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Valutazione Interviste

Valorizzare il ruolo del documentalista nei percorsi di Hta

Dalla ricerca della letteratura alla scrittura dei report, fino a un possibile ruolo di revisore

Intervista a

Chiara Bassi

Responsabile Biblioteca medica, Azienda Usl – Irccs di Reggio Emilia

Patrizia Brigoni

Responsabile Biblioteca virtuale per la salute, Regione Piemonte

By Maggio 2024Nessun commento

Grazie alle sue competenze quale valore aggiunto potrebbe dare il documentalista scientifico nelle attività di Hta?

Chiara Bassi. Sicuramente la presenza del documentalista dà garanzia metodologica al processo di ricerca delle informazioni. Se la ricerca bibliografica segue determinate regole c’è un vantaggio in tutto il processo, fino ai risultati. Più la ricerca è esaustiva più è probabile che il rapporto abbia risultati coerenti con la domanda di ricerca. Il documentalista è determinante in questo processo poiché fornisce una sintesi completa e trasparente delle prove disponibili. Ricerca meticolosamente un’ampia gamma di database e fonti per identificare studi rilevanti che altrimenti potrebbero essere persi.

Patrizia Brigoni. I rapporti Hta partono sempre da una revisione sistematica della letteratura, dunque è indispensabile la presenza di un documentalista, che conosce le fonti della letteratura e dell’informazione biomedica (banche dati di medicina, banche dati specialistiche e focalizzate su Hta) ed è in grado di indicizzare e ordinare i risultati delle ricerche. Molti documentalisti sono parte integrante del gruppo di ricerca. Teniamo conto che la ricerca rigorosa di articoli pubblicati e non pubblicati è parte essenziale di una ricerca e di una revisione sistematica. Se la ricerca manca di qualcosa, anche il resto del lavoro mancherà di qualcosa. Direi che la presenza di un professionista aumenta l’efficacia della ricerca e fa risparmiare tempo.

L’apporto del documentalista scientifico dovrebbe essere imprescindibile nella fase di ricerca della letteratura. Potrebbe avere un ruolo anche nelle fasi successive?

Patrizia Brigoni. Alcuni di noi, oltre a descrivere la metodologia della ricerca bibliografica, possono partecipare alla scrittura dei report. Questo dipende dal gruppo di ricerca, da come è organizzato, e dal documentalista, dalla sua conoscenza del mondo hta. L’hta, soprattutto nella sua accezione più tradizionale, quando valuta l’efficacia, la sicurezza, l’economicità degli strumenti, è un ambito molto specialistico, dove servono soprattutto competenze tecniche e ingegneristiche; in quella situazione i documentalisti si limitano alla ricerca della letteratura. In tutti gli altri casi i documentalisti fanno parte del gruppo di ricerca e possono dare il loro apporto in fase di selezione e valutazione degli studi.

Chiara Bassi. Si parla tanto dell’importanza di avere gruppi multidisciplinari, ma poi in realtà non lo sono: in quest’ottica tutte le figure professionali dovrebbero partecipare all’intero percorso. Nella fase iniziale, infatti, soprattutto a livello locale, può essere utile fare una ricerca della letteratura preliminare per capire se è necessario o meno fare una determinata valutazione. Il documentalista può poi essere coinvolto nella stesura della parte metodologica del documento o nell’utilizzo di alcuni software per la revisione sistematica della letteratura come, per esempio, Rayyan.

Sarebbe necessario un percorso formativo ad hoc sull’Hta per il documentalista?

Chiara Bassi. Assolutamente sì. Saper fare ricerca non significa saperla fare per questo tipo di documenti. In un rapporto hta, per esempio, c’è molta più letteratura grigia da andare a ricercare, così come sono importanti la parte economica e quella etica, che invece negli altri tipi di revisione raramente vengono considerate. Per questi aspetti, a cui siamo poco abituati, dobbiamo anche capire quali banche dati consultare. Sapere come funziona e come è strutturato il lavoro su cui dare un contributo è importante perché ti permette di muoverti nel modo giusto: bisogna prepararsi anche da un punto di vista di risorse e non solo di strategie.

Patrizia Brigoni. È difficile rispondere a questa domanda. Un percorso formativo ad hoc non esiste oggi neanche per il documentalista biomedico. I pochi documentalisti biomedici italiani sono diventati tali attraverso percorsi personali disparati, molti di loro hanno una formazione da bibliotecari, e solo in un secondo tempo hanno scoperto questo lavoro, che è molto diverso da quello dei bibliotecari “classici”: non serve tanto la competenza nella catalogazione dei documenti, serve certamente la capacità di information retrieval, e sono importanti anche la conoscenza della metodologia della ricerca biomedica, la capacità di valutare criticamente gli studi e un po’ di epidemiologia.

Sono quindi dell’idea che non sia necessario un corso di formazione per Hta, ma un corso di formazione per documentalisti biomedici che integri anche l’Hta. Purtroppo, però, un corso di formazione avrebbe pochissimi sbocchi lavorativi nel Servizio sanitario nazionale. La figura del documentalista biomedico è prevista solo negli Irccs, e in qualche caso questo lavoro è svolto nelle biblioteche biomediche delle università. Al contrario dei coordinatori della ricerca, i documentalisti faticano a trovare una loro collocazione nel Servizio sanitario nazionale, ci entrano soprattutto come personale amministrativo, o non vi entrano affatto. Molti di noi non hanno mai avuto modo di partecipare ad un concorso pubblico per fare il proprio lavoro nel servizio sanitario.

I professionisti dell’informazione. Documentalisti, bibliotecari e archivisti potrebbero svolgere un ruolo chiave nella valutazione delle tecnologie sanitarie. Ma sono sottorappresentati, come evidenziano i numeri dei professionisti dell’informazione coinvolti in alcune agenzie di hta della rete europea EUnetHta.
Fonte: Waenschmidt J, et al. Int J Technol Assess Health Care 2020:37:e20.

Per un corretto approccio di hta come dovrebbe essere effettuata la ricerca della letteratura?

Patrizia Brigoni. Dovrebbero essere compresi tutti i database tradizionali – Pubmed, Embase, Cochrane Library – e anche i database specifici dell’Hta, che sono qualche volta aggregati e qualche volta posizionati dentro i portali dei servizi sanitari nazionali. Inoltre devono essere consultati database che indicizzano letteratura economica e tecnica. Infine, occorre ricercare su web la letteratura cosiddetta grigia: report già realizzati, esiti di progetti di ricerca. I quesiti dell’hta riguardano efficacia, sicurezza, economicità, valutazione dei pazienti, qualità della vita, e organizzazione.

Chiara Bassi. Come prima cosa serve fare un incontro con tutto il gruppo, perché se si parte solo da un quesito scritto e non da un dialogo con i professionisti si rischia di perdere dei pezzi. Aspetto che, secondo me, viene spesso tralasciato, non solo nei processi di hta. Poi si imposta la strategia e, a seconda di quale sia l’oggetto dell’hta, si selezionano le banche dati in continuo dialogo con il gruppo dei ricercatori. L’importante, come dicevo prima, è cercare anche molta letteratura grigia e consultare banche dati di etica ed economia sanitaria. Tutti i risultati vengono scaricati dentro dei software di gestione della bibliografia, creando un unico file compatibile con altri software così da permettere l’accesso anche a chi lavora in sedi diverse. In una seconda fase, quella di scrittura, si effettua un controllo andando a verificare tutti i passaggi fatti e le stringhe di ricerca utilizzate. La ricerca alla base dell’Hta, infatti, deve essere riproducibile e la riproducibilità è data anche dalla esaustività nella scrittura delle stringhe affinché possano essere utilizzate anche da altri o dagli stessi autori quando si tratterà eventualmente di aggiornare il rapporto.

In Italia vi è una partecipazione strutturata del documentalista scientifico nelle attività di Hta? In quali realtà?

Patrizia Brigoni. I documentalisti sono coinvolti in molti centri regionali che si occupano di hta. So che questo accade in Emilia-Romagna, in Piemonte, ma anche in altre Regioni. E poi all’interno di Agenas.

Chiara Bassi. Non come dovrebbe esserlo, ma credo che questo valga in generale per le revisioni. La conseguenza è una disomogeneità di metodologie con hta fatti meglio di altri. La frammentazione nella ricerca può portare ad avere risultati scadenti da un punto di vista metodologico. La figura del documentalista è ancora troppo poco coinvolta, un po’ perché siamo pochi, un po’ perché serve una preparazione adeguata, ma non ci sono percorsi di formazione su questo e si rischia di trovarsi a fare Hta un po’ per caso.

Come implementare il coinvolgimento del documentalista nelle attività di HTA?

Chiara Bassi. Sicuramente dando consapevolezza a tutti gli autori dell’importanza del ruolo del documentalista nel processo di hta. Uno dei problemi potrebbe essere la mancanza di una peer review successiva ai processi di hta, che evidenzi lacune nella ricerca e che di conseguenza mostri come sia imprescindibile la figura del documentalista. Al momento non esiste una peer review fatta da personale specializzato in ricerca (come potrebbe essere quella di uno statistico per la parte statistica) e si continuano a pubblicare cose impubblicabili.  Se la peer review è fatta da personale non preparato, il rischio è che la parte metodologica venga saltata perché non capita, e di conseguenza l’errore protratto e ripetuto. Il documentalista quindi con un doppio ruolo di autore e revisore, per valorizzare ulteriormente la sua figura.

Patrizia Brigoni. Per l’Hta è la stessa cosa che per le revisioni sistematiche cliniche. Tutto nasce dalla consapevolezza che l’attività di ricerca bibliografica necessita di competenze specifiche. Tanto tempo fa, dopo una delle mie prime ricerche, chiesi timidamente a un importante ricercatore una conferma sulla bontà della mia stringa di ricerca. Mi rispose: “La documentalista sei tu, io faccio un altro lavoro”. Ecco, ora da vecchia documentalista dico “a ognuno il suo lavoro” e il risultato della ricerca sarà migliore…

A cura di Rebecca De Fiore