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Esiti e sfide nella gestione del fine vita

Progressi, dilemmi e prospettive per i pazienti oncologici

Valeria Belleudi

Dipartimento di epidemiologia Servizio sanitario regionale del Lazio, Asl Roma 1

By Dicembre 2023Nessun commento
Fotografia di Lorenzo De Simone

Negli ultimi decenni, i notevoli progressi nella comprensione della biologia molecolare del cancro hanno portato a una migliore definizione delle vie di segnalazione coinvolte nella crescita tumorale. Questa comprensione approfondita ha favorito lo sviluppo di terapie innovative, come le terapie mirate, l’immunoterapia e le terapie geniche, le quali si sono dimostrate efficaci in diversi tipi di cancro, offrendo risultati promettenti. Nonostante questi notevoli sviluppi, è importante riconoscere che la cura del cancro rimane una sfida aperta, complessa e in continua evoluzione: alcuni tumori mostrano resistenza alle terapie convenzionali e ai trattamenti innovativi, e la ricerca è in corso per superare questi limiti.

In questo cammino tortuoso, la gestione del fine vita nei pazienti oncologici emerge come una tappa cruciale, suscitando riflessioni profonde sulla qualità della vita e il rispetto della dignità umana.

Il fine vita nei pazienti oncologici è una realtà ineludibile che richiede una riflessione etica e medica approfondita. Troppo spesso infatti la nostra società evita di confrontarsi con la fragilità della vita, preferendo ignorare, piuttosto che affrontare, la cruda verità di questo percorso.

La gestione del fine vita comporta decisioni difficili per i pazienti, familiari e operatori sanitari coinvolti. Nella transizione dalla cura al comfort, si aprono scenari complessi che richiedono una comunicazione aperta e un supporto psicologico. In questo contesto, la medicina palliativa si configura come una prospettiva positiva, focalizzandosi sulla riduzione della sofferenza fisica e psicologica, nel rispetto della dignità del paziente [1].

In questo ambito, il tema della qualità della vita diventa l’esito prioritario: il successo del trattamento del cancro non può limitarsi alla sola sopravvivenza fisica, ma deve estendersi alla sfera emotiva, sociale e spirituale. La definizione di “cura” si amplia, incorporando il benessere, il supporto psicologico e la possibilità di creare momenti significativi nelle fasi finali della vita.

La comunicazione aperta diventa pertanto un pilastro fondamentale: pazienti, familiari e operatori sanitari devono essere in grado di esprimere le loro preoccupazioni, ascoltare le speranze e affrontare le paure. Questo dialogo onesto è essenziale per prendere decisioni informate, rispettando le volontà del paziente e garantendo che ogni passo nel percorso finale rifletta il desiderio di vivere con dignità.

Nonostante i progressi nell’accesso a cure palliative di alta qualità che consentono ai pazienti di vivere in modo più confortevole durante le fasi terminali della malattia, persistono sfide legate alla disponibilità delle risorse, all’accesso equo alle cure e alla formazione degli operatori sanitari [2].

Per migliorare l’assistenza alla fine della vita e ridurre il numero di ospedalizzazioni evitabili, un primo passo importante è avere una visione concreta del reale ricorso all’assistenza stessa. Dopotutto, l’assistenza medica giustificabile per i pazienti con una buona prognosi può trasformarsi in assistenza inappropriata vicino alla fine della vita, poiché i benefici non superano più i possibili effetti negativi.

Lo studio pilota

Il Dipartimento di epidemiologia del Lazio ha recentemente condotto, per conto della Regione, delle analisi pilota su questo tema da cui è emerso che tra i pazienti deceduti per tumore tra il 2015 e il 2019 la proporzione di ricoveri e accessi in pronto soccorso negli ultimi 30 giorni di vita è stata del 50 per cento e 38 per cento, rispettivamente. In particolare, per i pazienti ricoverati nelle ultime due settimane di vita (41 per cento) la media di giorni trascorsi in ospedale risultava pari a 8,5 giorni, ovvero più di metà dei loro ultimi giorni di vita avveniva in regime di ricovero.

La gestione del fine vita richiede un approccio olistico che miri a migliorare gli esiti dei pazienti oncologici, offrendo loro un viaggio finale di qualità.

Riguardo alle terapie farmacologiche nell’ultimo mese di vita è stato osservato, da un lato, una proporzione non trascurabile di ricorso alla chemioterapia (10,8 per cento), che nel 30 per cento dei casi risultava essere un nuovo ciclo di terapia (nessuna erogazione di chemioterapia nei 90 giorni precedenti), e dall’altro una buona presa in carico della sintomatologia con un aumento dell’uso di farmaci impiegati per contrastare il dolore (il 29 per cento faceva uso di oppioidi), la fatigue e i problemi respiratori e gastrointestinali.

Per quasi 30.000 pazienti, pari al 35 per cento della coorte, il decesso è avvenuto in una struttura ospedaliera, dato in forte contrasto con quelli che sembrano essere i desideri dei pazienti che nel 90 per cento dei casi preferirebbero la morte in casa [3].

Dai dati preliminari si evince da un lato come vi siano ampie aree di miglioramento per il trattamento dei pazienti oncologici in una fase così delicata, dall’altro quanto sia importante attuare degli interventi in grado di ridurre i trattamenti aggressivi, sia chirurgici che farmaceutici, che non portano benefici.

La gestione del fine vita richiede un approccio olistico che miri a migliorare gli esiti dei pazienti oncologici, offrendo loro un viaggio finale di qualità.

Bibliografia
[1] Gomes B, Calanzani N, Curiale V, McCrone P, Higginson IJ. Effectiveness and cost-effectiveness of home palliative  care services for adults with advanced illness and their caregivers. Cochrane Database Syst Rev 2013;2013:CD007760.
[2] Peruselli C, Manfredini L, Piccione T, Moroni L, Orsi L. Il bisogno di cure palliative. Riv It Cure Palliat 2019;21:67-74.
[3] Beccaro M. Actual and preferred place of death of cancer patients. Results from the Italian survey of the dying of cancer (Isdoc). J Epidemiol Community Health 2006;60:412-6.