L’arte [e l’etica] della medicina televisiva

Le diagnosi allo schermo di Joe Biden, Donald Trump e altri politici

Andrea Capocci

Giornalista

È arrivata finalmente la telemedicina. Non è quella promessa dal Pnrr e mirata alla presa in carico degli assistiti anche a distanza attraverso la tecnologia. Per ora dobbiamo accontentarci di una sua versione low cost e vipparola, cioè la tele-medicina intesa come “medicina televisiva”, l’arte avventurosa di diagnosticare le malattie ai famosi visti alla tv. L’ultimo esempio lo ha fornito il duello televisivo tra Joe Biden e Donald Trump, dopo il quale i media italiani si sono affrettati a cercare professionisti disposti a emettere una diagnosi sullo stato di salute dell’ottantunenne presidente degli Stati Uniti. “Visti i sintomi, sospetto che Biden abbia il parkinson” ha cominciato Diego De Leo, il presidente dell’Associazione italiana di psicogeriatria. Roberto Bernabei, ex-geriatra al Gemelli, è stato anche più tranchant: “nelle immagini che ci ha offerto la tv c’è un signore, Joe Biden, che ha il parkinson” ha detto al Giornale. Dal reparto di neurologia del Corriere della Sera è arrivato un parere divergente del dottor Marco Trabucchi: “Escluderei parkinson e demenza. Ma c’è un disturbo cognitivo”. Un consulto di uno specialista privato per giungere a una simile diagnosi ha un prezzo medio piuttosto elevato. La “medicina televisiva” invece fornisce pareri anche senza richiesta, come fosse uno screening o una vaccinazione obbligatoria.

I presidenti delle grandi potenze sono i soggetti privilegiati di questa pratica. Anche Donald Trump è stato spesso oggetto di diagnosi televisive sin dalla sua prima campagna elettorale. Nel 2017, l’associazione di psichiatri Duty to Warn parlò di “pericolosa malattia mentale” a proposito del presidentemagnate. Sette anni dopo, la sua diagnosi è cambiata e adesso parla di “probabile demenza”, come fanno i colleghi italiani a proposito di Biden. Su Vladimir Putin la telemedicina si è decisamente sbizzarrita. Dopo l’invasione ucraina di due anni fa, i tele-medici italiani e non hanno (stra)parlato di parkinson, paranoia, sindrome di Cushing e cancro metastatico. Come vuole l’adagio popolare, gli hanno allungato la vita.

La pratica di diagnosticare malattie dal tinello di casa è deprecabile e assomiglia alle campagne di odio che vengono amplificate sui social. Anzi, è pure peggio. Fragolina92 che ti dà del “cretino!” su X (ex Twitter) è già fastidiosa ma basta uno “specchio riflesso!” per ribattere. Un professionista che dà in pasto ai media una diagnosi angosciante (e del tutto inaccurata) come il parkinson può fare molti più danni. Inoltre, l’uso dell’autorevolezza scientifica a scopo politico costituisce una distorsione del dibattito democratico le cui conseguenze sono facilmente immaginabili e che alla fine danneggiano la professione stessa.

Tanto è vero che già cinquant’anni fa la American psychiatric association provò ad arginare il fenomeno dopo un episodio eclatante. Il giorno prima delle elezioni presidenziali statunitensi del 1964, quando l’era della politica-show era appena iniziata, i lettori del magazine Fact trovarono in edicola con tanto di punto esclamativo nel titolo di copertina: “1189 psichiatri sostengono che Goldwater è psicologicamente inadatto a diventare presidente!”. Barry Goldwater era il candidato repubblicano contrapposto al democratico Lyndon B. Johnson. Nelle settimane precedenti, la rivista aveva inviato a tutti i membri dell’American psychiatric association un sondaggio con la richiesta di valutare lo stato mentale del candidato Goldwater, sul quale circolavano voci di esaurimento nervoso. Al giornale arrivarono 2417 risposte. La metà – 1189 per l’appunto – ritenevano Goldwater inadeguato al ruolo. Ben 41 pagine del numero furono riempite con dettagliati commenti firmati tra cui “l’instabilità mentale di Barry Goldwater deriva dal fatto che il padre era ebreo e la madre protestante”, “credo che Goldwater abbia la stessa patologia di Hitler, Castro, Stalin e altri leader notoriamente schizofrenici” o “ho l’impressione che abbia un disordine narcisistico della personalità con elementi paranoici non troppo latenti”. Invece, 617 risponditori diedero un parere positivo sul candidato. Solo 571 psichiatri risposero di non avere abbastanza informazioni per una valutazione e talvolta lo fecero in modo polemico. “Credo che debbano essere resi noti i nomi di psichiatri e psicologi che rispondono a questo sondaggio così potremo capire quali usano la sfera di cristallo” scrisse un medico. Lo psichiatra newyorkese Richard Gardner, oggi noto soprattutto per le sue teorie “giustificazioniste” sugli abusi sessuali in famiglia e morto suicida per auto-accoltellamento nel 2003, quella volta fu tra i più equilibrati: “qualunque patologia abbia Goldwater non è abbastanza esplicita da essere diagnosticata solo guardando la tv”.

Il giorno dopo Johnson vinse le elezioni per distacco, come era largamente previsto dai sondaggi. Goldwater però non aveva gradito quella copertina e a cose fatte denunciò l’editore di Fact ottenendo un risarcimento di 75mila dollari. La stessa American psychiatric association aveva condannato l’iniziativa giornalistica e nel 1973 modificò il suo codice di condotta precisando che “fornire un’opinione professionale senza aver condotto personalmente un esame è contrario all’etica”. La norma fu battezzata goldwater rule. Nelle norme di comportamento degli psichiatri italiani una regola del genere non esiste. Ma il codice deontologico impone la massima riservatezza sulle diagnosi. In più, il codice etico della Società italiana di psichiatria chiede allo psichiatra di “comportarsi e presentare le informazioni in modo da preservare la dignità della professione di psichiatra, delle materie e degli argomenti attinenti alla psichiatria e alle persone affette da disturbi mentali” e “prevenire che le dichiarazioni rilasciate possano essere oggetto di una errata interpretazione”.

Fornire un’opinione professionale senza aver condotto un esame è contrario all’etica?

Non tutti però pensano che la goldwater rule sia ancora di attualità. “L’idea che un colloquio personale sia necessario per formare una diagnosi non ha molto senso” ha spiegato John Gartner, uno dei fondatori di Duty to warn. “La ricerca dimostra che il colloquio psichiatrico è lo strumento statisticamente meno affidabile per formulare una diagnosi”. Gli psichiatri di Duty to warn sono soprattutto contrari a un’interpretazione estensiva della goldwater rule, secondo cui gli psichiatri dovrebbero astenersi dall’intervenire nel dibattito politico sulla base delle loro competenze. “Quando si cita la goldwater rule si dovrebbe fare riferimento anche alla precedente Dichiarazione di Ginevra, che obbliga i medici a prendere la parola contro i governi pericolosi” sostenne all’epoca del dibattito su Trump Bandy Lee, uno dei membri. La dichiarazione nasceva in risposta all’esperienza nazista. Dal 2017, i critici nei confronti di una norma che toglie agli psichiatri il diritto a esprimersi sono aumentati. Lo psicologo statunitense Ravi Chandra in un recente commento sul sito Psychology Today ha esplicitamente sostenuto la necessità di una revisione della norma. “Chiedere a psichiatri preparati e competenti, esperti di psicologia politica e sociale e di medicina legale di non esprimersi su argomenti impegnativi reprime il pensiero stesso (…) Ci impone dei limiti nel sognare un Paese e un mondo migliori”. Il dibattito è aperto.

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A commentare il dibattito presidenziale negli Stati Uniti del 27 giugno scorso – e soprattutto le condizioni di salute di Joe Biden – non sono stati solo i medici italiani. Una tendenza, questa, partita già oltreoceano, che ha suscitato non poche polemiche. “Come milioni di americani ho guardato il dibattito presidenziale questa settimana. Ne ho discusso in privato con gli amici, ma mi sono astenuto dal commentare in pubblico. Perché? Per due motivi”, ha commentato qualche giorno dopo Vinay Prasad, oncoematologo e fondatore con Adam Cifu e John Mandrola di Sensible Medicine, blog nato come spazio di discussione e confronto sui temi caldi della sanità che ha ospitato questa riflessione. “Primo – continua – non credo di avere niente di particolarmente unico da dire che non sia già stato detto da decine di altri. Secondo, penso che i dottori dovrebbero cercare di essere meno apertamente di parte. Dopotutto, ogni medico deve prendersi cura di pazienti che votano per entrambi i partiti”.

Non dovremmo riflettere su quanto i pregiudizi influenzano le nostre dichiarazioni?

Nello specifico, Prasad se la prende con un professore di Yale e uno di Harvard, che hanno liquidato la performance di Biden con “è colpa della sua balbuzie” e “è l’effetto dei farmaci per il raffreddore che sta prendendo in questi giorni”. Ma, si chiede Prasad, come è possibile che la balbuzie e i gli effetti collaterali dei farmaci siano meno forti tra le 10 e le 16 (orario in cui, secondo i giornali, il presidente riuscirebbe ancora a fare il presidente) e peggiorino con l’età? “Se mandassi uno studente di medicina a visitare un uomo anziano e confuso, che perde ripetutamente il filo del discorso più spesso di quanto non facesse un anno fa, e mi rispondesse che è balbuzie, quello studente non prenderebbe un buon voto”, commenta l’oncoematologo. Insomma, a prescindere da Joe Biden e dal suo stato di salute, forse i medici prima di fare certe dichiarazioni dovrebbero riflettere su quante delle loro opinioni siano potenzialmente guidate da pregiudizi di parte. Che sia anche questo, si chiede Prasad, uno dei motivi per cui i cittadini hanno perso fiducia nei professionisti della salute?