“We are in an era of One world, One health”: è il 2004 e questa affermazione chiude il documento con le dodici raccomandazioni note come “The Manhattan principles”. Formulate dagli esperti convocati dalla Wildlife conservation society (Wcs), hanno come scopo prevenire e affrontare malattie ed epidemie zoonotiche [1].
Se fino ad allora infezioni come la febbre emorragica da ebola, il morbo della mucca pazza, l’influenza aviaria e la sarserano considerate controllabili, solo con il dilagare di covid-19 le infezioni trasmesse da animali diventano un’emergenza globale, collettiva, capace di incidere a lungo e profondamente nelle vite di ognuno. Si rafforza così anche quell’accenno vago che i dodici principi enunciavano: la salute degli esseri umani è legata a quella della fauna, della biodiversità della flora, di ogni risorsa e forma di vita dell’ecosistema planetario. Infiniti elementi si sostengono a vicenda e infinite possibili minacce potrebbero ripercuotersi più o meno ugualmente su ciascun elemento: una sola salute, dunque, in un unico pianeta.
Pochi anni più tardi, nel 2008, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) riprendeva quelle raccomandazioni per tentare di convogliarle nella pratica di ogni sistema sanitario. Un progetto proiettato verso un futuro ideale, forse difficile da afferrare senza una minaccia incombente. In ogni caso, risale ad allora la definizione tuttora valida del concetto di una salute unica, così come definita dalla stessa Oms: “One health è un approccio integrato e unificante che mira a bilanciare e ottimizzare in modo sostenibile la salute degli esseri umani, degli animali, delle piante e degli ecosistemi. Riconosce che la salute degli esseri umani, degli animali domestici e selvatici, delle piante e dell’ambiente in generale (compresi gli ecosistemi) sono strettamente collegati e interdipendenti” [2].
Nell’ottobre 2023, l’Oms rilevava: “Circa il 60 per cento delle malattie infettive emergenti segnalate a livello globale proviene da animali, sia selvatici che domestici. Negli ultimi tre decenni sono stati rilevati oltre 30 nuovi patogeni umani, il 75 per cento dei quali ha avuto origine negli animali”. Da qui, quelli che si potrebbero ritenere degli assiomi [2].
1. La salute degli esseri umani, degli animali e degli ecosistemi sono strettamente interconnesse. I cambiamenti in queste relazioni possono aumentare il rischio di sviluppo e diffusione di nuove malattie umane e animali.
2. Le attività umane e gli ecosistemi stressati (commercio di animali, sfruttamento dell’agricoltura, degli allevamenti, delle risorse naturali, cambiamenti climatici, la frammentazione dell’habitat e urbanizzazione) hanno creato nuove opportunità per l’insorgenza e la diffusione di malattie.
3. One health è un approccio volto a ottimizzare la salute degli esseri umani, degli animali e degli ecosistemi integrando questi ambiti anziché tenerli separati.
E infine, a corollario, la necessità di “una stretta collaborazione, comunicazione e coordinamento tra i settori interessati”.
In pratica, adottando la sintesi di un editoriale apparso su Lancet nel gennaio 2023: “Gli atteggiamenti moderni nei confronti della salute umana hanno una visione puramente antropocentrica, ovvero che l’essere umano è il centro dell’attenzione e della preoccupazione medica. One health ci pone in una relazione interconnessa e interdipendente con gli animali non umani e l’ambiente. Le conseguenze di questo pensiero comportano un cambiamento di prospettiva sottile ma piuttosto rivoluzionario: tutta la vita è uguale e di pari preoccupazione” [3].
Da concetto a strategia
C’è un momento specifico in cui i volenterosi concetti di One health cominciano a (voler) diventare strategia. E si tratta dell’inverno del 2020, quando il mondo intero è costretto a comprendere cosa sia una zoonosi: si diffonde covid-19.
Le infezioni trasmesse da animali domestici e selvatici causavano già oltre due milioni di morti all’anno nei Paesi più poveri, non tutte però diventano pandemie. A fine emergenza, cresce la consapevolezza e aumentano le conoscenze scientifiche, senza però tirare il fiato. Per dirla con le parole del direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, la pandemia ha dimostrato che One health “deve diventare più di un concetto, deve essere tradotto in sistemi che mantengano le persone più sicure” (18 gennaio 2021) [4].
Nel concetto di One health sono comprese anche le raccomandazioni sulla prevenzione. Se sono accertate le responsabilità umane nella diffusione delle zoonosi, e se non si innesca un cambiamento nel rapporto con l’ambiente e il resto dei suoi abitanti, nulla può proteggerci dall’eventualità di una nuova pandemia. Già nel febbraio di quel fatidico anno, Unep, il programma ambientale delle Nazioni Unite, diffondeva il rapporto “Prevenire la prossima pandemia. Le malattie zoonotiche e come rompere la catena di trasmissione” e individuava i “fattori umani” responsabili. Sono sette: la crescente richiesta di proteine animali, l’intensificazione insostenibile dell’agricoltura, il crescente sfruttamento degli animali selvatici, l’uso incontrollato delle risorse naturali, i viaggi e trasporti, i cambiamenti nella filiera alimentare, i cambiamenti climatici. One health diventa allora “la soluzione ottimale per prevenire e rispondere alle future pandemie”, poiché unisce competenze in materia di sanità pubblica, veterinaria e ambientale e contribuisce allo stesso tempo allo sviluppo sostenibile [5].
La strategia delle Nazioni Unite è condensata in un documento di oltre ottanta pagine: One health Joint plan of action (Oh-Jpa) [6]. Si tratta di indicazioni politiche, non vincolanti, sebbene composte consultando gli Stati membri. Il documento è elaborato dal cosiddetto “quadripartito” che coordina la governance globale One health: Food and agriculture organization of the United Nations (Fao), United Nations environment programme (Unep), World health organization (Who) e World organisation for animal health (Woah).
Lanciato nell’ottobre 2022, il piano d’azione congiunto ha durata quadriennale; entro il 2026, dunque, si punta a mettere in campo un sistema integrato per affrontare collettivamente alle minacce per la salute degli esseri umani, degli animali, delle piante e dell’ambiente. Prevenire, prevedere, individuare, rispondere: sono alcune delle parole chiave; lo sviluppo sostenibile è lo sfondo imprescindibile di ogni attività.
Sono sei le aree di azione:
1. miglioramento dei sistemi sanitari in ottica One health
2. riduzione dei rischi da zoonosi emergenti e riemergenti
3. controllo ed eliminazione delle zoonosi endemiche e delle malattie tropicali neglette e trasmesse da vettori
4. valutazione, gestione e comunicazione dei rischi per la sicurezza alimentare
5. lotta alla “pandemia silenziosa” dell’antibiotico-resistenza
6. integrazione dell’ambiente in One health.
Il metodo per perseguire tali obiettivi comprende l’adozione di partaneriati pubblico-privato, l’adeguamento dei quadri istituzionali e giuridici, la conoscenza delle realtà locali. Insomma: condivisione, consapevolezza, partecipazione, impegno a più livelli e visione olistica per sfidare (e, meglio, evitare) minacce diffuse come l’impoverimento della biodiversità, la vulnerabilità di alcune popolazioni, la scarsa qualità di certi sistemi alimentari.
Lo scenario è noto
Che queste relazioni siano già abbastanza degradate è evidente e gli esempi per illustrarlo sono, purtroppo, innumerevoli. Lo erano già prima che la pandemia del 2020 e le successive ondate le rendessero evidenti e allarmanti per frequenza e diffusione.
Uno sviluppo economico e demografico che ha minato gli ecosistemi e la biodiversità; le risorse naturali della Terra consumate a ritmi sempre più veloci, l’urbanizzazione e i modelli di consumo insostenibili; la cattiva gestione dello smaltimento dei rifiuti; la contaminazione del cibo e dell’acqua (che causa quasi 2 milioni di decessi ogni anno in tutto il mondo); l’aumento sconsiderato di spostamenti di persone e merci. L’inquinamento, inoltre, e le crisi climatiche: cause ampiamente validate di morbilità e mortalità.
Sempre più rilevante è la questione dell’antibiotico resistenza. L’uso e l’abuso di antibiotici nei settori umano, animale e ambientale causa oltre 4,9 milioni di decessi a livello globale ogni anno.
Il fenomeno va affrontato in ottica One health perché, secondo un’efficace sintesi del Ministero della salute, causa:
- nell’uomo e negli animali: difficoltà a curare le malattie infettive e aumento delle complicanze,
- nell’ambiente: contaminazione di acqua, suolo e vegetazione con i residui di antibiotici a lungo attivi [7].
Contrastare l’antibiotico resistenza vuole dire assicurare la salute soprattutto alle popolazioni di Paesi a basso reddito e ridurre la pressione umana sull’ambiente [3].
Alla ricerca di soluzioni potenti e sostenibili
Interconnesse, olistiche, sostenibili, efficaci: la ricerca di tali soluzioni è ancora parte della strategia programmatica globale di One health, a partire dalla produzione e condivisione di conoscenze.
Secondo una recente analisi dei network di One health negli ultimi dieci anni, svolta da ricercatori keniani e britannici, risulta che le reti stiano crescendo ma che la loro distribuzione geografica sia concentrata soprattutto in Europa. L’auspicio è una più equa collaborazione, anche in termini di risorse finanziarie, per rafforzare database e repository in tutto il mondo e intervenire direttamente presso le comunità più a rischio [8].
Già nel rapporto Unep il ruolo dell’Africa era definito come centrale, sulla scorta di alcuni casi di successo nella gestione di epidemie zoonotiche locali. “I Paesi africani – sottolinea il rapporto – hanno l’opportunità di guidare gli sforzi di prevenzione della pandemia. (…) Con le loro esperienze con l’ebola e altre malattie emergenti, stanno dimostrando modi proattivi per gestire le epidemie. Stanno applicando, ad esempio, nuovi approcci basati sul rischio piuttosto che su regole per il controllo delle malattie, che sono più adatti a contesti con scarse risorse, e stanno unendo le competenze umane, animali e ambientali in iniziative proattive One health” [5].
In riferimento all’editoriale su Lancet già citato [3], è opportuno condividerne l’appello che l’approccio One health sia efficace per l’equità ecologica, quanto quella sanitaria, e che sia implementato con sostenibilità. Un esempio fra tutti: “Chiedere che i wet markets vengano chiusi per fermare una zoonosi emergente potrebbe essere tecnicamente corretto, ma se non tiene conto di coloro che traggono il loro sostentamento da tali mercati, One health peggiorerà solo la vita di coloro di cui afferma di prendersi cura”.
Verso una forza globale di governance della salute
La necessità di coordinare sia la produzione scientifica a livello globale sia le azioni locali è evidente. Una soluzione “semplice da capire” fa riferimento alla metodica adottata da tempo dall’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), il gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. E se si creasse un Intergovernmental panel for one health (Ipoh)? La domanda è stata lanciata da un team di ricercatori del francese Institut de Recherche pour le développement che ha esaminato pro e contro dell’ipotetico organismo [9].
“Poiché i meccanismi internazionali riconoscono sempre di più l’approccio One health, è necessario scegliere il modo più efficace e appropriato per rafforzare l’interfaccia scienza-politica, sia progettando nuove istituzioni (ad esempio, un Ipoh) sia ampliando la portata delle istituzioni esistenti”.
Si tratterebbe di una forza globale di governance della salute, istituzionalizzando l’approccio definito dal quadripartito. Ipoh dovrebbe rispondere – spiegano gli autori dello studio – alla necessità di coordinare la produzione di conoscenza, guidare le istituzioni negli investimenti, creare un sistema globale coeso per affrontare le emergenze. Insomma, quasi una riforma sanitaria universale, orientata all’emergenza. Fin qui i vantaggi (idealistici?). Non mancano i potenziali rischi che sembrano di origine formale. Le domande aperte sono diverse. Sarà, per esempio, possibile comprendere ogni tipologia di pandemia non conoscendo le future origini? Si citano, a questo proposito, eventuali disastri legati a falle tecnologiche e della sicurezza. Come sarà recepita la conoscenza dai decisori politici? E se le risorse economiche si esaurissero nella ricerca senza sfociare in azioni concrete? Considerando le immense risorse dell’Ipcc (12mila esperti, provenienti da 195 Paesi) i costi del nuovo ente, secondo gli autori dell’articolo, dovrebbero essere compresi fra i cinque e i dieci milioni di dollari.
Per stessa ammissione delle Nazioni Unite, come si legge nel plan of action, il concetto di One health “si è evoluto ampliando la sua portata” e rendendo l’implementazione sempre più complessa, globalmente. Ostacoli tecnici si sono aggiunti a quelli istituzionali e professionali, esistono ancora limiti dovuti al rispetto della sostenibilità, carenze di finanziamento ed emergenze multidimensionali impongono nuove priorità. Non bisogna perciò perdere di vista l’obiettivo di una “istituzionalizzazione continua” e del perseguimento del cambiamento trasformativo supportato dai valori ormai chiari. Quelli, appunto, di “One world, One health”.
Maria Frega
Bibliografia
[1] Wildlife conservation society. “The Manhattan Principles”.
https://oneworldonehealth.wcs.org/About-Us/Mission/The-Manhattan-Principles.aspx
[2] World health organization. One health. Pubblicato il 23 ottobre 2023
[3] Editorial. One health: a call for ecological equity. Lancet 2023;401:169.
[4] World health organization. Who director-general’s opening remarks at 148th session of the Executive Board. Pubblicato il 18 gennaio 2021
[5] UN environment programme. Preventing the next pandemic – Zoonotic diseases and how to break the chain of transmission. Pubblicato il 29 febbraio 2020
[6] Fao, Unep, Who and Woah. 2022. One Health Joint Plan of Action (2022–2026). Working together for the health of humans, animals, plants and the environment. Rome https://doi.org/10.4060/cc2289en
[7] Ministero della salute. Antibiotico-resistenza, strategia One health. Aggiornato il 17 novembre 2023
[8] Mwatondo A, Rahman-Shepherd A, Hollmann L, et al. A global analysis of One health networks and the proliferation of One health collaborations. Lancet 2023;401:605-16.
[9] Institut de recherche pour le développement. For or against an Ipcc for “One health”? Pubblicato il 27 settembre 2023




