo e di cui, pertanto, non possiamo non occuparci. Un altro problema in costante crescita è l’antibiotico resistenza. Questi esempi ci fanno capire quanto sia fondamentale prestare attenzione agli ecosistemi, alla veterinaria e agli allevamenti, non solo a livello planetario, ma anche per le ricadute che possono avere a livello locale.
Anche il tema dell’alimentazione è strettamente legato non solo alla salute umana, ma anche a quella animale e ambientale. Quali azioni state intraprendendo per promuovere un approccio alimentare che integri il benessere di tutti questi aspetti?
Bisogna affrontare il tema dell’alimentazione su scala globale: metà del mondo soffre di problemi legati all’eccesso di alimentazione, mentre l’altra metà soffre di carenze alimentari. È un paradosso drammatico, ma evidente, che deve spingerci a intervenire su più fronti. Non basta agire solo sul piano della comunicazione, anche perché gli avversari sono agguerriti e dispongono di risorse significative. È necessario creare ambienti di vita – sociali, economici e culturali – che incentivino comportamenti virtuosi e scelte consapevoli. Anche in questo ambito, i dipartimenti di prevenzione non possono agire da soli: se da una parte abbiamo il dovere di fare advocacy e segnalare il problema, dall’altra è necessario intervenire a livello politico, educativo e informativo.
In tema di educazione alla salute, quale ruolo possono giocare le scuole? I dipartimenti di prevenzione delle asl dovrebbero promuovere progetti formativi mirati già dall’infanzia?
La scuola dovrebbe prestare sempre più attenzione ai temi della salute. È fondamentale crescere bambini e bambine capaci di fare scelte di vita consapevoli e adeguate, e questo è compito della scuola. Noi possiamo supportarla nella selezione dei migliori messaggi da trasmettere. Il Piano nazionale della prevenzione collabora da alcuni anni con le scuole attraverso un progetto di educazione tra pari su tematiche come le tossicodipendenze e il fumo di tabacco, che andrebbe esteso anche all’alimentazione e all’attività fisica.
Perché un approccio One health sia efficace deve essere adottato a livello globale e affrontato da un punto di vista multidisciplinare. Come può contribuire un’azienda sanitaria locale?
L’azienda sanitaria locale rappresenta un nodo cruciale: deve garantire che le attività siano distribuite uniformemente ed equamente a tutta la popolazione. Un esempio lampante è la vaccinazione: a prescindere da chi prende le decisioni, i dipartimenti di prevenzione a livello locale devono fare in modo che sia garantita e implementata una rete di erogazione, con un’integrazione armonica e solidale di tutti i soggetti coinvolti, affinché l’offerta sia adeguata e accessibile a tutti. Lo stesso deve avvenire per gli screening oncologici. È essenziale garantire un’adeguata offerta di servizi legati alla promozione della salute, occupandosi anche delle barriere linguistiche, sociali ed economiche.
Come sta lavorando la Società italiana di igiene, medicina preventiva e sanità pubblica (Siti) su questi aspetti?
La Siti è il punto di riferimento per chi opera nei dipartimenti di prevenzione e nelle cure primarie, quindi nel campo della sanità pubblica. Storicamente, c’è una forte tradizione di collaborazione con le istituzioni a livello nazionale e regionale, come dimostrano il Piano nazionale della prevenzione, il Piano nazionale di prevenzione vaccinale e le campagne di screening. Mi fa piacere sottolineare l’attenzione che il Ministero della salute ha dedicato al problema, evidenziato dalla Siti, della carenza di risorse e di personale nei dipartimenti di prevenzione, nonché della grande disomogeneità esistente tra le Regioni. Siamo diventati parte attiva di un gruppo di lavoro istituito dal Ministero della salute per definire gli standard di personale dei dipartimenti di prevenzione, che dovrebbe produrre un documento conclusivo nei prossimi mesi. Vogliamo garantire a tutti i cittadini un’offerta di prevenzione proattiva in modo adeguato.
A cura di Rebecca De Fiore
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Verso un sentimento assoluto di prossimità
“Penso che il confine è anche il punto dove si capisce che le cose sono legate, perché se c’è un confine, c’è un confine tra due cose che si legano, sono legate proprio dal confine, sono una da un lato e l’altra dall’altro e sono fortemente legate.” La splendida intervista a Hanne Ørstavik, curata da Nicolò Saverio Centemero e pubblicata sul numero di Forward dedicato ai “Confini” [1], si sofferma sulla relazione tra la scrittrice e il marito Luigi Spagnol e sul rapporto tra la vita e il morire, ma illumina sul significato e la potenzialità di qualsiasi limite: tra la salute umana e quella del pianeta, tra i nostri diritti e quelli degli animali la soglia è labile, forse è invisibile nella sostanza.
Superare i confini che formano una prospettiva antropocentrica e rivolta su noi stessi mette nelle condizioni di guardare con occhio nuovo alle diversità e a ridurre progressivamente le disuguaglianze: pensiamo all’emergenza climatica, che – ricorda Sir Michael Marmot in un’intervista pubblicata sul numero “Clima” di Forward [2] – non colpisce nella stessa misura l’intera popolazione e aumenta le disuguaglianze. “Altrettanto è evidente con le isole di calore e le ondate di freddo nelle città che rientrano tra gli effetti dei cambiamenti climatici. Le conseguenze sono disuguali e possono essere ancora più gravi tra i più poveri”. Potremmo cogliere le opportunità peculiari di cui gode il nostro Paese: “È uno dei pochi – ricordava Paola Scaramozzino [3] – in cui le competenze di medicina veterinaria e di medicina umana sono governate dallo stesso ministero. Lo stesso Piano nazionale della prevenzione 2020-2025 riconosce l’interconnessione delle persone, degli animali e degli ecosistemi, promuovendo la collaborazione interdisciplinare nell’affrontare le sfide sanitarie”.
Tornando a una parola chiave che noi di Forward amiamo molto – confine – è indubbio che la pandemia ha rappresentato una cesura tra un prima e un dopo: non ne siamo usciti migliori, ma avevamo il sospetto che questo potesse accadere anche nei mesi più oscuri dell’epidemia di covid-19. Rileggendo oggi quel che scriveva il direttore del Lancet – Richard Horton – sul numero “Avviene” di Forward [4], l’impressione è quella di un’occasione perduta: “Ciò che esprime One health diventerà una nuova priorità. One health afferma che la salute dell’uomo e quella degli animali sono strettamente connesse. Gli operatori sanitari e le loro istituzioni avranno più voce nella società. Verranno assunti e formati più operatori sanitari, i sistemi di sanità pubblica saranno rafforzati e il benessere degli operatori sanitari sarà preso più seriamente. Rivolgeranno le loro richieste alla politica e chiederanno un maggiore coinvolgimento nel processo decisionale politico. Ci si prenderà cura con maggior attenzione della salute delle popolazioni chiave: persone anziane che vivono nelle case di cura, minoranze etniche e comunità nere, migranti, rifugiati e tutti coloro che vivono in condizioni di pervasiva povertà. I modelli di assistenza verranno rivoluzionati dalla tecnologia digitale, in particolare quelli di assistenza primaria. Saranno rafforzati gli investimenti nella scienza medica (in special modo nella sanità pubblica)”. Proprio perché le evidenze ci confermano ancora in un mondo fortemente imperfetto, dobbiamo continuare a sperare. Ad augurarci che un giorno il sentimento assoluto di prossimità riguardi ciascuna persona e l’ambiente, gli esseri viventi, il pianeta. Al punto di immaginare che la frase di Hanne Ørstavik possa non essere rivolta solo a un amante: “Vado verso te e ti prendo la mano e ti guardo e ti dico, anche io, ti amo”.
[1] Il confine è dove capisci che le cose son legate. Intervista a Hanne Ørstavik. A cura di N. S. Centemero. Recenti Prog Med 2023; Suppl Forward 29;S43-S45
[2] Quando il “clima” non è democratico. Nulla di ciò che riguarda le iniquità di salute è inevitabile. Intervista a Sir Michael Marmot. A cura di L. Tonon. Recenti Prog Med 2022; Suppl Forward 28;S4-S5.
[3] Scaramozzino P. One health per salvaguardare la nostra salute. Recenti Prog Med 2022; Suppl Forward 28;S22-S23.
[4] Horton R. Verso la prossima pandemia. Con nuove risposte. Recenti Prog Med 2020; Suppl Forward 20;S15-S18.

