Per conoscere il significato del termine “One health” attraverso una ricerca su Internet, una fonte autorevole (forse la più autorevole) è la pagina dedicata a questo tema sul sito della Organizzazione mondiale della sanità. A quella pagina si legge: “One health è un approccio integrato e unificante che ambisce a bilanciare in modo sostenibile e ottimizzare la salute di persone, animali ed ecosistemi. (…) Nel connettere umani, animali e ambiente, l’approccio One health può aiutare nell’affrontare lo spettro completo del controllo delle malattie – dalla prevenzione all’individuazione, la preparazione, la risposta e la gestione – e contribuire alla sicurezza della salute globale”. Nel fare riferimento alla “salute globale” questa definizione mette in evidenza l’obiettivo di questo approccio, ovvero la salute degli esseri umani su scala planetaria.
Quando consideriamo la salute di animali ed ecosistemi funzionale al benessere umano, siamo all’interno di un paradigma antropocentrico.
Che lo scopo della nozione e della pratica dell’approccio One health sia la tutela e promozione della salute degli esseri umani è piuttosto evidente nella definizione appena menzionata e, soprattutto, nei modi in cui tale approccio viene generalmente inteso nel dibattito pubblico e nella stessa discussione specialistica. L’attenzione e la cura della salute degli animali non umani e dell’ambiente sarebbero quindi funzionali alla protezione e all’avanzamento della salute umana. In questo senso, animali ed ecosistemi, e la loro salute, sono di fatto strumentali al benessere umano. In questo mio breve intervento vorrei provare a mettere criticamente in discussione questa visione esclusivamente strumentale della salute di animali e ambienti. Vorrei cioè provare a ragionare sulla possibilità di una concezione più ampia e ricca di One health, vale a dire una concezione “non antropocentrica” di One health.
Nella misura in cui la salute di animali ed ecosistemi è concepita solo (o prevalentemente) come strumentale per gli esseri umani siamo, infatti, all’interno di un paradigma antropocentrico. Questo paradigma che per secoli ha dominato (e di fatto ancora domina) la nostra cultura colloca l’essere umano al centro della realtà. Questa centralità può essere tanto descrittiva (l’essere umano ha capacità del tutto uniche, che nessun altro vivente possiede) quanto normativa (l’essere umano ha un valore grandemente superiore a quello degli altri viventi, o anche, in modo più radicale, solo l’essere umano ha valore e il resto del vivente serve solo per gli scopi umani). Non si può qui rendere conto delle radici e articolazioni della visione antropocentrica, ma ci si può limitare a evidenziare come tale visione sia oggi ampiamente criticabile e, di fatto, insostenibile.
Un approccio One health più completo e “maturo” dovrebbe essere arricchito da una più solida dimensione morale, ovvero di critica verso l’antropocentrismo.
A partire dalla rivoluzione scientifica, grazie alla scienza moderna e alla filosofia, si sono gettate le basi di una nuova visione secolarizzata della realtà che mette in discussione la centralità dell’essere umano e i suoi presunti diritti di dominio su tutto ciò che lo circonda. Questa messa in discussione dell’antropocentrismo trova un momento fondamentale e un punto di non ritorno nella rivoluzione scientifica di Charles Darwin. La biologia darwiniana (che è l’unico quadro di spiegazione solido e attendibile del vivente di cui disponiamo) ci mostra un quadro di continuità fra l’Homo sapiens e tutto il resto del vivente, cui ci lega l’origine comune e dal quale differiamo solo per contingenze evolutive storiche e del tutto casuali. Dalla comprensione darwiniana del vivente e della natura umana, la riflessione filosofica ha preso spunto per mettere in discussione i modi di relazione fra umani e animali e fra umani e ambiente. L’etica animale e l’etica ambientale riflettono, infatti, sullo status morale, politico e giuridico di animali ed ecosistemi, negando che questi possano essere considerati semplici “cose” sempre disponibili agli umani e affermando un loro valore per sé.
L’uso di animali e ambiente andrebbe criticato non solo per motivi legati alla salute umana, ma anche per riconoscere un valore morale della vita non umana e dell’ambiente.
Affermando la connessione della salute di umani, animali e ambienti, l’approccio One health si fonda, di fatto, su una delle principali trasformazioni di prospettiva prodotte dalla biologia darwiniana, ovvero la comprensione ecologica del vivente. Se l’idea di One health fa tesoro della “scoperta” di Darwin che tutti i viventi sono in relazione fra loro e con l’ambiente, questo approccio (almeno nella sua accezione più diffusa) non sembra avere fatto propria la conseguenza etico-politica della rivoluzione di Darwin, ovvero il riconoscimento di status e valore di animali, piante ed ecosistemi. Un approccio One health più completo e “maturo” dovrebbe quindi essere arricchito da una più solida dimensione morale, ovvero di critica verso l’antropocentrismo.
È ovviamente irrealistico pensare che nella concettualizzazione e nelle pratiche di One health si possa realizzare una forma di antiantropocentrismo forte, ovvero di radicale messa in discussione dei diversi usi che gli umani fanno di animali e ambiente. Può, invece, essere realistico immaginare che questa più ampia idea di One health critichi alcune forme di utilizzo degli animali e dell’ambiente non solo per ragioni strumentali alla salute umana, ma anche per il riconoscimento di uno status morale della vita non umana e dell’ambiente. Un caso esemplare in questo senso sono gli allevamenti intensivi. Questi non solo sono una minaccia per la salute umana, ma costituiscono una condizione di vita moralmente inaccettabile per tutti i miliardi di animali che sono condannati a trascorre in essi la loro breve e miserevole esistenza.

